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PD: Marino decide contro Renzi, cresce la ribellione al premier

Ignazio Marino ha ritirato le dimissioni da sindaco di Roma

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di Redazione | 2016-11-26 30/10/2015 ore 9:27
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:00)

Ignazio Marino ha ritirato ieri, appena dopo il rientro di Matteo Renzi nella Capitale dal suo viaggio in Sud America, le dimissioni da sindaco di Roma. Un fatto che porta allo scontro con il suo partito che gli chiedeva di farsi da parte. Ora il Pd romano è chiamato a fare delle scelte che non saranno indolori per nessuno. Ma per il premier e leader del Partito democratico la “questione romana” è solo un episodio, non certo marginale, che lo vede combattere da tempo una dura battaglia con ampi settori della sinistra italiana. Non è un mistero che i ‘mal di pancia’ all’interno del Pd non sono pochi perché gli esponenti di quella che Pierluigi Bersani chiama ‘La ditta’ considerano Renzi un corpo estraneo, una copia di Berlusconi che attua da sinistra una politica di destra. Sono molte le accuse mosse all’ex sindaco di Firenze. In  particolare si criticano: il disconoscimento del potere contrattuale dei sindacati e della loro rappresentatività (la parola ‘concertazione’ è ignorata da Renzi), la cancellazione del vecchio art.18 dello Statuto dei lavoratori, gli scontri con la magistratura, la riforma costituzionale che porterà alla fine del bicameralismo perfetto, la nuova legge elettorale (Italicum), la cancellazione dell’Imu e della Tasi per la prima casa (Bersani è arrivato perfino a parlare di incostituzionalità). Finora questi ‘mal di pancia’ hanno trovato uno sbocco nelle aule parlamentari dove la sinistra del Pd ha più volte richiesto cambiamenti ai provvedimenti e minacciato di votare contro gli stessi, ma Renzi ha sempre tirato dritto, venendo incontro alla ‘ditta’ solo con modifiche marginali, forte del fatto che i suoi oppositori interni non avrebbero potuto far cadere un governo guidato dal leader del partito. Come hanno evidenziato molti opinionisti politici, la linea di Bersani e compagni si è sempre tradotta in ‘pre-ultimatum’ senza nessuna conseguenza per l’esecutivo ed, anzi, ha portato alla sfida di Renzi verso chi lo contesta (‘La manovra – ha detto dal Sudamerica – deve parlare alla maggioranza del Paese, non alla minoranza del partito’). E’ quindi scontro aperto tra le anime del Pd che non si tradurrà però, nelle intenzioni di Bersani e D’Alema, in una fuoriuscita dal partito (come hanno fatto per esempio Fassina, Civati e Mineo) o nel votare contro l’eventuale ma  probabile fiducia al governo sulla legge di stabilità. Infatti, la minaccia di bocciare provvedimenti non graditi avrebbe conseguenze negative solo per la minoranza anti-Renzi (sarebbe difficile spiegare a molti elettori di sinistra un voto per far cadere un governo presieduto dal segretario del partito) e non per il premier in quanto il presidente del Consiglio può contare al Senato anche sui voti di Ala, la formazione creata dall’ex fedelissimo di Berlusconi, Denis Verdini, con transfughi di Forza Italia, che garantisce alla maggioranza di poter fare a meno della sinistra Pd. Da qui la scelta di operare in modo diverso. Come Renzi è giunto a Palazzo Chigi conquistando il partito, così ‘la ditta’ vuole riprendersi la guida del Pd per scalzare il ‘corpo estraneo’. Il congresso nazionale, se saranno rispettate le scadenze, dovrebbe svolgersi nel novembre del 2017, prima quindi della primavera del 2018 quando si svolgeranno le elezioni politiche se la legislatura attuale avrà il suo termine naturale. Ci sono quindi due anni di tempo per organizzarsi e per vincere i vari congressi regionali prima e quello nazionale dopo. E’ un’operazione difficile, lunga e di non facile riuscita, ma è l’unica che Bersani può perseguire. Anche perché ne va della sopravvivenza parlamentare della sinistra del Pd: le liste elettorali, infatti, saranno fatte dalla direzione del partito e se questa sarà ancora in mano a Renzi si porterà a termine la ‘rottamazione’ di tanti oppositori interni. Ma non sono solo Bersani e D’Alema a voler contrastare Renzi. Un altro grosso ‘mal di pancia’ è espresso da molti ‘governatori’ regionali, soprattutto meridionali, che non hanno molto feeling con Palazzo Chigi. A capeggiare quella che potrebbe diventare una rivolta potrebbe essere Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, che sarebbe pronto a dare vita ad una ‘Lega Sud’ all’interno o fuori dal Pd (dentro il partito se l’Italicum non sarà modificato, ovvero il premio di maggioranza andrà alla lista che ha vinto le elezioni, fuori se l’impianto della legge sarà cambiato assegnando il premio alla coalizione). Come detto, la ribellione anti-Renzi interesserebbe soprattutto i governatori del Sud che rimproverano a Renzi scarsa attenzione ai problemi del Mezzogiorno d’Italia. I dati Svimez presentati alla Camera nei giorni scorsi attestano una quasi stagnazione dell’economia meridionale e nel frattempo il ‘masterplan’ per il rilancio delle aree depresse del Sud, annunciato dal premier mesi fa, è ancora da venire. E certo non ha contribuito a rasserenare gli animi la mancata presenza del presidente del Consiglio all’inaugurazione a Bari della Fiera del Levante, volato invece a New York per assistere al trionfo di Flavia Pennetta. Come si vede, acque agitate nel Pd e in tanti si domandano se Renzi riuscirà a costruire il suo ‘Partito della Nazione’. (Beppe Leone)

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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