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Solo, il regista e il cast parlano della serie TV di Canale 5

Protagonista Marco Bocci infiltrato nella ‘ndrangheta. Diretta da Alhaique

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di Redazione | 2016-11-26 5/11/2016 ore 19:03
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:42)

È stata presentata oggi Solo, la nuova miniserie TV di Canale 5 che esordirà il 9 novembre. Diretta da Michele Alhaique e interpretata da Marco Bocci, Peppino Mazzotta, Diane Fleri, Renato Carpentieri e Carlotta Antonelli, la serie TV prodotta da TaoDue è composta da quattro puntata da 100 minuti. Alla conferenza stampa erano anche presenti anche il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho e il questore del comune calabrese Roberto Grassi e il giornalista calabrese Giovanni Tizian. Le riprese della miniserie TV sono state effettuate fra Roma e Gioia Tauro, dove la serie è stata girata.

Soddisfatto il regista (e attore) Michele Alhaique: “Non posso anticipare molto, la storia è quella di un poliziotto infiltrato in una famiglia di ‘ndrangheta, quando scende in Calabria scoppia una faida tra la famiglia e un’altra ‘ndrina e lui sarà costretto, suo malgrado, a difendere la famiglia in cui si è infiltrato. Il poliziotto che diventa un po’ criminale, in Calabria scopre un mondo che è rappresentato da una famiglia, con un boss in ascesa e c’è una linea sentimentale, lui ha una donna, Diane Fleri, la sua vita verrà messa in crisi quando il suo lavoro da infiltrato diventerà profondo”. Il ruolo del protagonista è affidato a Marco Bocci, mentre il giovane boss ha il volto dell’attore calabrese Peppino Mazzotta. Per Marco Bocci è un ruolo completamente diverso da quello di Calcaterra: “È un lavoro totalmente diverso, è assurdo portare in un nuovo lavoro, un altro personaggio. È una serie che cerca di raccontare le cose in un modo il più reale possibile”.

Ad aggiungere realtà e a confermare che le dinamiche di Solo corrispondo al vero, due cariche giudiziarie della città di Reggio Calabria, a cui sia Gioia Tauro che Palmi, dove è stata girata la serie TV fanno provincia: il procuratore Cafiero De Rahoil questore Grassi e il giornalista Giovanni Tizian che vive sotto scorta dopo aver scritto una serie di articoli sulla ‘ndrangheta e la camorra. Cafiero De Raho ha sottolineato l’importanza di una serie come Solo: “Ho riscontrato in questa prima puntata l’ambiente che viviamo e contrastiamo nella provincia di Reggio Calabria, effettivamente la provincia esiste, c’è il crimine, detta le regole, consente un accordo fra le stesse cosche che operano sul territorio, in questo territorio la ‘ndrangheta si muove con comportamenti che ricordano il Medioevo, una signoria assoluta nei confronti di tutti, una ricchezza sconfinata, abbiamo sequestrato – solo nel porto di Gioia Tauro – una tonnellata  e mezzo all’anno di cocaina, ma altre dieci tonnellate entreranno se tutto questo viene reinvestito immaginiamoci quale inquinamento ha l’economia nel nostro Paese”.

La ‘ndrangheta è ovunque, “fornisce di cocaina nel mondo, non anticipa i pagamenti, addirittura in Colombia, hanno tenuto in ostaggio un uomo colombiano perché non ricevano la merce a Platì. È gente che usa i metodi mafiosi e nello stesso tempo è a capo di aziende”, ha aggiunto il procuratore Cafiero De Raho. “Quello che mi ha colpito di Solo è la parte che riguarda l’infiltrato, colui che rischia momento per momento la propria vita, un’indagine limitata al traffico degli stupefacenti, per lui diventa rischioso condurre le indagini”, commenta il procuratore. L’inquinamento delle istituzioni è il maggior nemico della lotta alla ‘ndrangheta, “è l’elemento di maggior pericolo per l’infiltrato ed è la forza – allo stesso tempo – della ‘ndrangheta. È parte dell’antistato, ma fa parte dello stato, ha dei soggetti che contano a cui può ricorrere nel momento in cui ha bisogno”, ha aggiunto il procuratore di Reggio Calabria.

