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Emergenza casa: la Raggi prenda lezioni dal Brasile

Quando gli spazi abitativi mancano la credibilità delle istituzioni e la dignità della popolazione entrano in serio conflitto. Il Brasile ci insegna molto

Anna Ricca
di Anna Ricca | 2017-08-29 29/08/2017 ore 9:15

L’Amministrazione Romana pare rendersi conto solo ora del grave disagio abitativo che colpisce le fasce meno abbienti della popolazione. Ci son volute manifestazioni e scontri dopo decenni di immobilismo istituzionale. Il focus di oggi, però, non è su Piazza Indipendenza anche se, per assurdo (!?) ha fatto deflagrare la questione.

Il nostro obiettivo è vedere come paesi più poveri, più problematici e instabili dell’italia abbiano “aggredito” il problema. Parliamo del Brasile che ha una popolazione di circa 200 milioni di abitanti più i milioni, mai censiti che abitano, volenti o nolenti, nelle famose favelas. Proprio per questi “invisibili” e per “ripittare” l’immagine del paese (anche per l’appuntamento con le olimpiadi) l’amministrazione Lula vara il piano sociale “Minha casa, minha vida” (la mia casa la mia vita). Il governo si è impegnato, fra 1000 difficoltà, a costruire case popolari e a facilitarne il possesso alle classi di fascia 0 (zero reddito). Considerato che il reddito minimo in Brasile è definito in circa 250 Euro possiamo capire cosa dev’essere la vita per chi non guadagna nulla! Le fasce intermedie possono contare invece su circa 800/900 euro. Spesso si tratta  di impiegati, professori, famiglie biredditto, con figli scolarizzati che vittime del cronico deficit abitativo hanno/avevano dovuto ricorrere alle baraccopoli.

L’edilizia sociale ha anche in parte modificato  l’assetto economico complessivo del paese.  Nelle favelas, con tutte le varianti possibili, non ci sono allacciamenti di alcun genere (fognature, luce, acqua…) tuttavia i residenti sono tenuti a pagare un “affitto” al capo villaggio/clan! Di fronte a questa qualità di vita tutti cercano di ricorrere al sostegno statale pur di tornare nel mondo civile.

Il Brasile ha organizzato un programma di incentivi ben preciso da adattare alle varie condizioni di reddito: a) finanziamento a fondo perduto (fino a 1/4 del valore dell’immobile); b) mutui agevolati e trentennali. Inizialmente era previsto anche un sussidio per l’arredamento con soglie definite: tot per TV (elemento principe nelle case), tot per frigorifero (idem), tot per cucina ecc. Con questa politica si calcola che alcuni milioni di brasiliani possano dire di avere finalmente una casa. Si è formata così così una classe media, prima inesistente (circa 50/60 mln di persone) e che può aspirare ad uscire dai ghetti.  Traguardo in parte raggiunto e grande successo, Ma poi, come in ogni paese che si rispetti, scoppia lo scandalo. Arriva il ciclone “Lava Jato” (simil Mani pulite da noi). Le inchieste si moltiplicano, gran parte del parlamento è inquisito/incriminato, Lula vacilla e passa all’opposizione, il governo diventa una composizione astratta che non accontenta nessuno, i costi dei materiali diventano insostenibili e i fondi per l’edilizia popolare finiscono.

Ma il programma minha casa deve andare avanti. I grandi costruttori brasiliani faticano a piegarsi agli standard costruttivi e ad accettare il calo dei guadagni . Ecco allora che subentrano le imprese private, molto spesso estere.  Queste lavorano con soldi propri senza sovvenzioni statali. può sembrare una roulette pericolosa. Ma le case vengono su più belle di prima, con confort maggiori e con soluzioni assolutamente innovative. La regola vorrebbe che le vendite non fossero mai dirette ma filtrate da “immobiliari”. I costi per 1 appartamento tipo variano, secondo la tipologia abitativa, e possono andare da un minimo di 10.000  ad un massimo di 25.000 euro!

Da quello che ci raccontano alcuni di questi costruttori italiani i capitolati governativi sono ferrei.  Per quanti problemi abbia il Brasile non dimentichiamo che l’aspetto welfare è sempre al centro del modello ideale del paese.  Grandissimi contrasti regnano indisturbati ma ci dicono che la burocrazia è molto più snella della nostra, che la politica dei dazi (chi vuol vendere in Brasile deve produrre sul territorio) dà buoni margini tanto da far intravedere una ripresa e quindi un rinnovato impegno per sanare l’emergenza abitativa e umana.

In Italia il boom economico del dopoguerra ha distolto l’attenzione istituzionale dalle necessità delle fasce più deboli che, con il ripetersi delle crisi, aumentano progressivamente. Rispetto alle nostre vecchie case popolari, diventate ormai ghetti inqualificabili, i progetti del Brasile di oggi possono essere l’esempio da seguire per un riscatto abitativo e sociale.

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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