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Il Grande Spirito, il film di Sergio Rubini con Taranto mostruosa al cinema

L’attore e regista pugliese dirige un bel racconto interpretato anche da un magistrale Rocco Papaleo, al centro due personaggi con lo sfondo delle ciminiere dell’ILVA

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di Chiara Laganà | 2019-05-3 3/05/2019 ore 18:00

Il Grande Spirito, il bel film di Sergio Rubini con Rocco Papaleo sullo sfondo di una mostruosa e tossica Taranto

Il Grande Spirito sarà in sala il prossimo 9 maggio ed è l’ultimo film diretto da Sergio Rubini. L’attore e regista pugliese condivide la scena con Rocco Papaleo e con i fumi tossici dell’Ilva ben presenti nel film interamente girato a Taranto. Il Grande Spirito è stato presentato oggi al BiFest, il Festival Internazionale del Cinema di Bari. 

Barboncino (Rubini) è un delinquente dai capelli unti che ruba il malloppo di una rapina a un boss della città. Si nasconde su una terrazza dove incontra Renato, un emarginato che è convinto di essere un sioux. Ad aiutare Renato, Teresa una donna vittima delle violenze verbali e fisiche del marito. 

Sergio Rubini per realizzare il suo bellissimo Il Grande Spirito è partito dal personaggio di Renato, alias Cervo Nero:

“È una sorta di Barone Rampante, un barone indiano che ritiene che il mostro, la fabbrica sia stata opera degli yankee. La gente di Taranto sono gli indiani, i bianchi sono i mostri e il mostro li avvelena, ci sono i collaborazionisti bianchi che avvelenano gli indiani. Ho pensato di mettere su un personaggio che è nel cielo dove ci sono le rondini, non sa nulla di metafisica e un topastro di fogna per cui le stelle sono solo una cosa natalizia: ho voluto mettere insieme questi personaggi estremi, buffi, che stanno l’uno accanto all’altro. Si aiutano l’uno con l’altro, c’è un agnello sacrificale che deve compiere il suo ruolo. Si tratta di una commedia amara sugli ultimi e improbabili”.

Ne Il Grande Spirito, il dialetto pugliese gioca un ruolo centrale come spiega Rubini è stato inserito per donare autenticità alla storia:

“Volevo raccontare degli ultimi autentici senza edulcorazioni e che la lingua fosse quella della gente, dello strato della società che volevo raccontare. Volevo anche nobilitare quella lingua, non volevo fare un film regionalistico, ma il più possibile autentico e il dialetto era la lingua fondamentale per restituirlo: volevo che i personaggi fossero nobili che si salvassero, grezzi solo all’apparenza”.

Sul set Rubini divide la scena con uno straordinario Rocco Papaleo, delicato e anche comico nel ruolo di Cervo Nero:

“Abbiamo provato, alimentando la nostra amicizia e collaborazione, è stato un gruppo solido e abbiamo fatto squadra, a me piace il cinema così è un’avventura esistenziale prima di tutto”.

Attore teatrale, Sergio Rubini non pensa di portare in teatro la storia di Il Grande Spirito, ma non vede l’ora di mostrare al film a Taranto in una proiezione il prossimo 7 maggio:

“C’è dentro un che di teatrale, ma volevo farne un western, ma ho bisogno di una città con i tetti con l’obbrobrio che incombe su tutti. Taranto è la città con maggior numero di morti sul lavoro per cancro, volevo raccontare i tarantini-indiani e noi gli abbiamo costruito il mostro. Noi ci tranquillizziamo con il windy day, chiudetevi a casa e non uscite. Ho mandato un video a Emiliano su questo, a Taranto prima dell’Ilva c’erano praterie, ora c’è il mostro”.

