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Agnus Dei, Anne Fontaine parla del suo film

Basato sulla storia vera di un gruppo di suore polacche stuprate nel 1945

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di Redazione | 2016-11-26 13/11/2016 ore 20:20
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:43)

Agnus Dei è un film diretto da Anne Fontaine ed è basato su una storia vera e sarà al cinema il 17 novembre, a Roma e a Milano, e il 24 nel resto d’Italia.  Siamo in Polonia, nel 1945, la guerra è finita già da qualche mese e un medico della croce rossa francese, Mathilde, scopre l’impossibile: sette suore vive nascoste in un convento, le consorelle sono incinte e sono state stuprate dai soldati sovietici.

Il film è stato presentato qualche giorno fa a Roma dalla regista Anne Fontaine, suor Carmen Sammut, presidente dell’Unione Internazionale delle Superiori Generali e da Lucetta Scaraffia, storica e direttrice di Donna, Chiesa, Mondo, il femminile dell’Osservatore Romano.

La storia descritta dal bellissimo film della regista francese è “l’indescrivibile”, è qualcosa di difficile da immaginare, Anne Fontaine ha descritto così com’è stato calarsi in questa storia: “È un incontro di soggetti determinanti, non si può raccontare una storia del genere senza implicarsi nella vita del convento, nei riti, nel ritmo, nel mistero e nella fragilità della fede, ho lavorato in modo molto speciale. Ho partecipato a dei ritiri per scoprire com’era la vita all’interno di un convento, ho capito che dovevo avvicinarmi all’interno di questa comunità religiosa. Ho scoperto la drammaturgia della vita di un convento, noi pensiamo che la vita sia regolamentata all’interno di gruppo, un gruppo che segue le stesse regole e sensibilità uguali, invece, si scopre che è come stare in famiglia, esistono sensibilità e individualità diverse. Fragilità, individualità, e la fede non è la stessa per tutte le suore e non è così solida e ferma, questo mi ha permesso di avvicinarmi alla storia in modo diverso e di dirigere in modo diverso le differenti attrici che ricoprono ruoli diversi e hanno diverse reazioni rispetto a un evento così drammatico”.

“Il film è come un millefoglie ci sono molti strati che si sovrappongono e di fronte a un evento del genere – continua la regista – bisogna tenere un equilibrio molto sottile, con mistero e grazia per non schiacciare i personaggi, senza lasciarli piatti, rispetto a quello che vivono, per lasciare loro una possibilità. Per tutto il film c’è la speranza rappresentata dal medico e dalla giovane suora, questa poi è il maniera di dirigere, essere sensibile il più possibile”.

Agnus Dei, titolo francese Les Innocentes, le innocenti, è interpretato da attrici fantastiche, il cast tutto al femminile del film ha come protagoniste la francese Lou De Laâge, le due polacche Agata Buzek e Agata Kulesza. “Lou De Laâge, la conoscevo, ma aveva solo interpretato il ruolo di donne molto giovani, è la prima volta che ne porta sullo schermo una adulta. Quindi le ho fatto alcuni provini e ho notato che il suo volto esprimeva bellezza, grazia e determinazione, fondamentale per il suo ruolo. Le due attrici polacche, c’è una scuola d’interpretazione eccezionale, sono stata impressionata dalla loro bravura. Agata Kulesza interpreta la Madre superiora ed era in Ida la zia, ed è irriconoscibile. Quando l’ho conosciuta, era talmente sexy che mi sono detta, è impossibile che faccia questo ruolo. Mi ha chiesto di fare delle prove indossando un velo e questo ha cambiato immediatamente il suo volto. Agata Buzek, invece, che è suor Maria, ha dovuto imparare il francese per il ruolo ed è molto famosa in Patria ed è una sorta di Cate Blanchett lì, recita in teatro, un viso bello, eccezionale, intelligente e spirituale”. 

