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Beni culturali: Roma manca di manager ma anche di tutele

Curcio (Terotec): ecco perché siamo incapaci di valorizzare i nostri 5 mila siti

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di Redazione | 2016-11-26 15/11/2016 ore 12:57
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:43)

L’ultimo in ordine di tempo è l’elefante del Bernini, sfregiato da un vandalo nella notte del 13 novembre. Ed ecco tornare alla ribalta, ancora una volta, l’incapacità italiana di tutelare al meglio il nostro patrimonio culturale – problema che riguarda non solo Roma, bensì l’Italia tutta. Un Paese che pure è il primo al mondo per dimensioni e per valore del patrimonio culturale, con i suoi 4 mila musei, le sue 240 aree archeologiche, i suoi 501 monumenti e 750 fra chiese, basiliche e conventi. Senza dimenticare i 51 siti Unesco: un altro primato mondiale. Paese che, però, a livello di gestione, valorizzazione e tutela non è all’altezza della situazione.

 

Una discrasia eclatante tanto più se si considera che, negli ultimi trent’anni, l’Italia si è concentrata soltanto sul principio costituzionale della tutela. Con risultati evidenti a tutti, dato lo stato di abbandono e degrado di molti siti, al di là degli atti vandalici che non si è in grado di prevenire o di punire. “Pensiamo alle recenti cronacahe dei giornali” ha raccontato in un’intervista a Radiocolonna.it Silvano Curcio, direttore generale di Terotec (Laboratorio per l’Innovazione della Manutenzione e della Gestione dei Patrimoni Urbani e Immobiliare), a margine di un convegno che si è tenuto a Milano: “A Roma ci sono state piogge sì, un po’ eccezionali, fatto sta che i visitatori della Galleria d’Arte Moderna, ristrutturata da poco con grandi investimenti, si sono visti chiudere l’accesso perché pioveva all’interno”.

 

Una situazione da cui emerge ben chiaro come non siano in discussione tanto “i servizi smart, che pure hanno già altri Paesi in Europa, bensì i servizi di base, dalla pulizia alla manutenzione passando per la gestione dell’energia, poiché i beni culturali sono tra quelli più energivori”.

 

E se poi si considerano temi come quello della valorizzazione o della gestione dei nostri beni culturali, si vede subito come la strada sia ancora molto lunga – anzi, a strada è stata così “disattesa” che “la nostra ‘macchina’ da museo risulta ora inadeguata”, ha incalzato Curcio.

 

Basta tornare ai numeri per capire che, a dispetto del nostro immenso patrimonio culturale, siamo tutt’altro che primi in termini di valorizzazione: i nostri 15 musei più visitati non superano, tutti insieme, quelli del solo Louvre, mentre i nostri quattro musei più visitati non superano la Tate Modern di Londra. Colpa di un’offerta frammentata e una capacità attrattiva inespressa.

 

Se poi si va più in profondità i paradossi si moltiplicano. I primi tre musei italiani più visitati si trovano tutti a Firenze (il primo sono gli Uffizi), mentre il quarto è il Museo Egizio di Torino. E Roma? Grande assente. Certo, se guardiamo la più generica graduatoria dei siti culturali troviamo al primo posto il Colosseo, che però un museo non è. E tra i primi quattro musei più visitati al mondo ci sono quelli Vaticani, che però non appartengono allo Stato italiano. Dunque, c’è poco da girarci intorno: le istituzioni museali romane non attirano abbastanza i turisti, che pure affollano la Capitale.

 

Perché? La risposta starebbe nell’incapacità dello Stato italiano di seguire una logica in grado di creare “una sorta di infrastruttura per valorizzare sia a livello nazionale che internazionale le strutture museali”, ha sottolineato Curcio. “Una logica che da noi manca, e questa mancanza genera estrema dispersione: manca la capacità manageriale di gestire i musei”.

 

Se poi spostiamo lo sguardo ai monumenti, le cose non cambiano. Ecco perché “io credo molto nei servizi per i beni culturali, che grazie a un adeguato livello di gestione e valorizzazione possono diventare l’unico core business del Paese” ha continuato Curcio. Non si può, invece, avere casi come quello del Colosseo, che ha avuto bisogno di un atto di mecenatismo che pure è stato in forse per molto tempo, poiché mancava la norma che lo avrebbe permesso. O casi come Pompei, “ora diretto da una persona che io reputo un eroe civico, il professor Osanna: ha trovato una situazione in cui l’illegalità faceva business attraverso gli scavi archeologici, e che solo ora si sta riprendendo”. O ancora Ostia Antica, “che vive in uno stato di abbandono”.

 

Torino è invece un esempio virtuoso e, secondo il direttore generale di Terotec, la chiave starebbe in una sapiente sinergia: “Nel capoluogo piemontese il settore dei beni culturali è stato favorito dalla riqualificazione urbanistica: pensiamo non solo al Museo Egizio ma anche alla Venaria Reale”. Del resto, se anche Milano sta ora risalendo la china lo deve proprio grazie alla sinergia con il territorio: si pensi infatti alla best practise del Cenacolo.

 

Bisogna comunque essere onesti. “È  improponibile pensare che lo Stato, da solo, possa porre mano a livello di tutela, valorizzazione e gestione a quasi 5 mila beni culturali, a 240 parchi archeologici, a 501 monumenti, a 270 chiese” ha concluso Curcio. “I remi andrebbero delegati a soggetti qualificati, il timone invece saldamente nelle mani dello Stato e delle sue istituzioni a livello territoriale”.

 

 

t.p.

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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