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Neruda, il regista Pablo Larraín parla del suo film

Il giovane cineasta cileno ha raccontato il suo “Neruda”. In sala il 13 ottobre

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di Redazione | 2016-11-26 22/09/2016 ore 9:33
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:36)

Pablo Larraín ha presentato a Roma il suo Neruda. Il film sarà in sala il 13 ottobre, distribuito da Good Films. Neruda è uno splendido ritratto del senatore e poeta Pablo Neruda nel 1948 quando la Guerra Fredda arrivò in Cile, magistralmente diretto, scritto e interpretato e rappresenterà il Cile ai prossimi Oscar. Pablo Larraín a soli 40 anni è uno dei registi più apprezzati non solo nel panorama latinoamericano. 

Il regista ha risposto alle domande in spagnolo “perché Neruda è in spagnolo”: “Nel 1947, pochi anni dopo la seconda Guerra Mondiale, dieci anni prima della Rivoluzione cubana, trent’anni prima dell’arrivo al potere di Allende in Cile c’erano altri sogni, era un mondo modernista che funzionava con altre logiche, era un altro mondo. Pensa che Allende, mi posso sbagliare, si candidò alla presidenza tre volte e la quarta Neruda si sarebbe candidato e Neruda ha lasciato il posto ad Allende, la domanda che mi pongo è: che cosa sarebbe successo se Neruda fosse stato eletto presidente del Cile, questa sarebbe un altro film, meraviglioso: Neruda al Potere, Neruda Presidente. Penso che sia molto difficile fare paragoni, nel 1947 più di metà del mondo era comunista, penso sia importante quando si fa un film d’epoca, non cadere nell’ingenuità di non vedere quello che è successo, questo film non è stato realizzato come se fossimo nel 1947, ma nel 2016, abbiamo il vantaggio della storia, sappiamo quello che è successo dopo. È un film sulla post guerra, è un film su un Paese che sofferto la distruzione della sua anima per mani del bastardo di Pinochet, è un film che parla di quello che è successo prima di questo, quando c’erano persone che sognavano di andare al potere, ma non ci sono mai arrivati, perché quando Allende arrivò al potere venne distrutto in modo rapido, abbiamo fatto questo film con questo nella testa”. 

Neruda, che vinse il premio Nobel nel 1971, nel suo discorso quando fu premiato “parla molto di quest’epoca e alla fine si chiede se ha vissuto, ha scritto o ha sognato questo momento, lì c’è la chiave di questo film, perché questo film non è su Neruda, è un film sul suo universo, sul cosmo nerudiano, sulla sua figura, perché è una figura talmente grande e importante che non ci starebbe tutto in un solo film. Io per lo meno non avrei il coraggio di realizzarlo”, ha aggiunto il regista 40enne.  Per fare Neruda, Pablo Larraín ci ha messo cinque anni, una parte di questo tempo l’ha passata a studiare la documentazione su di lui: “Ci sono molte biografie, ne ho scelte tre, e la sua autobiografia, Confesso che ho vissuto, poi abbiamo intervistato molte persone che l’hanno conosciuto ed è ancora in vita, ma la verità è che Neruda era un amante della cucina, era un grande cuoco, un amante del vino, delle donne, era un diplomatico, viaggiò in tutto il mondo, era un esperto di letteratura, era un amante delle novelle poliziesche, era un politico, un senatore, il leader del Partito comunista cileno, Neruda è stato il poeta più grande mai esistito in lingua spagnola, forse uno dei migliori di tutti i tempi, mettere a Neruda in un film è impossibile”. 

Un’idea che lo terrorizzava: “All’inizio era qualcosa che mi spaventava, avevo paura, ma alla fine quando abbiamo scoperto che non l’avremmo messo tutto in un film è stato liberatorio, inizi ad avere il vantaggio e la libertà che un film del genere di dà. Non è un film su Neruda, tutta la ricerca che avrei potuto fare non sarebbe stata sufficiente, e poi in Cile Neruda è nell’acqua, nelle piante, nell’aria, il Cile è stato descritto da giornalisti, storici, ma la vera mappa del Cile è stata realizzata da Neruda. Ce l’ho nel corpo, nei capelli, nel sudore, nel sangue. Questo film è come un poema su Neruda, con la speranza e il sogno che lui avrebbe potuto leggerlo”.

Una delle ricchezze del film Neruda viene dalla sceneggiatura firmata da Guillermo Calderón, Neruda era un poeta e un politico: “Non si può separare la figura di Neruda poeta e politico, lui ha vissuto in un’altra epoca. Immaginati, e facciamo un esempio assurdo, un poeta americano che oggi giorni scrive poesie contro Donald Trump, nessuno penserebbe che sia possibile. Neruda nel suo Canto General, il libro che ha scritto durante la sua fuga, scrive riferendosi ad altri leader e politici latinoamericani, non ne parla in termini gentili e questa era considerata poesia e politica. Neruda, come molti altri artisti di quest’epoca, volevano con la loro opera cambiare il mondo, volevano che le persone, i lettori o il pubblico cambiassero il loro modo di vedere le cose. Io e la mia generazione non lo sta facendo, è molto difficile, noi quello che facciamo, come ha detto il Subcomandante Marcos: Siamo venuti a portarvi un problema e a invitarvi a risolverlo”. 