Renato nel film non abbandona mai la sua terrazza proprio perché il padre è morto a causa della fabbrica:

“Il mondo di sotto non esiste, si è concluso nella degenerazione mentale del personaggio che interpreto, un borderline che guarda le cose in modo spirituale, rarefatto. Ha paura di respirare la stessa aria che ha ucciso il padre e vive come un incubo la modernità del mostro. È un punto di vista spirituale e sciamanico guarda le cose come un bambino che non sta giocando”.

Quello de Il Grande Spirito non è stato un set facile, come ha ricordato Papaleo:

“È stato un film magnifico, molto particolare, quasi come una specie di evaporazione, veleggiavamo su quelle c**** di terrazze morti di freddo ma con una missione spirituale da compiere, eravamo animati come missionari laici, andavano e venivano, ne abbiamo tanto parlato non ne abbiamo codificato, come rabdomanti a far sgorgare acqua dalle scene. Non mi piaccio mai, ma qui mi guardo e dico mi piaccio molto, a differenza di tutti gli altri film e ne ho fatti 60”.

Per interpretare Cervo Nero, Rocco Papaleo si è lasciato andare all’inconsapevolezza:

“Con Sergio ci siamo uniti e sponzati, come delle cose che si impregnano e dopo non si è più la stessa cosa perché le due cose cambiando la struttura chimica. È un film in cui mi sono completamente abbandonato, era l’atmosfera giusta. Siamo attori atipici e avevamo bisogno di alcuni appoggi, mentre cerchiamo di interpretare. Mi sono lasciato andare, senza avere un progetto”.

L’unica persona che prova affetto per Renato è Teresa, la casalinga che vive nello stesso stabile, interpretata da Ivana Lotito, Azzurra Avitabile in Gomorra:

“Teresa non ha prospettive sul mondo, nella realtà è molto terrena, la sua vita è un supplizio, un sacrificio fatto di rassegnazione e dolore, intimamente somiglia a Renato, ma hanno un linguaggio differente. Lei con questo incontro è come se recuperasse la fantasia, in Renato vive una ritrova benessere e purezza, lo spirito di Renato la contagia e riesce a credere che c’è una possibilità di salvezza”.

A completare il cast Geno Diana che è il boss Benedetto, interpretato dall’attore come un Dobermann:

“È un cattivo tout court, ho preparato il personaggio lavorando su un animale più feroce: un Dobermann. Questo è un film originale, intelligente, tocca vari temi, soprattutto spirituali a cui tengo a molto”.

Il Grande Spirito è uno dei titoli di punta della campagna Moviement, sulla quale Rubini nutre qualche dubbio:

“Spero che abbiano ragione, a me pare un po’ una campagna di aprire pub all’aperto a Londra in autunno, a novembre tutti a Piccadilly. L’ottobrata londinese non c’è, c’è quella romana, secondo me non è un problema culturale, è geografico perché dalle altre parti si chiudono, da noi pranziamo all’aperto. Se funziona, sarebbe fantastica, se non dovesse vincere si concentrino a mandare la gente al cinema nel periodo invernale che langue ancora più pericolosamente”.

Per l’attore e regista la soluzione per il cinema italiano è nel ritrovare la sua anima, evitando la mania di remake:

Il Grande Spirito è un film che indica una strada e mi ha emozionato pensare. Il format del cinema, a differenza delle serie TV, è in crisi. Il film ha il compito di darti un senso: quando ho lavorato con Fellini mi ha detto che alla fine di un film deve brillare un raggio di sole. Oggi si fanno troppi remake, quello che ha fatto Veronesi con Moschettieri del Re era un prototipo coraggioso, non era una cosa facile: non è una minestra riscaldata”.

Il Grande Spirito è un film magico, una storia che commuove di un incontro fra due solitudini interpretati da due attori giganteschi sullo sfondo di una Taranto distrutta dal fumo delle ciminiere dell’Ilva. 

Il Grande Spirito sarà in sala il 9 maggio, prodotto da Fandango e Rai Cinema, distribuito da 01 Distribution.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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