In Agnus Dei si toccano i temi della femminilità e della spiritualità, una dicotomia che stride, non è d’accordo suor Carmen Sammut: “In questo film, come nella vita, il cammino della spiritualità, di una vita religiosa è una scelta di essere madre in qualche senso, nel punto di vista non naturale, ma al servizio delle persone, attraverso le preghiere e l’azione, non vedo una dicotomia fra i due modi di essere donna. Quello che ho amato molto i questo film, le sorelle che hanno fatto voto di castità e non possono essere madri in senso fisico, per esempio non si lasciano toccare anche dal medico, negano quello che è successo, e poi quando diventano madri, ce n’è una, in particolare, che dice: adesso so che sono, sono madre”.

“La questione è quella di fondo del film a cui Agnus Dei risponde in modo profondo. Queste donne riescono a mettere insieme la loro scelta ascetica e il loro corpo di donna, il corpo materno, il film è come queste due identità, all’inizio conflittuali, alla fine riescono a convivere insieme in modo armonioso, in nome dell’altruismo e della generosità ed è proprio il corpo delle donne a fornire la soluzione. È un film in cui il simbolismo del corpo femminile assume un significato profondo”, ha aggiunto Lucetta Scaraffia.

La storia di Agnus Dei si continua a ripetere, le suore, le religiose e le donne sono ancora oggi vittime di stupro nelle zone dove sono in atto alcuni conflitti: “Quando ho scoperto questa storia mi ha sconvolto personalmente, è ispirata a fatti realmente accaduti, ma dovevo incarnare questa storia. Il diario di questo medico descrive semplicemente i fatti : aver incontrato delle suore incinte, ma rimaneva molto freddo. Ho anche incontrato delle sorelle vittime di stupro da parte dell’armata rossa, ma ho dovuto ampliare la storia del film. Mi ha colpito molto questa storia, probabilmente, è dovuto al fatto che la mia famiglia è religiosa, mio padre era organista e ho due zie suore, ma volevo che questa storia rappresentasse l’oggi, non volevo che fosse un film in costume. Sì, lo è, ma ho deciso di aggiungere una certa modernità, è in un certo senso senza tempo dal punto di vista visuale, ma  è qualcosa che succede nei Paesi in guerra o nei Paesi in cui esistono dei fanatismi”.

Gli stupri nella Chiesa non sono una novità, nel 1992 le suore furono violentate dai soldati serbi, ma lo stupro come arma di guerra non è una novità. “Sono dei fatti completamente nascosti e dimenticati in Polonia, ho dovuto fare delle ricerche molto precise, anche gli storici polacchi che ho contattato non n’erano al corrente. È accaduto in tre regioni della Polonia, ma non credo che la Chiesa abbia avuto una reazione riguardo a questi stupri, né il Vaticano. Il film è stato proiettato in Vaticano, qualche mese fa e c’erano solo religiosi e uno, il vescovo Carvalho ha detto che è un film terapeutico per la Chiesa”.

Suor Sammut ha ricordato il coraggio di una sua consorella, superiore generale all’epoca: “Le prime denunce di stupri risalgono al 1998, una delle sorelle che mi hanno preceduto aveva denunciato che c’erano ancora delle consorelle e delle donne vittime di stupro all’interno della Chiesa, questo è stato molto difficile ammettere e portare alla luce. Quest’anno le suore – durante la riunione di congregazione – dei Paesi più colpiti dalle violenze, mi hanno detto di ringraziare la sorella che aveva parlato nel 1998 perché grazie a lei oggi ne possiamo parlare”.