Larraín ha parlato della gestazione di Neruda, rispondendo a una domanda sulla sua regia: “Abbiamo lavorato a cinque anni al film, ma non voglio rispondere perché trovo orribile quando i registi spiegano le loro opere. Lasciamo che sia il pubblico a leggere il film, si ricordi che il cineasta è come un bambino con una bomba e la bomba scoppia quando vuole”. Nel suo No – I giorni dell’arcobaleno, candidata all’Oscar nel 2013, la comunicazione è al centro del film lo è anche in questo film: “Percepisco che le comunicazioni oggi sono fondamentali, il messaggio e il modo di comunicare è più importante del contenuto ed è molto pericoloso. Quello che ho provato a fare in questo film è raccontare un personaggio in un momento cruciale, in alcuni momenti questo film è un road movie, è un anti-biopic, è un film sui noir dei ’40 e dei ’50, è una commedia nera, un western, mi viene difficile darle un genere, ma sì può essere un film sulla comunicazione, quello che m’interessa nel mio film è come un personaggio cambia nel corso di un viaggio. La destinazione non è importante, è il viaggio stesso la destinazione. Neruda, inoltre, credo che avesse costruito la sua leggenda in questo periodo della sua vita, mentre il poliziotto dà senso a quel pezzo di vita e avevano bisogno di loro stessi per dare senso alla loro vita, sono due personaggi che si stanno inseguendo come una storia d’amore, alla fine è amore puro, tutto il resto è solo una scusa”. 

Neruda ha avuto un percorso lungo: “Un aneddoto, due settimane prima di iniziare le riprese, mio fratello, Juan de Dios Larraín, il produttore di tutti i miei film, mi ha detto di tagliare la sceneggiatura venti pagine perché non c’erano soldi abbastanza. Guillermo Calderon è venuto nel mio appartamento e in una settimana abbiamo tagliato la sceneggiatura; siamo tornati sul set con un testo di 186 pagine, venti di più, non ci siamo riusciti, era impossibile, ma abbiamo filmato più velocemente. Alla fine avevamo una sceneggiatura ben strutturata, invece di ridurlo, quello che personalmente faccio, io non penso a una storia lineare. Sono pezzi di idee, scene, momenti, con il direttore della fotografia, Sergio Armstrong, troviamo un’identità visuale al film. Qualcuno ha già fatto la struttura, la scrittura è già ordinata, non penso in modo lineare, registro dei momenti e poi li portiamo in cucina. Sono idee isolate, momenti di vita, pulsioni e poi nel montaggio il piatto si prepara”.

Il modo di fare film di Larraín è dunque non lineare:”Non ho una coscienza narrativa mentre filmo, ce l’ho quando monto e scrivo, ma nelle riprese quello che provo è fabbricare un incidente in modo che si realizzi nel modo migliore nel montaggio. Se no il film, al contrario, sarebbe intrappolato, e i film seguono storie e strutture, ma il cinema è prima di tutto atmosfera, è un tono, è qualcosa di viscerale. Con Sergio studiamo questa viscerabilità e a la traduciamo sullo schermo. Come ha detto François Truffaut: ”Durante le riprese bisogna lottare contro la sceneggiatura, e nel montaggio contro le riprese”.

“Si tratta di due persone diverse, c’è una battaglia fra sceneggiatura e montaggiio: c’è una sceneggiatura da mettere in scena, e poi nel montaggio devi dare senso a quello che filmi, sono diversi ed è liberatorio che sia così se no vedi un film, ti siedi e il regista risponde a tutte le domande. E io da pubblico mi chiedo: che ci faccio qui? Perché sono venuto se il regista mi dice che pensare, che sentire, chi è buono, chi è cattivo, quando sono io a volerlo fare. È importante rispettare e avere fiducia nella sensibilità e nell’intelligenza del pubblico. Quello che faccio è un dispositivo aperto ed espansivo e che sia il pubblico a chiuderlo con la propria biografia, perché dire alla gente cosa pensare e vivere? Questo è orribile, è insolente nei confronti della gente. Quando succede, quando qualcuno mi sta dando tutte per risposte io me ne vado, perché voglio sentire, pensare, voglio essere parte attiva in questo processo. È importante che il cinema abbia fiducia nel suo pubblico, questo si fa lasciando alcune cose aperte, certe cose che sembrano chiuse che se ci ripensi, non sai bene quello che è successo, e qui penso che il cinema funzioni perché è una meccanica, una dialettica fra pubblico e schermo… è come il sesso, quello fatto bene!”, ha detto il regista di Il Club e No – I giorni dell’arcobaleno

Neruda ha due protagonisti: il poeta e politico cileno e Oscar Peluchonneau, l’agente che gli dà la caccia, rispettivamente interpretati da Luis Gnecco e Gael García Bernal, in una bellissima scena (senza fare spoiler) i due si trovano sulla Cordigliera andina circondati di neve: “Oscar Peluchonneau è esistito”, ma quello che si vede nel film “l’abbiamo inventato Guillermo e io. Mentre Neruda ha attraversato sul serio la Cordigliera ed è scappato così dal Cile e di nuovo ne parla nel discorso di del premio Nobel, lui dice di aver compreso la fraternità umana perché fu aiutato da persone che non sapeva chi fosse. Dando per scontato che Neruda in quegli anni era come Mick Jagger, il tipo più conosciuto del Paese, il più rock di tutti. Ma c’erano delle persone in campagna senza accesso alle informazioni che lo hanno aiutato e ha compreso la fraternità in quel momento. Mi è difficile parlare di questo perché avete visto il film, ma non voglio fare uno spoiler, ma forse i due personaggi sono la stessa persona”. 

