Pagamenti alle imprese, Lazio tra enti più virtuosi

É quanto emerge da un approfondimento sugli enti della Pubblica Amministrazione e sui tempi di pagamento effettuato dal Corriere della Sera

“Chi ha detto che dagli scandali non nasce mai niente di buono? Può succedere eccome, se la reazione è abbastanza sana (e virulenta) da obbligare chi può a fare qualcosa. In Italia non succede spesso, ma a volte sì. Un episodio di qualche anno fa, indelebile nella memoria di milioni di imprenditori, ne è un esempio dal quale solo oggi si coglie qualche beneficio. Nel 2013 la situazione era diventata insostenibile: attraverso 22 mila amministrazioni pubbliche, lo Stato aveva accumulato debiti commerciali verso le aziende fornitrici per circa 90 miliardi di euro. E non pagava. I ritardi di comuni, provincie, regioni, aziende sanitarie, ministeri o università nel saldare le fatture stavano soffocando il tessuto delle piccole e medie imprese. Un committente da un miliardo l’anno come la Regione Lazio saldava ormai i creditori a mille giorni – se quelli restavano in vita – e non era che un caso fra molte migliaia. Non che il problema sia completamente superato, al contrario”. Lo scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera.

“Centinaia di migliaia di fatture continuano a essere onorate oltre i limiti di legge europei, fissati in trenta giorni (al di fuori del settore sanitario) – prosegue il Corriere -Ad esempio il Comune di Roma nel primo trimestre di quest’anno ha pagato le imprese fornitrici in media 85 giorni dopo la presentazione della fattura e nel secondo due mesi e mezzo dopo. Sempre troppo, quasi il triplo dei limiti di legge, benché molto meglio degli oltre sei mesi che si dovevano aspettare nel 2013 e dei 110 giorni del 2015. Anche la Regione Campania è fra quelle che restano indietro, con pagamenti medi effettuati quasi a tre mesi di distanza dal giorno in cui un imprenditore spedisce il conto. Ma se a qualcosa questo scandalo è servito, è a superare l’opacità. Lo Stato italiano ha dovuto imparare a usare più di prima gli strumenti digitali – a partire dalla fatturazione elettronica – e anche la massa di dati che essi producono su ogni azienda, ogni ente e ogni singolo debito.

Oggi un’unica banca dati contiene tutto ciò che serve sapere e la Ragioneria generale dello Stato ha iniziato a fare un po’ di trasparenza: per la prima volta, da pochi giorni ha messo in rete almeno le informazioni sui 500 enti pubblici più efficienti (definiti “più virtuosi”) nel pagare i fornitori nel 2016. Questi dati naturalmente non dicono nulla del comportamento delle altre 21.500 amministrazioni, quelle che non rientrano fra le più rapide nel saldare le imprese fornitrici. Ma a loro modo anche solo le informazioni sui migliori 500 pagatori pubblici sono un ritratto dell’Italia di oggi: quella che funziona, ma anche quella che non funziona per ragioni a volte poco visibili. I dati della Ragioneria contano, in primo luogo, perché sono la fotografia statistica di isole di efficienza a volte sorprendenti. Il miglioramento più netto riguarda probabilmente la Regione Lazio, che si piazza nella parte alta della classifica dei virtuosi dopo una rincorsa lunghissima. Quella era un’amministrazione quasi al default, che pagava a quasi tre anni dalla fattura solo nel 2013 e a due anni nel 2014. L’anno scorso invece è entrata fra le più rapide in assoluto, saldando quasi un miliardo di euro a 17 giorni medi dalla presentazione della nota. L’unica altra amministrazione regionale nel gruppo dei migliori è la Lombardia, con saldi medi a ventidue giorni.

La lista della “élite” degli enti italiani racconta però anche una storia più ampia, quella di un Paese profondamente diviso. Il grafico in pagina lo mostra. Da un lato c’è circa la metà della popolazione residente nelle regioni del Nord, che oggi sembra ricevere i servizi di un’amministrazione ragionevolmente capace di capire le esigenze dei cittadini. Dall’altro il funzionamento dei rami dello Stato continua a rappresentare un freno per la ripresa non solo al Sud, ma anche al Centro. Sulla base dei dati della Ragioneria, il Corriere ha elaborato un indice per far emergere le differenze territoriali. Il Nord per esempio ha il 55% della popolazione italiana, ma ben l’82% delle amministrazioni più virtuose hanno sede nelle sue regioni. Il Mezzogiorno (isole incluse) pesa per il 25% della popolazione, ma riesce a pesare nella lista delle amministrazioni efficienti solo per l’8,6% (se si togliessero la Sardegna e l’Abruzzo, la sua presenza sarebbe addirittura di circa il 4%).

Più sorprendente ancora è la relativa assenza degli enti delle regioni del Centro Italia nella lista dell’efficienza amministrativa. Toscana, Lazio, Umbria e Marche rappresentano il 20% degli abitanti del Paese ma appena il 10% degli enti efficienti. Il grafico in pagina mostra, regione per regione, quali piazzino meno amministrazioni “virtuose” nella classifica rispetto a ciò che sarebbe prevedibile in base al peso demografico: spiccano Calabria, Campania, Sicilia, ma anche Toscana, Umbria e Lazio (benché le giunte regionali di Firenze e di Roma paghino i fornitori in modo corretto e tempestivo). Al contrario Lombardia, Emilia-Romagna e soprattutto il Veneto sono nettamente sovra-rappresentate in questa lista. La domanda di fronte alla quale i numeri restano muti è: perché alcuni fanno peggio di altri? Si può rispondere con i soliti luoghi comuni: la siesta dopo pranzo, i furbetti del badge, il gelato sul lungomare in pieno orario d’ufficio. C’è però anche una lettura più politica, e meno rassicurante: per un amministratore locale pagare le imprese in ritardo significa esercitare la propria discrezionalità nell’elargire favori. Un sindaco può scegliere così di decretare vincenti e perdenti nel tessuto economico, non in base alla capacità e al merito, ma alla propria convenienza di natura clientelare. Per questo il ritardo nei pagamenti dello Stato non si limita a soffocare le imprese a corto di liquidità. Piuttosto finisce per premiare e selezionare le peggiori e le più contigue ai politici, escludendo tutte le altre. Così il ritardo dei pagamenti deciso dalla politica locale distrugge la ripresa di oggi, e anche la crescita di nuove aziende di domani”.

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