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The Habit Of Beauty, Mirko Pincelli presenta il film

Anche il produttore, Enrico Tassarin, parla del lungometraggio. In sala il 22 giugno con Vincenzo Amato, Francesca Neri e Nico Mirallegro

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di Chiara Laganà | 2017-07-21 22/06/2017 ore 16:35
(ultimo aggiornamento il 21 Luglio 2017 alle ore 10:15)

The Habit Of Beauty è il primo lungometraggio di finzione di Mirko Pescucci

The Habit Of Beauty racconta il dramma di due famiglie in Italia e poi a Londra. Una coppia non riesce a superare la più grave delle perdite. Un ragazzo fatica a trovare la retta via una volta uscito dal carcere. Il regista del film, Mirko Pincelli, e il produttore e sceneggiatore Enrico Bussarin ci hanno presentato The Habit Of Beauty.

The Habit Of Beauty è stato girato fra il Trentino Alto-Adige e Londra, il film è stato dunque doppiato:

“La realtà è che comunque in Italia funzionano più i film doppiati e abbiamo pensato che fosse più giusto doppiare il film”.

Da dov’è nata l’idea di The Habit Of Beauty? “Come tutti i film, è una storia lunga. Io ed Enrico abbiamo lavorato per lungo tempo insieme, veniamo dai documentari quindi per me fin dall’inizio era importante parlare e raccontare storie che sentivo vicine a me e pensavo di conoscere. Il nostro intento era fare un film che parlasse a una realtà a noi vicina e di fotografia che comunque è una grande passione che io ho e che parlasse del dolore, visto sotto diverse prospettive. Il dolore è vissuto in modo diverso da persone con background completamente diversi e tutti si ritrovano”.

The Habit of Beauty parla dunque della disgregazione della bellezza:

“Per me può essere ovunque, possiamo trovare la bellezza nella casa, nella famiglia, apparentemente disastrata di Ian. E da lì il tema della famiglia cosa rappresenta la famiglia per un ragazzino Ian che trova quei valori in due persone, due italiani che non c’entrano assolutamente niente con lui”.

Il film è girato a Londra, non è un caso visto che il regista ha vissuto lì 13 anni della sua vita:

“Sono andato via che ero un ragazzino e in parte sono cresciuto lì. Sono arrivato a 18 anni e ho vissuto questi anni da italiano, immigrato, in un Paese relativamente nuovo perché usanze, stili, la cultura è diverso. Da italiano che ha vissuto tanto là, mi sono reso conto che noi italiani ci siamo abituati alla bellezza del nostro Paese, nostre tradizioni che ci legano alla famiglia e sono più importanti in Paesi come l’Inghilterra sono più sbiaditi”.

The Habit Of Beauty è un film indipendente co-prodotto con l’Inghilterra, Enrico Tessarin parla dell’aspetto produttivo:

“Come Mirko, io sono ancora a Londra. L’abbiamo scelta come progetto, abbiamo iniziato come produzione inizialmente solo inglese e poi siamo arrivati in Italia e abbiamo lavorato con delle persone incredibili: dal casting director ai produttori, gli attori, la troupe. Dunque la produzione è diventata sempre più italiana”.

“Bisogna essere anche realistici, quando si fa il primo film, completamente diverso rispetto alla finzione e ho pensato che fosse importante circondarmi dalle persone, dalle quale potessi imparare dalla loro esperienza che nei film è tutto. Ovvero l’aiuto, il credere in comune come in famiglia con un obiettivo comune: realizzare un film, realizzare una storia per me era fondamentale, non avrei fatto altrimenti”.

The Habit Of Beauty può contare su Francesca Neri come protagonista. Vincenzo Amato, Elena Cotta e anche il cast inglese. È stata una responsabilità dirigerli?

“Lo è prima di partire, poi è un’agevolazione, ti ritrovi con delle persone che hanno molta più esperienza di te. L’unione fa la forza nei film come in tutto e penso sia stata la scelta giusta”.

