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Venezia 73, 10ma giornata: Our War e Monica Bellucci e Kusturica

Presentato On The Milky Road, in Concorso anche The Woman Who Left

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di Chiara Laganà | 2017-07-24 9/09/2016 ore 17:47
(ultimo aggiornamento il 24 Luglio 2017 alle ore 14:37)

Penultima giornata di Venezia 73, due i film presentati in Concorso: The Woman Who Left del filippino Lav Diaz e On The Milky Road di Emir Kusturica, Malaria di Parvi Shahbazi, Boys in the Trees di Nicholas Verso e Bitter Money di Wang Bing in Orizzonti, Our War di Benedetta Argentieri Bruno Chiaravalloti e Claudio Jampiglia e À Jamais di Benoît Jacquot fuori concorso.

Our War
Il documentario firmato da due registi (Chiaravalloti e Jampiglia) e da una giornalista (Argentieri) racconta la vita di tre foreigner fighters, tre ragazzi, un americano, uno svedese e un italiano che si sono uniti all’Unità di Protezione Popolare di Rojava, la regione controllata dai curdi nel Nord della Siria. “Sono stata in Siria quando è scoppiata la guerra, e lì ho conosciuto i primi foreigner fighters e ho pensato di fare un film su di loro, per altro molti di loro si filmavano”, ha spiegato Benedetta Argentieri. Bruno Chiaravalloti ha aggiunto: “È un film sulla guerra fatto da una giornalista e due filmmaker. Abbiamo scelto di fare un film su Joshua, Rafael e Karim, di seguirli a casa, abbiamo montato le discussioni, il risultato dei punti di vista è il risultato dei film, un film sulla scelta di tre persone”.

I tre ragazzi sono presenti in conferenza, Karim ha raccontato così il film: “In Our War non racconto me stesso, tornato da Kobane  mi sentivo che dovevo andare oltre Kobane e ho visto le persone che combattono per noi, loro sacrificano la vita, combattono con armi vecchie. L’utopia di Kobane è un branco di matti, sono 1000 che combattono contro 10mila, ma loro sono rimasti lì, combattono per i civili, per gli uomini rimasti, i bambini, per la democrazia e la libertà. Noi siamo pronti a morire per questo, Quando hanno liberato la prima città che era occupata dall’Isis, le donne si sono tolte il velo, altre hanno preferito tenerlo: la liberazione di Mambesh è costata la vita a molti martiri, fra cui sei internazionalisti, poi la Turchia ha invaso la Siria e ha ucciso i civli, ha riaperto la via alle armi, perché chi credete dà le armi all’Isis? È la Turchia”. Anche Joshua ha preso la parola: “Il film non è su di noi, è sulla lotta, ci hanno dato una chance di mostrare come sono realmente le cose”. Rafael ha anche preso la parola: “Ho visto l’opportunità per i problemi e volevamo mostrare per chi e perché lottiamo: la libertà. E anche i Paesi che aiutano l’Isis”.

Molti hanno paragonato i foreigner fighter alle brigate internazionali che si sono unite ai repubblicani spagnoli nella guerra civile: “Sono due cose diverse, nel 1936 esisteva un movimento operaio internazionale, loro fanno tutto da soli, possono essere raccontati in un film”, ha spiegato Jampiglia.

Malaria
Malaria è un film dell’iraniano diretto da Parviz Shahbazi, per il regista: “È un film su un ragazzo e una ragazza che si godono la vita a Teheran, si sono filmati nei momenti felici, mentre si vogliono bene, mentre si vogliono male, in un momento felice e un momento storico speciale”. Le riprese del film sono state fatte volutamente in Iran: “Volevo che si vedesse il nuovo Iran, il suo contesto sociale doveva essere preciso”. E inoltre il regista ci teneva a far vedere il suo film in Iran.

Per prendere parte al film si sono presentate al casting ben mille ragazze “volevano cambiare vita”, “una volta scelti i due protagonisti per la loro recitazione non sono stato pignolo volevo che parlassero e si muovessero come dei veri ragazzi di Teheran”. Nel film si dà risalto alle donne di Teheran: “Per me stanno facendo di tutto per riprendersi la loro libertà”.

The Woman Who Left
Primo film in concorso, diretto da Lav Diaz, 226 minuti di film è un film ispirato alla storia di Lev Tolstoy Dio vede quasi tutto, ma aspetta ed è una storia di una donna filippina che lascia il carcere, a interpretarla l’attrice Charo Santos-Concio che mancava dal grande schermo da 17 anni: “Sono tornata perché c’era una storia interessante e il personaggio era difficile”. Diaz ha ambientato la sua storia nel 1996: “Un anno complesso per la storia delle Filippine, la criminalità era alle stelle ed eravamo il Paese dove avvenivano più rapimenti”. Il regista filippino è uno dei più amati dai festival di tutto il mondo e quasi tutti i suoi film sono molto lunghi, la sua attrice ha spiegato così il suo viaggio accanto a Diaz: “Ti dà spazio, discuti con lui del personaggio, è un viaggio che si risolve mentre la narrativa si risolve”.