Lucetta Scaraffia ha raccontato degli stupri durante la guerra nella ex Jugoslavia: “I monasteri in cui sono avvenuti gli stupri sono stati cinque, il Vaticano non ha mai ammesso che siano avvenute queste violenze e non si è mai saputo che fine abbiano le suore che sono rimaste incinte perché se le suore sono solo violentate possono rimanere nel monastero, quelle incinte sono state esplulse e sono state aiutate a sopravvivere con i loro bambini. Su questo tema sono uscite lettere, denunce e anche una falsa lettera di una suora che voleva denunciare la situazione che era quella di doversene andare e abbandonare una vita religiosa a cui si sentiva ancora legata. Il problema è molto grave ed emerge tutte le volte che si parla di questo, tempo fa in una riunione nel Vaticano si è parlato di stupro di guerra, la baronessa Henry ha organizzato l’incontro e si è parlato di donne violentate. Una riunione segreta, spesso le suore vengono violentate, quando le religiose aiutano le donne che sono vittime di stupri di guerra si espongono ancora di più. In Africa, dove le suore accolgono le donne vittime di stupro insieme ai loro figli, anche loro possono continuare”, ha aggiunto la storica.

“La cosa più grave, denunciata nel 1998 è che molti di questi stupri avvengono all’interno della Chiesa, le gerarchie ecclesiastiche nei confronti delle religiose, sia in Africa che in Asia. Sono stupri e non stupri di guerra e in questo caso è ancora più grave che le donne vengano allontanate dalla vita religiosa. Questo film aiuterà sicuramente”, ha aggiunto la storica e direttrice di Donna, Chiesa e Mondo.

Nel film, la vita delle suore-madri viene cambiata grazie da un’idea che ha il medico francese, un’idea che ricalca gli anni di assistenza agli orfani che la Chiesa e le suore hanno fatto in passato: “L’idea è nata dalla dottoressa e da suor Maria, non è la dottoressa che impone la sua idea, ed è nata in un certo senso all’interno del convento. Anche qui mi sono ispirata a fatti reali, non gli stessi, infatti nel film ci sono più fatti reali che si mischiano. Ho conosciuto in Vietnam, alcune suore che avevano accolto i figli nati da uno stupro in alcuni conventi e ho trovato che fosse l’unica soluzione possibile nel film, una sorta di liberazione, un’idea ingegnosa, la fine si è quasi imposta in modo naturale. Non ho fatto delle ricerche sul post, non so che fine abbiano fatto quei bambini che sono nati in Polonia negli anni ’40”.

“Nei monasteri esisteva la ruota, dove si mettevano i bambini non desiderati, le suore hanno sempre avuto i bambini fra le mani – ha precisato Lucetta Scaraffia – E quando non esisteva ancora il latte artificiale, negli anni ’30, si affidavano solo al latte materno, dovevano essere affidati a una balia per essere allattati, venivano portati fuori per la loro sopravvivenza, qui la differenza è che le suore avevano il latte. Sempre sono stati raccolti i bambini abbandonati dalle suore, ma in età avanzata”.

Un cast tutto al femminile e di conseguenza nel film Agnus Dei le donne sono le eroine, ma non lo sono nella Chiesa: “Quello che è stato presentato in questo film è uno dei problemi fondamentali, non si può avanzare come donne nella Chiesa cattolica chiedendo posti e ascolto nella gerarchia ecclesiastica se prima non si aiutano le donne vilentante nella Chiesa stessa e non viene risolto il problema dei figli di queste religiose, se non esisterà un’emancipazione di serie A delle donne religiose laiche ascoltate dalle gerarchie e restano delle donne che sono vittime di un’ingiustizia”, ha risposto Scaraffia.

“Sono d’accordo con lei – ha aggiunto suor Carmen – la donna ha già un posto come donna nella Chiesa, ma è vero che si deve dare uno spazio a queste sofferenze. Le donne soffrono nel proprio corpo, nel cuore e nel proprio animo perché non c’è spazio per esprimere la propria opinione, questo deve avvenire perché se no la Chiesa non sarà mai completa, anche perché più della metà della chiesa cattolica è donna. Molte donne sono le vere ‘operaie’ della Chiesa, in quest’anno non si tratta solo degli stupri, moltissime suore vengono uccise perché vivono in zone di frontiera, di guerra, le religiose che decidono di restare, questo va riconosciuto a livello ufficiale”.

