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Quando Roma parlava francese, al Museo Napoleonico

fino al 13 marzo

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di Redazione | 2016-11-26 12/12/2015 ore 9:30
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:06)

I 20 mesi della Repubblica Romana del 1798-99 rappresentarono per la città un momento di netta cesura rispetto al passato, dando vita a strutture politiche e amministrative del tutto inedite nella capitale pontificia. In particolare, il governo repubblicano ebbe la necessità di inventare nuove cerimonie pubbliche. Per le feste rivoluzionarie, trasposizione capitolina di quelle francesi, furono stilati dettagliati programmi, ricchi di simboli e di richiami ai secoli repubblicani dell’antica Roma, e furono realizzati imponenti apparati effimeri, a cui collaborarono architetti, pittori e scultori. La memoria visiva di questi avvenimenti, oggi affidata in maniera quasi esclusiva alle testimonianze grafiche, ovvero disegni e stampe, conservate al Museo Napoleonico, è proposta al pubblico nella mostra “Quando Roma parlava francese. Feste e monumenti della prima Repubblica Romana (1798-1799) nelle collezioni del Museo Napoleonico”, visibile fino al 13 marzo del prossimo anno, promossa da Roma Capitale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Marco Pupillo, con l’organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

 

 

Si tratta di una collezione unica nel panorama collezionistico pubblico o privato, in cui la grande quantità di materiale preparatorio contenuto offre l’occasione straordinaria di assistere ad una sorta di visita virtuale nella bottega dell’incisore, seguendo il processo ideativo di alcune opere  dal disegno preliminare alle successive prove d’autore fino alla stampa definitiva. La grande rarità di queste illustrazioni di forte connotazione politica è probabilmente conseguenza della loro distruzione nel corso della successiva Restaurazione. Il fondo, sinora solo parzialmente edito, comprende, tra le altre, opere di convinti giacobini come David-Pierre Humbert de Superville, Giuseppe Ceracchi, Sebastiano Ittar e Paolo Bargigli, costretti all’emigrazione dopo la fine della Repubblica, nonché di artisti che invece continuarono a lavorare nella città del papa come l’architetto Giuseppe Camporese e l’incisore Tommaso Piroli. (g.f.)

 

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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