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Diabolik, cinque anni dopo: in appello la Procura vuole l’ergastolo con aggravante mafiosa

Il processo per l'omicidio di Piscitelli torna in aula. I pm chiedono di riconoscere il contesto mafioso escluso in primo grado. Cascini: "Roma ha territori dove la mafia si respira"

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Un colpo di pistola alla testa, in pieno giorno, davanti a decine di persone. L’omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, nel parco degli Acquedotti il 7 agosto 2019 fu uno degli episodi più eclatanti della cronaca criminale romana degli ultimi anni. Cinque anni dopo, il processo d’appello entra nel vivo con una requisitoria che ridisegna i contorni di quel delitto e ne cambia radicalmente la lettura.

La Procura generale chiede la conferma dell’ergastolo per Raul Esteban Calderon, già condannato in primo grado, ma con un elemento in più: il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso, esclusa dai giudici di primo grado. Una richiesta che trasforma il delitto da omicidio ordinario in esecuzione mafiosa. La requisitoria, durata diverse ore, ha visto alternarsi gli interventi dei sostituti procuratori generali Pantaleo Polifemo ed Eugenio Rubolino e del procuratore della Dda di Roma, Francesco Cascini, che hanno anche sollecitato la riapertura dell’istruttoria per acquisire il tabulato del criptofonino di Leandro Bennato.

Chi era Piscitelli secondo l’accusa

La requisitoria ha ricostruito il profilo criminale di Piscitelli, andando ben oltre l’immagine del capo ultrà della Lazio. “È un personaggio complesso”, ha detto Cascini. “Cresce con la famiglia Senese e ha legami stretti con Michele. Non è solo amicizia, ma un legame che gli consente di crescere dal punto di vista criminale”. Negli ultimi anni della sua vita, secondo l’accusa, Piscitelli aveva acquisito “un ruolo sempre più importante nel panorama complessivo della criminalità romana, si poneva come colui che poteva assicurare la pace fra gruppi in conflitto”. Godeva anche di “un legame forte con il gruppo degli albanesi”.

I rapporti con i Senese entrati in crisi

Cascini ha ricostruito anche gli equilibri criminali che gravitavano intorno a Piscitelli, citando le figure di Alessandro Capriotti, Leandro Bennato e Giuseppe Molisso. Subito dopo l’omicidio di Diabolik si aprì “una frattura fra il gruppo di Bennato e Molisso e il gruppo degli albanesi”.

L’area della Tuscolana, ha sottolineato il procuratore, “è da sempre zona dei Senese, e ci si chiede come sia possibile che il clan non abbia reagito quando viene eliminato un uomo così importante”. La risposta, secondo l’accusa, sta nel fatto che i rapporti tra Piscitelli e i Senese erano “entrati in crisi”: Diabolik “non portava più soldi, non era più riconoscente”.

Il metodo mafioso: “Omicidio simbolico per imporre omertà”

Il cuore della requisitoria è la richiesta di riconoscere l’aggravante del metodo mafioso. “In una città grande come Roma ci sono luoghi in cui la mafia si respira, ci sono larghissimi spazi che sono territorio di conquista e di dominio delle organizzazioni mafiose”, ha detto Cascini.

Un delitto è commesso con metodo mafioso, ha spiegato il procuratore, “quando l’impatto che ha sulla comunità è di natura simbolica, in quanto la mafia si nutre di assoggettamento e omertà. Se si commette un omicidio in pieno giorno in un territorio che appartiene a quella famiglia, davanti a tante persone, quello è il modo attraverso il quale si determinano assoggettamento e omertà”. Un’esecuzione pubblica, secondo l’accusa, non casuale ma deliberata: un messaggio preciso a chi controlla quel territorio.

La richiesta di riaprire l’istruttoria

I pm hanno anche sollecitato la riapertura dell’istruttoria per acquisire il tabulato del criptofonino di Leandro Bennato, elemento che potrebbe fornire nuovi dettagli sulla dinamica e sui mandanti dell’omicidio.

Ora la parola passa alla difesa e poi ai giudici della corte d’appello, chiamati a decidere se quella sera di agosto nel parco degli Acquedotti fu un omicidio con movente personale o un’esecuzione con il marchio della criminalità organizzata.

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