“Lo stupro è un’arma di guerra, oggi del tutto banalizzata. La violenza a queste donne è inaccettabile, nulla interrompe queste violenze. Si tratta di uno stupro doppio perché è contro la donna e la donna religiosa”, ha aggiunto la regista Anne Fontaine.

All’inizio del film, molte suore “negano” il fatto stesso di essere incinta: “Negare la verità è stata una scelta di regia, è stata un’interpretazione veritiera di quello che sarebbe potuto succedere all’interno del convento, in cui seguono le regole e con la paura. Se non ci fosse stata la disobbedienza positiva della novizia all’inizio del film, tutto sarebbe potuto essere peggiore. Senza anche il coraggio del medico francese va contro la sua gerarchia: disobbedisce al capo, mette la propria vita a rischio. Mi interessava come la trasgressione nei confronti all’autorità rende tutto questo possibile. Abbiamo un medico che è razionale, non ha nessun contatto con la spiritualità e termina per capire cosa succede a queste suore. All’inizio non comprendeva la loro chiusura, ma poi il suo atteggiamento cambia e questo incontro fra i due universi permette il finale del film”, ha spiegato il regista.

“Grazie al coraggio della madre superiora generale vent’anni fa ha portato alla luce questi fatti con coraggio e ha resistito alle pressioni di zittirla. Spero che si vogliano eliminare queste vergogne, penso che si possano solo eliminare se punite e questo avviene solo se vengono alla luce. Sta alle donne portarle alla luce, la situazione deve cambiare, penso che sia un problema di donne”, ha affermato Scaraffia.

La regista per rendere ancora il film più reale ha chiesto aiuto – e partecipato ad alcuni ritiri – a un padre benedettino francese e ha raccontato come anche la Chiesa francese ha avuto interesse che si raccontasse questa storia. Quanto alle attrici usate nel film, sono talmente credibili da sembrare delle vere suore: “Erano 17 e fra di loro c’erano alcune delle attrici migliori in Polonia”. Il film è stato girato in un vecchio convento abbandonato e a collaborare con il team polacco – che ha aiutato a realizzare il film della regista francese – c’era un prete che andava in giro in Harley Davidson: “Questo va contro tutti gli stereotipi della Chiesa”, scherza la regista.

Cresciuta in ambiente cattolico, il suo rapporto con la fede non è cambiato dopo la realizzazione di questo film: “Mi ha permesso di incontrare delle persone che non avrei mai conosciuto se non avessi fatto questo film, ho conosciuto degli uomini e delle donne originali che non rappresentano assolutamente gli stereotipi, i cliché che si possono avere nei confronti dei religiosi o dei monaci. Non ha cambiato la mia fede, ho la fede nelle persone, nel cinema, non sono cristiana nel senso religioso del termine anche se sono stata cresciuta in un ambiente cattolico, io penso che il film è indirizzato a persone che vogliono fortemente qualcosa e quello che c’è più di forte è la vita, crediate o no in Dio. Non ha cambiato la mia posizione esistenziale, ma mi ha permesso di incontrare persone che mi hanno arricchito in modo spirituale, essere credenti è un lavoro che va costruito, deve essere bello, mi ha toccato di incontrare persone del genere, se faccio un film sui poliziotti… incontrerò degli agenti. Volevo dare l’idea della resilienza, volevo raccontare che i due mondi, queste donne donano la vita anche se non sono pronte a esserlo, essere madre è essenziale anche se frutto di una violenza terribile, come creare la vita anche se è legato a una violenza, sono domande, è difficile rispondere, non c’è una moralità, lo spettatore guarda il film ed è lui stesso a vedere il film. Non c’è pedagogia, è un’avventura umana, dura e bella allo stesso modo”.

Altre dichiarazioni della regista

(chiara laganà)

 

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