Pablo Larraín ha uno straordinario modo di dirigere, alternando momenti, scene e sentimenti come prima diceva: “Mi piace molto il cinema realista ben fatto, ma non lo so fare. Non ci riesco, quindi mi commuove e m’interessa un cinema di atmosfera. Per No abbiamo filmato molte scene che si ripetevano, stessa scena in vari posti e poi nel montaggio s’intersecano, nel Clan sono quattro scene. In Neruda lo abbiamo fatto spesso, ogni scena veniva girata in tre location diverse. Capisci che lo spazio fisico ha un’importanza, in questo film e nel cinema, ha aspetti diversi, ha importanza a livello diagetico  ed exdiagetico. Facendo questo, cambiando lo spazio, la sensazione non è realista e lo spazio ha un’influenza psicologica sul personaggio, lo spazio cambia, se faccio così con le dita, siamo sulla neve, sul ristorante, che ci succederebbe se lo spazio cambiasse? Produce una sensazione di straniamento, una sensazione irreale che ha una conseguenza in ognuno di noi che è diversa. In Neruda lo spazio viene usato più come astrazione che con una funzione di realismo, quello che è complicato è cambiare spazio spesso e poi tornare al primo e pensi… Wow, che succede! Succede solo quando il poliziotto visita Delia in casa. Volevamo dire con quella scena che ci troviamo tutti in uno spazio di finzione”. 

Si può dire che è un film su Neruda utilizzando la struttura di Borges, lo conoscete il ruolo del segretario di edizione? Loro impazziscono con me, perché per me la continuità è molto pericolosa per il cinema, a me non importa, notatelo: nei miei film i personaggi non si cambiano mai di vestito. In Neruda lo fa una volta, in Il Club (premiato a Berlino con il Gran Premio della Giuria nel 2015, ndr) hanno sempre gli stessi abiti e in Tony Manero sta un anno vestito allo stesso modo, idem in Postmortem e lo fanno perché non mi rompano chiedendo da dove viene? Se c’è continuità arriva il realismo e mi dà fastidio: Aveva la sigaretta a destra… che te ne frega!!! Davanti a te c’è un personaggio lascialo respirare, che importa com’è pettinato, vestito. Il realismo mi mette in trappola. Il primo giorno di riprese parlo con la segretaria di edizione e le dico: Bella, guardi, sono così, passiamolo bene, non soffrire, ti prego. La continuità è per un altro cinema e per la TV”.

Una lezione di cinema offerta da uno dei migliori cineasti del momento, ma non chiedetegli che tipo di regista sarebbe stato Pablo Neruda: “Non posso risponderti, ho letto tre biografie, la sua autobiografia, ho letto quasi tutta la sua opera, ho fatto un film che s’intitola Neruda, ma non ho la più pallida di chi fosse Pablo Neruda. Questo è la cosa affascinante, è incatturabile, è impossibile da acciuffare. È inaccessibile, ci sono così tante sfaccettature, non lo saprò mai… non lo so, immaginati Neruda con una telecamera, pazzesco…. non lo so!”

Se volete sapere con chi si identifica Pablo Larraín dovete aspettare la fine del film, mentre potete scoprire come ha scelto i due attori protagonisti Luis Gnecco e Gael García Bernal: “Sì, non dall’inizio perché ci abbiamo messo molto a scrivere, quando avevamo già confermato il cast abbiamo dovuto posticipare perché non avevano chiuso i finanziamenti e dovevamo aspettare Gael. Mentre Luis Gnecco che è sempre stato grassottello, era dimagrito per la prima volta nella sua vita, era magro come una pietra. L’ho portato al mio ristorante italiano preferito a Santiago, lui aveva chiesto un’insalata, gli ho preso la mano e gli ho chiesto: Fratello, vuoi fare Neruda? – Sì – Devi ingrassare” E lui: Noo, è la prima volta nella mia vita che perdo peso e gli ho detto: Non possiamo avere un Neruda magro… è impensabile, e gli ho ordinato una carbonara. Siccome abbiamo dovuto aspettare così tanto… abbiamo fatto Il Club, in sette mesi di pausa. Ma avevamo già scelto gli attori dall’inizio. È stato bello fare le ultime versioni della sceneggiatura con gli attori in mente, per esempio abbiamo dato più voce in off a Gael perché è misterioso e usi gli attori nel miglior modo possibile”. 

(chiara laganà)

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