Biennale Musica: Lucia Ronchetti, compositrice romana, è la nuova direttrice

Ha studiato al Conservatorio di Santa Cecilia ed è cresciuta alla Cecchignola. Ha poroposto un programma di ‘affreschi’ con aspetti del madrigale, installazioni sonore e l’opera processuale di Marta Gentilucci.

Non è una professione seria quella del musicista, le disse suo padre. «Nella mia famiglia sono stata profondamente discriminata in quanto figlia femmina, destinata, secondo i miei genitori, a diventare, come compositrice, una parassita della società». Lucia Ronchetti, nata a Roma nel 1963, la prima direttrice artistica in 90 anni di Biennale musica di Venezia, racconta di sé in un’intervista a Valerio Cappelli per ‘’Il Corriere della Sera’.

«Sono cresciuta alla Cecchignola, periferia romana, – aggiunge – in una casa spoglia di libri e di qualsiasi possibilità di una vita diversa. Mi piaceva studiare, i vicini erano Mario e Leni, una coppia di anziani musicisti ridotti in povertà, passavo giornate intere nel loro piccolo appartamento, in quella che chiamavo la stanza segreta con un clavicembalo rotto rovesciato di cui suonavo le corde staccate dove si impigliavano i miei capelli che Leni districava. Sembrava un film sulla musica di John Cage, o di vivere “Le Metamorfosi di Ovidio”…».

«Papà era un medico di base con una sua etica, aiutava le persone meno abbienti – sottolinea – il guadagno era qualcosa di cui quasi vergognarsi. E io dovevo diventare come lui. Mamma era una casalinga che si faceva trascinare in quella esistenza difficile senza ribellarsi alla propria condizione sociale».

Così Lucia si rifugiava dai vicini di casa che le diedero i primi rudimenti musicali, poi di nascosto dai genitori si iscrisse al Conservatorio Di Santa Cecilia. Grazie alla presentazione di un professore dopo il diploma in composizione concluse la formazione a Parigi, la Sorbona, l’Ircam. Ma possibilità reali di lavoro le ebbe in Germania. ‘’La celebre musicologa Helga de la Motte – racconta Lucia Ronchetti – propose di andare in residenza all’Akademie Schloss Solitude di Stoccarda, in un castello».

Ronchetti non ha più smesso di scrivere musica mettendo a frutto esperienze manuali lontane. Ha un catalogo di 500 pezzi, alcuni li ha depennati. È molto richiesta all’estero, ha avuto anche i suoi fallimenti «ma i critici tedeschi sono liberi pensatori che contemplano il rischio, la possibilità di sbagliare e di rifarti la volta dopo».

Ora è al vertice della Biennale: «Ho proposto il mio programma al presidente Cicutto, è il riconoscimento più ambito, un’occasione unica di dialogare con le altre discipline artistiche. Sono la prima donna, spero di non essere l’ultima. In Germania le compositrici sono tante, non c’è differenza con gli uomini».

Il suo rifiuto delle radici della polifonia vocale italiana («dovuto all’imitazione stilistica del passato imposta in Conservatorio»), oggi lo governa e ne ha fatto il perno del suo programma alla Biennale, al via il 17 settembre con grandi affreschi: l’afro-americano George Lewis che rielabora aspetti del madrigale rappresentativo, l’installazione sonora di Christina Kubisch, l’opera processuale dell’italiana Marta Gentilucci.

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