Solo ha due protagoniste femminili, una è Diane Fleri che interpreta Barbara e l’altra è Carlotta Antonelli che interpreta Agata, la figlia ribelle del boss, un altro elemento colto perfettamente dalla serie TV secondo Cafiero De Raho: “La figlia del capocorda è costretta a vivere una vita di schiavitù, dentro la casa la donna non ha diritti, è figlia, poi diventerà moglie, poi madre,  ma i diritti che dovrà far rispettare sono quelli della cosca, dovrà insegnare ai figli i metodi del marito e del padre, i figli dovranno essere come i familiari. Anche questo corrisponde al vero, è importante che la gente lo sappia perché così capiscono e la violenza con cui si impongono e quali sono le regole che vogliano essere osservate”, ha continuato il procuratore.

La figura femminile indipendente finisce o “per essere uccisa o per collaborare con la giustizia”, ha aggiunto. Anche il questore Grassi ha commentato la serie TV Solo e si è soffermato sulla figura femminile della fiction di Canale 5. “La donna conosce tutti i segreti, è nelle retrovie ma ha un ruolo di fondamentale importanza, pensate che nelle inchieste esiste una figura, la sorella d’omertà, il grado è riconosciuto dalle donne che sistemano e curano le questioni logistiche dell’organizzazione. La donna conosce tutti i segreti, in una vecchia attività investigativa, quando ci fu un conflitto, la madre della vittima ebbe a dichiarare sentenza di morte davanti alla cappella di famiglia, dove era stata sepolta la vittima”, ha ricordato.

Per Cafiero De Raho Solo ha anche ben trasmesso sullo schermo la solitudine delle istituzioni in Calabria: “L’infiltrato è l’emblema di quella parte di stato che s’impegna, che rischia e che riesce a conseguire dei risultati lottando contro la ‘ndrangheta, e, purtroppo, quella parte dello stato è completamente isolata ed è proprio quello che viviamo a Reggio Calabria, laddove si è totalmente soli, la nostra vita è ufficio, caserma, questura e nuovamente ufficio, non esiste la possibilità di relazionarsi con l’esterno, perché l’esterno è confusione ed è una società collusa e soggiacente con la ‘ndrangheta. È una realtà che deve cambiare e vedere anche in TV un programma efficace e importante, è una grande gioia”.

Anche per il questore Grassi, Solo “risponde alla realtà”,  complimentandosi con il protagonista Bocci, “seppure le regole sono diverse, l’agente sotto copertura rappresenta il mestiere con le tensioni e i conflitti che maturano al loro interno. Quando dirigevo lo SCO si prestava una grande attenzione alla formazione degli operatori di polizia, vengono utilizzati in casi di estrema rilevanza perché immaginate il pericolo che può conseguire quando s’infiltra un operatore sotto copertura nelle cosche di ‘ndrangheta e cosa nostra”.

Anche il giornalista calabrese Giovanni Tizian, che vive sotto scorta per gli articoli sulla ‘ndrangheta e la camorra che ha scritto, ha parlato di Solo:  “Finalmente una fiction sulla ‘ndrangheta, un’organizzazione è difficile da capire, da comprendere anche per la parola difficile da pronunciare. È quasi respingente rispetto alle altre mafie, si è letto e visto tanto sulla mafia e sulla camorra, ma sulla mafia calabrese c’è pochissimo, questa serie affronta la questione con due aspetti positivi: lo stato, che ha la passione per combatterla non racconta il punto di vista del criminale, e la seconda è la figura della donna che prova a rompere quelle regole di omertà cosa che sta avvenendo in Calabria”.