Temi come la famiglia, il lutto, l’arte forse non sono “tipici” di un ragazzo giovane come il regista:

“Sono ed erano temi molto forti di me, c’è tanto di autobiografico: ho perso delle persone che per me erano importanti. Ho perso delle persone che erano importanti per me, la fotografia ha sempre giocato un ruolo importante per me a livello espressivo. È raccontare delle storie che non ci sono distanti. Abbiamo raccontato delle storie e delle realtà che sentivamo nostre”.

Mirko Pincelli aveva già “diretto” il dolore in alcuni dei documentari che ha realizzato come regista: Uspomene 677, Micro-budget, My Words and I e The Tears List. Enrico Tessarin è anche l’autore della sceneggiatura, ha spiegato il legame con Ken Loach che non si esaurisce solo con una delle protagoniste Kierston Wareing:

“Quando siamo partiti, c’era molto di autobiografico. Per me è stata la mia prima sceneggiatura per un lungometraggio e potevo partire solo da quello che sapevo. Mio papà stava morendo quando abbiamo iniziato il film e poi sono mancate persone vicino a Mirko. E in Inghilterra, io ho iniziato facendo workshop di video in prigione. Il ragazzino Ian, è reale. Quindi l’omaggio a Ken Loach mi rende orgoglioso, ma non siamo partiti per fare il film alla Ken Loach, ma abbiamo raccontato delle storie vere”.

I due sono reduci dall’esperienza sul campo per una serie di documentari:

“Abbiamo lavorato in Bosnia, in tutti i posti e ci siamo ritrovati con un ragazzino di 17 anni, non era balbuziente, ma era completamente analfabeta nel centro di Londra. Faceva fotografia perché era l’unica cosa che riusciva a fare visto che non sapeva né scrivere e né leggere. Ci siamo chiesto se questo ragazzino avesse una famiglia italiana, cosa sarebbe successo? E poi noi, da italiani a Londra, siamo un po’ divisi fra italiani e inglesi. Io ho vissuto lì 22 anni, qui non ci capisco più nulla”.

A prendere la parola è il regista Mirko Pincelli:

“Prendo Ken Loach come un complimento, anche se solo uno spunto, un’ispirazione. Io ho vissuto per anni nella casa di Ian, la casa è esattamente così. C’è una famiglia indiana che vive lì, questa realtà che può sembrare esasperata è esattamente così. Io sono cresciuto con una famiglia così al piano di sopra, li sentivo dalla mattina alla sera. Il lavoro che fa Ken Loach è puramente d’osservazione, ha fatto sempre film a temi che lo interessavano”.

La sceneggiatura parla di una tipica famiglia working class inglese:

“Dopo diverse proiezioni del film, ci hanno fatto i complimenti, ci hanno detto che abbiamo rappresentato la working class così com’è”.

The Habit Of Beauty ha fatto il giro dei festival: “È fondamentale se sei una produzione piccola, il festival è lo spazio di cui un film come questo ha bisogno. È difficile distribuire un film del genere all’estero, è essenziale partecipare ai festival”.

Il film non è ancora uscito in Gran Bretagna: “È stato solo proiettato a un festival, ma non siamo ancora andati in sala, ma era importante per l’Inghilterra che il film uscisse in Italia”.

Enrico Tessarin racconta dell’esperienza a un festival di Los Angeles: “Mi ha colpito la loro accoglienza e anche a loro è piaciuta la storia di Ian”.

La colonna sonora del film è firmata da “un regazzo come noi, con cui abbiamo lavorato sempre insieme: si chiama Peter Michaels che ha composto otto delle dieci tracce nel film. È stato un bel percorso, vari tocchi ed elementi, compone tutto lui”.

In The Habit Of Beauty a interpretare Ian c’è il giovane attore italo-inglese Nico Mirallegro:

“Per me da regista è stato un regalo lavorare con lui, hai di fronte un ragazzo giovane che lavori così. Era al 100% in simbiosi con me, con il film e con le scene. Ha fatto un lavoro grandioso, era un mondo a lui lontano: ha imparato a balbettare, si spostava a Londra di quartiere in quartiere. È stato un regalo, lavorare con lui”.

