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In Guerra, Stéphane Brizé porta la battaglia per il (posto di) lavoro al cinema

Il regista francese più “schierato” dirige nuovamente Vincent Lindon, i due ci parlano del film in sala con Academy Two

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di Chiara Laganà | 2018-11-15 15/11/2018 ore 10:00

Vincent Lindon è il protagonista di In Guerra, un film che racconta la battaglia di un gruppo di operai per mantenere il posto di lavoro. Al cinema con Academy Two © 2018 NORD-OUEST FILMS

Arriva in sala In Guerra, l’ultimo bellissimo film di Stéphane Brizé, il più schierato fra i registi francesi, con nuovamente come protagonista Vincent Lindon. In Concorso al Festival di Cannes, In Guerra vi aspetta al cinema, distribuito da Academy Two. Brizé e il suo attore “feticcio” ci hanno parlato del film. 

In Guerra racconta della lotta di un gruppo di operai per mantenere il proprio posto di lavoro:: la Perrin Industries decide di chiudere uno stabilimento nonostante i buoni profitti, 1100 dipendenti rischiano di perdere il posto di lavoro, decidono di opporsi alle decisioni aziendali e sono rappresentati dal portavoce Laurent Amédéo. 

Il sindacalista ha il volto di Vincent Lindon, In Guerra è la quarta collaborazione fra l’attore e il regista Brizé (il ruolo del disoccupato Thierry Taugourdeau in La Legge del Mercato valse una Palma d’Oro a Lindon):

“Una delle ragioni per cui adoro lavorare con Vincent è che non c’è bisogno di dire nulla, parliamo di tutto, ma non di come fare un film insieme. Discutiamo della vita, delle donne, delle coppie, dei bambini, del cinema, del tempo che passa. Sul set lui infila i suoi passi sulle mie mie ombre, è in grado in modo naturale a dare corpo a un personaggio nato sulla carta che prende vita grazie a lui. È bello avere la fortuna d’incontrare qualcuno che rende giusta la partitura che ho immaginato scrivendo una sceneggiatura, è molto forte… Se fossimo una coppia nella vita, saremmo fantastici”.

Vincent Lindon prosegue il discorso del suo regista Brizé:

“Non diro molte cose differente, Stéphane non mi ha mai detto parliamo un po’ del personaggio. Anche perché per lui e per me non vuol dire nulla il personaggio, sono delle persone, ma i personaggi sono Napoleone e Robespierre, sono umani, si tratta di persone. Lui mi parla un po’ della storia e comunichiamo rispetto al nostro sentire. Se ripenso alle riprese di In Guerra, e lui mi avesse detto: ci vediamo alle 7 al bar per parlare del personaggio, mi sarei messo a ridere. Sarei tornato in camera e avrei chiamato un amico per dirgli: Stephane non si sente molto bene mi ha voluto parlare del personaggio! Non c’è bisogno di parlare di questo, discutiamo del movimento, ma neanche di questo, non parliamo mai delle cose prima che le faccia, magari dopo. Lui basta che mi dica: ho visto la scena sul combo, mi ha scioccato e io ho capito subito”.

Brizé ha specificato che si discute solo della “postura” del personaggio, Laurent Amédéo nel film può essere considerato un eroe, un uomo che si batte fino all’ultimo per salvare il suo posto di lavoro e quello degli altri mille colleghi, interpretare ruoli del genere non rappresenta un peso per l’attore francese:

“Quello che è interessante certe volte ho voglia di chiedere ai giornalisti, se mi facessero queste domande prima forse non mi presenterei sul set! Non mi pongo nessuna domanda, anche se mi sto flagellando, penso solo a delle stupidaggini. Sono arrivato sul set, mi flagello da solo, sono corso da Stéphane e gli ho detto mi dai un’altra camicia? Ce l’ho blu, ma la voglio di un altro colore, questo m’interessa! Me ne frego…”.