Boys in The Trees
Boys in The Trees è un film dell’australiano Nicholas Verso: la storia di due teenager che tornano insieme a casa dopo una festa di Halloween nel 1997. “L’Australia non ha una propria cultura, è una sorta di spugna per quella americana, per realizzare il mio film ho visto molti altri film degli anni ’80 come Goonies e Karate Kid”. Film che Verso ha fatto vedere anche alle sue giovani star Toby Wallace e Mitzi Ruhlmann: “Ci ha fatto vedere una serie di film e canzoni di quegli anni”.

“Crescendo, leggevo molte favole, miti e un mio professore mi fece leggere Dante, mi piace pensare che avete notato un parallelismo fra il mio film e la Commedia”, risponde Verso, “L’Australia assorbe moltissimo dalle altre culture, questo accade a ogni ondata di immigrazione”. La storia è ambientata nel 1997: “Volevo che fosse l’ultimo anno in cui non c’erano cellulari, in cui se due ragazzi si perdevano non avevano mondo di farlo sapere a nessuno”. Un film girato di notte che ha una colonna sonora molto particolare: “Lavoro come dj, la musica è  importante per me ed è una macchina del tempo. Ero legato a quei brani”.

À Jamais
Tratto dal libro di Don De Lillo, The Body Artist, Benoît Jacquot porta a Venezia un film scritto e interpretato da Julie Roy e prodotto da Paulo Branco. Girato in Portogallo, À Jamais è stato proposto da Branco al regista francese: “Il libro mi ha toccato, ma per fare il film avevo bisogno di un volto, poi ho conosciuto Julia e il film ha preso vita”. Julia Roy ha scritto e interpretato la sceneggiatura: “Scriverlo, recitarlo è stato diverso, anche se sapevo le battute a memoria”.

Jacquot ha insistito che Julia Roy prendesse parte al progetto: “Non ho mai fatto film senza sapere prima chi interpreta i ruoli principali, per il film avevo bisogno di sapere che Julia prendesse parte al progetto”. Oltre De Lillo, Jacquot non ha preso altre ispirazioni: “Ogni volta che faccio un film mi dimentico di altre produzioni”

Bitter Money
Ambientato nell’Est della Cina, il film di Wang Bing racconta una città ricca della Cina. “Di 2600 ore, ne abbiamo usate solo 200, abbiamo lavorato non lontano da Shangai, il centro economico della Città”, ha spiegato il regista. “Speriamo di poter trasmettere lo sviluppo dell’economia cinema e la situazione delle persone normali”. 

On The Milky Road
Ultimo film in Concorso il gradito ritorno di Emir Kusturica con On The Milky Road interpretato da Monica Bellucci. “Il film racconta la ricostruzione della vita di un uomo, in conflitto inizia alla fine della guerra portato da due eroine, ognuna delle quali ha contribuito con la sua storia”, ha spiegato il regista serbo. “Sono venuto qui la prima volta 30 anni fa, adesso torno con un film su cui ho lavorato tre anni, ringrazio Monica e Sloboda per essere entrate nel mio mondo”.

“Monica era un’italiana perché era italiana, ha accettato la mise en scène, cosa c’era da fare, per Sloba e Monica questo è stato un film difficile”, ha detto Kusturica. Monica Bellucci ha risposto così all’ennesima domanda sulla bellezza: “La vedo come un’arma a doppio taglio, per me è un regalo non una maledizione, anche perché devo aspettare un po’ e poi passa”. Kusturica ha anche parlato del suo surrealismo: “In questo film e negli altri lo userò sempre perché si oppone alla realtà, anche se non è un film così surrealista”. “È stato un ruolo difficile, bello, d’improvvisazione, Emir è un regista, un architetto, un musicista, ho imparato molo da lui, in questo posto bellissimo e in una guerra qualsiasi, ho recitato con un approccio emotivo e non politico”. Anche l’altra protagonista Sloboda Mićalović ha parlato del suo ruolo: “Sono una tipica donna della Bosnia, innamorata di Kosa, poi gelosa, mi è piaciuto il tema di due donne innamorate dello stesso uomo”.

Una lavorazione durata tre anni e mezzo: “Per fare delle cose che mi piacciano, ho bisogno di tempo, ho dovuto riscrivere, rigirare, nel migliore modi”. Nel film protagonisti anche gli animali: “Lavorare con un animale è come lavorare con un amico, ma ti chiede più cibo. Quando poi lo conosci riesci a fare miracoli, usare gli animali con una funzione drammatica, Per esempio l’orso del film l’ho conosciuto quando era piccolo, poi l’ho visto cresciuto, tutti sul set avevano paura di lui. Il film poi non sarebbe stato lo stesso senza falco”.

“Quando Emir mi ha chiamato ero felice, è un film poetico anche se sulla guerra, esiste una dualità fra fantasia e realtà, lo ringrazio per questo ruolo di donna completa, uno di quei ruoli che come attrice non avevo mai avuto. Il film per me è una speranza, racconta l’amore, la sessualità e la sensualità in un modo diverso. Due persone che hanno vissuto e quando meno se l’aspettano trovano l’amore. È un film di gioia nonostante tratti della guerra”.

Testo Chiara Laganà
Foto Corrado Corradi

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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