“Finalmente in Calabria, dopo la strage di Duisburg, sono stati inviati i migliori investigatori per contrastare il fenomeno. Vedere tutto questo in una serie TV aiuta tutti nel comprendere questo fenomeno perché è complicato, con molte regole simili alle logge segrete, un mondo difficile da penetrare. Conosco la brutalità del fenomeno, venendo dalla Locride, ci sono tornato per lavoro e ho visto le piantagioni dei clan di marijuana in quella che viene chiamata la Colombia d’Italia. La Calabria mi ricorda lo Stato del Sinaloa”, mentre il Messico è stato ritratto in film, la Calabria non ha avuto lo stesso trattamento “Esistono tantissimi Chapo Guzmán, parlano in dialetto incomprensibile, chi ha vissuto in Calabria negli anni ’80 e negli anni ’90 ha vissuto la stessa crudeltà, c’era l’Anonima sequestri, la brutalità di quegli anni è servita per crescere”. Solo racconta dove siamo arrivati oggi, un punto raggiunto – secondo il giornalista – grazie alla brutalità degli anni passati pagata “sulla pelle degli onesti”, una regione che vive “un’emigrazione giovanile fortissima”, molti ragazzi sono andati via, pochi sono rimasti. “Quando il procuratore e il questore dicono che la loro vita in Calabria è limitata, questo è drammatica, ci racconta un territorio in cui non si distingue il bene e il male, la linea fra le due cose non è netta, capita di incontrare gli invisibili riservati”, i prestanome “che hanno tenuto a scacco un’intera regione”, ha continuato il giornalista. “La forza della mafia calabrese si sviluppa su più livelli, questi livelli servono ad aggredire l’organizzazione. Prima di tutto, Solo può dare una mano con i giovani, e prendere coscienza che può esistere una risposta culturale”, dalla cultura può venire una risposta alla lotta alla ‘ndrangheta: “Serve la repressione, ma serve soprattutto che la cultura dia una mano ai giovani che sono rimasti in quel territorio”, ha concluso il giornalista.

Il regista è soddisfatto di aver riportato l’attenzione sulla Calabria: “Gomorra rientra nel crime, qui siamo di fronte a un poliziesco, lo spettatore scopre attraverso i suoi occhi. Io racconto dell’indivualità, Marco rappresenta de se stesso, lui va oltre le regole per raggiungere il suo obiettivo, questo m’interessava. Il Messico, la Sinaloa, sono territori sfruttati tantisismo dal cinema, credo che la Calabria possa essere raccontata nella sua potenza visiva, anche al cinema e non solo nella serialità, è un posto a cui viene impedito uno sviluppo”.

Solo per Pietro Valsecchi risponde alla produzione di TaoDue, iniziata 25 anni fa con il racconto di Ultimo: “Tante storie di eroi civili, di eroi positivi, eroi presi dalla strada, Marco è un poliziotto qualunque, una storia di nostri concittadini e fratelli che ci fanno vivere in un Paese più sicuro. Volevamo raccontare una storia che attivasse le coscienze, guardare la TV anche per conoscere una parte del Paese. Una giornalista mi ha raccontato questa storia, la TaoDue torna e racconta storie di personaggi straordinari”. A breve in TV potremmo vedere le storie di Mario Francese (giornalista ucciso dalla mafia), Renata Fonte (ambientalista uccisa per il suo impegno contro la speculazione edilizia in Salerno), Libero Grassi ed Emanuela Loi, la poliziotta della scorta di Berlino quattro storie che vedremo in TV in Liberi sognatori – Le idee non si spezzano mai.

Sono storie da raccontare, “non bisogna solo raccontare la storia della criminalità”, raccontare queste storie è importante per noi e per i giovani”.  Per il regista, invece, non c’è nessun secondo fine. Solo per il protagonista, lodatissimo Marco Bocci: “È una serie che si muove con dinamiche contemporanee, mette in scena dinamiche di vita in modo realista, senza spettacolarizzare né il bene, né il male. Marco non è un eroe, è un personaggio reale e umano che cerca di affrontare alcune dinamiche, commette errori e ha anche tentazioni, si confonde le idee. Si è data molto importanza alle dinamiche narrative reali”.

Per il procuratore Cafiero De Raho ha spiegato perché non si parla spesso di ‘ndrangheta, è la stessa organizzazione criminale a volerlo. La ‘ndrangheta decide come si parla della Calabria: “Lo ha voluto, non esistono testate nazionali, non arrivano i giornali, ci sono solo giornali che leggono i calabresi e che scrivono quello che vogliono. Solo nei moemnti dei fatti eclatanti la nazione si ricorda della Calabria, è un territorio dimenticato, esistono delle coste dove non va nessuno, non c’è turismo. Africo o altre realtà di questo tipo, non hanno nulla, se qualcuno si bagna, viene allontanato, non vogliono essere contaminati dal progresso e dalla conoscenza. Non vogliono che ci sia una comunicazione di quello che succede in Calabria. Qualcosa sta cambiando”… E lo speriamo bene. 

Le dichiarazioni di Marco Bocci, Diane Fleri e Peppino Mazzotta

(chiara laganà)

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