Stéphane Brizé torna e specifica che Amédéo stesso nel film non si sente come un eroe, anche se può essere visto così:

“Amédéo non pensa di essere un eroe, fa degli atti eroici, ma non si sente un eroe. Non prende il caffè la mattina pensando di esserlo. Come tutti grandi, come il caso dell’eroe della Resistenza francese, Jean Moulin, prima di rispondere alle domande dei nazisti non si sente un eroe, sarà la storia definirlo come tale”.

La “guerra” del titolo è quella fra un gruppo di operai e i capi d’azienda, per raccontarlo Brizé ha scelto di affiancare a Lindon una serie di veri operai, molti dei quali hanno vissuto momenti simili prima e dopo di girare il film:

“La storia delle fabbriche che chiudono è sempre esistita, ma è un fenomeno recente quello di chiuderle anche se fanno profitti: sono delle chiusure che hanno a che vedere con la Borsa e non con il mondo dell’industria. Non ci sono state difficoltà sul set, gli attori non professionisti non sono stati colpiti da questo. Al contrario, molti di loro dopo le riprese sono disoccupati o si trovano a negoziare un licenziamento collettivo, come nel film, mi hanno detto che è scioccante rivivere nel reale quello che avevano interpretato nel film. Uno dei ragazzi, non è un operaio, ma è un esperto dei “piani sociali”, accompagna gli operai nelle discussioni mi ha detto che si è ispirato a Vincent Lindon nelle negoziazioni e adesso ha un atteggiamento più aggressivo al momento delle discussioni con i capi”.

Lo stile del cinema “sociale” di Brizé ritorna anche nello splendido In Guerra, ritroviamo gli operai al centro della storia, operai che si sentono sempre “più oppressi” dalla loro condizione. Il prossimo film sarà più aperto alla speranza sempre con Vincent Lindon come protagonista?

“Prima di tutto lavorare di nuovo con Vincent è qualcosa che spero di fare, sempre se lui ne avrà voglia. Il film precedente che abbiamo fatto, La Legge del Mercato, dava la possibilità al personaggio di dire no a una situazione molto dolorosa, qui si traduce l’idea del reale. Non riesco a raccontare altre cose che non siano reali, come la sproporzione delle forze in campo, come la condizione degli operai che hanno quasi perso del tutto la loro battaglia, non riesco a raccontare altre cose che non siano lo stritolamento degli operai, se no mi trovo a scrivere una favola, voglio raccontare l’indecenza e l’obbrobrio della situazione odierna. Voglio emozionare raccontare il diritto e fino a che punto queste persone hanno il diritto di essere in collera, non riesco a mettere una fine artificiosamente positiva a un film perché la realtà è questa. Anche se ci sono delle battaglie sindacaliste che si concludono in modo positivo, ma la realtà è questa: i lavoratori non hanno più il peso che avevano prima, ci sono state delle vittorie in campo operaio, ci sono state delle battaglie che hanno portato a delle condizioni positive. Oggi si battono per conservare il loro posto di lavoro, spesso sono battaglie perse, ma le leggi non lo permettono, dov’è il posto della favola in tutto questo? Se lo facessi tradirei il mio modo di essere”.

In Guerra in questo è diverso da La Legge del Mercato, dove c’era la situazione inversa

“Lì davo la possibilità a un individuo che rifiutava il sistema, so che un uomo è più forte del sistema che lo costringe. A partire da questo ho realizzato In Guerra, la testimonianza di una realtà di meccanismi all’opera, non riesco a raccontare qualcosa di diverso da quello che vedo. Non posso dare a questo gruppo di uscire a testa alta perché il sistema non lo permette, posso mostrare la loro energia, la loro intelligenza incredibile, il fatto che riescano a proporre una soluzione, ma il sistema la rifiuta per seguire le leggi del mercato”.

Duro, forte, girato come se fosse un documentario, con un attacco anche alla stampa e al modo che i media e i padroni hanno di gestire le “vite” dei sindacalisti e le loro lotte quotidiane. In Guerra porta lo spettatore dentro le lotte operaie:  urlate, combattute, così drammaticamente all’ordine del giorno e spesso perse già in partenza. 

Lo splendido In Guerra vi aspetta al cinema, distribuito da Academy Two.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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