Nico Mirallegro è molto famoso in UK: “La casting director inglese, Maureen Duff, è una persona di grande esperienza, ha lavorato per The Beach. Per il ruolo di Ian abbiamo visto 73 ragazzi, lui era il 72esimo. Ho fatto anche scouting in alcune zone per trovare ragazzi non professionisti, alcuni membri della gang sono stati scelti così. Cosmo, il ragazzo rasato è ora in Lady Macbeth. È stata una bella esperienza lavorare con delle persone fresche vogliose di fare esperienza come noi”.

Il cast inglese è completato da Noel Clark, Nick Moran e Kierston Wareing, i due hanno recitato accanto ai due protagonisti italiani Vincenzo Amato e Francesca Neri:

“Ogni attore si porta dietro un bagaglio che fa parte del mondo in cui vive. Gli attori inglesi sono molto più disposti a seguirti. Non hanno limiti o richieste strane, è stato bello lavorare con loro per l’esperienza che avevano e perché non hanno appesantito a livello di costi o di produzione”.

Enrico Tessarin torna a parlare di Nico Mirallegro:

“Noi non avevamo idea di chi fosse, non sapevamo che avesse avuto una nomination ai BAFTA. Poi è esploso sullo schermo e quindi quello che è successo dopo, è merito non solo di Mirko. Guardandolo sullo schermo ci siamo resi conto che fosse meglio di tutti gli altri. Sta facendo il prossimo film di Mike Lee, siamo contenti di averlo scoperto. A livello di social media, lui ha fatto un tweet sul film, un anno e mezzo fa ed è stato ritwittato 1.400 volte”.

The Habit Of Beauty è anche il racconto di due padri Adam ed Ernesto:

“Il cambiamento nel padre di Ian, forse banalmente la realtà che aveva davanti Ian non è quella del film. Non diventa fotografo, ma continua a essere legato a quella realtà opprimente da cui proviene. È bello sperare, credo. Osservandomi vedendo il mio percorso, è bello sperare e credere che puoi proseguire un sogno. È un messaggio di Ian, magari non è realtà, ma è un messaggio per i giovani, per i ragazzi con una passione che vogliono entrare in un mondo diverso. Non bisogna vedere le sbarre a tutti costi, le incontrerai, è importante credere che puoi sorpassarle. È quello che succede a Ian, quando incontra i suoi due padri, il riavvicinarsi a lui, a dargli l’ok: puoi proseguire in questo percorso”.

The Habit Of Beauty è girato in Trentino, “è stato interessante, perché volevo girare il film in Toscana, perché erano zone che conoscevo molto meglio. Dopo aver passato qualche mese in Trentino, per capire, per avvicinarmi a questo mondo. Mi è sembrato perfetto perché era l’antitesi più lontana all’energia che ti passa Londra. Era importante il messaggio che passasse dal film, di questi due mondi lontani che però possono essere percorsi dalla stessa persona più di una volta”.

“Io sono di Torino, per me il passaggio alle montagne non è stato così difficile. Anzi lo sarebbe stato se il film fosse stato girato a Firenze. Per me in realtà lo vedo come l’esperienza dal paesino piccolo all’arrivo a Londra. Per noi è stato importante parlare di cosa significa essere working class, e la differenza di cosa vuol dire in Italia e in Inghilterra. Tutti e due siamo di famiglia operaia, tutti e due siamo andati all’università, io ho studiato Cinema, Mirko Fotografia e siamo figli di operai. Questa cosa in Inghilterra è impossibile, il figlio di operai non va all’università. Se va bene, finisce al lavorare con il padre, se va male va in carcere. Il padre della working class non porterà mai il figlio a una mostra, come ha fatto il papà di Mirko, come ha fatto mio padre. Per noi, questo è fondamentale, è un tema che ci ho messo 20 anni a capire”.

Mirko Pincelli non ha paura delle critiche negative: “Per me sono il consiglio del papà, sono importanti, fondamentali. Non credo nella perfezione a 30 anni, neanche a 70, 80 anni, se ancora farò film. Non vedo l’ora delle critiche per imparare, migliorarmi e portare avanti un lavoro in cui io credo”.

The Habit Of Beauty vi aspetta al cinema da oggi.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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