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Mps, e ora non vada tutto a monte

Il finanziamento di un istituto di credito non deve far gridare allo scandalo, già Obama con Chrysler fece qualcosa di simile. E ai tedeschi che si lamentano bisognerebbe ricordare i 198 miliardi spesi per salvare le loro banche…

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di Sergio Luciano | 2016-12-24 24/12/2016 ore 12:56

Dunque lo Stato ha deciso di “salvare” il Monte dei Paschi di Siena, non soltanto sottoscrivendo la propria quota – pari al 4% – dell’aumento di capitale da 5 miliardi che verrà effettuato per riequilibrare i parametri patrimoniali, ma anche sottoscrivendo tutto l’inoptato e rimborsando, nella maniera che verrà meglio definita nelle prossime settimane, gli incauti risparmiatori – si calcola siano circa 40 mila – che in vari momenti sottoscrissero le obbigazioni subordinate emesse dalla banca.

Probabilmente alla fine il conto per le casse pubbliche – e in particolare per il debito pubblico, perché l’importo finirà sui conti dello Stato nella voce del debito, e non del deficit corrente – sarà di circa 5 miliardi, tra sottoscrizione e rimborso.

Però attenzione: bando agli scandali inappropriati. Finanziare le proprie banche in crisi è quel che hanno fatto con numerosi dei loro principali istituti i governi di mezza Europa, ed è quel che ha fatto Obama con la Chrysler e la stessa Gm: nazionalizzare provvisoriamente e poi rivendere, possibilmente guadagnandoci.

Quindi niente è perduto, a patto che d’ora in poi il Tesoro si dimostri per il Monte dei Paschi un azionista vero, esigente e strategicamente orientato. La ristrutturazione va fatta e dev’essere severa, la futura privatizzazione deve fruttare.

Ha detto il consigliere economico della Merkel Christoph Schmidt, in un’intervista alla Westdeutsche Allgemaine Zeitung: “Il salvataggio di Mps dovrebbe avvenire secondo le regole concordate, cioè i creditori della banca devono contribuire al soccorso, non il contribuente. Se l’Italia non rispetta le regole alla prima grande prova, l’unione bancaria non è credibile”.  Ma questo signore, alla cui dichiarazione è stato dato inopportunamente gran rilievo, dovrebbe ricordare che la Germania ha speso 198 miliardi di denaro pubblico – a voler calcolare l’importo totale nel modo meno estensivo possibile – per salvare le sue banche e che proprio in questo giorni la prinipale banca tedesca, la Deutsche Bank, oppressa da oltre 60 miliardi di euro di investimenti in titoli tossici illiquidi, ha dovuto per di più pagare 7 miliardi di multa negli Stati Uniti per chiudere la causa a suo carico per l’uso scellerato fatto negli anni scorsi dei mutui subprime. La Germania non può dare lezioni di buon governo bancario a nessuno, nel mondo.

Se l’elenco dei colpevoli del dissesto del Montepaschi è lungo e coinvolge molti nomi della sinistra di governo degli Anni Novanta e Duemila, è invece molto breve l’elenco dei responsabili dell’esito futuro di questa brutta storia: il management, che certo – anche nella persona del pur bravo amministratore delegato Marco Morelli – esce con le ossa rotte dal tentativo azzardato di trovare gli investitori internazionali interessati a intervenire in ua banca così malconcia; e l’azionista-Stato, che non deve essere succube dei diktat internazionale, memore dei crediti che almeno in materia bancaria l’Italia vanta verso tutti gli altri partner europei. Il governo Renzi, che ritrova in questo attuale il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ha commesso l’errore di affidare il salvataggio a due advisor inappropriati: perché entrambi direttamente coinvolti nella disastrosa acquisizione di Antonveneta e perché entrambi poco credibili per la pretesa surreale di raccogliere investimenti senza prendervi parte. Ma adesso il capo del governo è cambiato, e Padoan ha buon gioco a scaricare su Renzi la responsabilità politica di quella sceltqa, che effettivamente lui non condivise, pur avallandola per malintesa disciplina di squadra. Oggi, si sa che Padoan ha ottenuto un preventivo e informale placet dalla Commissione europea sul decreto con cui lo Stato ha stanziato i 20 miliardi di munizioni finanziarie che considerare sufficiente per “riparare” le banche malate in Italia, quindi il Monte ma anche la due popolari venete sull’orlo del fallimeno, e forse le tre good-bank nate dalle ceneri di Etruria, Carife e Banca Marche in procinto di essere vendute. E’ fondamentale che il governo, pur nella sua condizione politicamente fragile e transitoria, tiri fuori tutto il coraggio che può avere per opporre un secco no a eventuali richieste eccessive. In fondo non ha molto da perdere: può osare.

Il vero ed unico errore politico italiano in materia di banche fu commesso da Monti non chiedendo anche per il nostro Paese  – perché in quel momento l’avrebbe ottenuto senza problemi – il diritto di sovvenzionare le banche più deboli dopo la crisi del 2008-2009. Ma quella colpa, grave tatticamente perché lasciò scadere la finestra d’opportunità politicamente aperta a Bruxelles, non può pregiudicare il futuro di un sistema creditizio che per certi versi è ancora oggi più sano di quello di molti altri Paesi europei.

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© 2Media Srls - 2media@pec.it
Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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