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Ecco il Made in Italy alimentare venduto a colossi stranieri

Inchiesta Radiocolonna – Kosumer: dalla turca Pernigotti alla russa Gancia

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di Redazione | 2016-11-26 11/07/2016 ore 15:02
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:29)

Ci sono marche d’abbigliamento, prodotti gastronomici e articoli d’arredamento di alta qualità. Tutti un tempo simboli del Made in Italy ora passati in mani straniere. Radiocolonna e Konsumer hanno indagato sui tanti brand legati alla tradizione imprenditoriale italiana che nell’immaginario del consumatore ancora appartengono a imprese nostrane. Un‘sacco’ del made in Italy che ha privilegiato la filiera della moda, dell’alimentare e infine dei servizi, telefonia in primis.

 

Si scopre ad esempio che Poltrona Frau nel 2014 ha abbandonato il Piemonte per diventare americana, così come Krizia che nello stesso anno ha iniziato a parlare in mandarino. In ambito enogastronomico colpisce il passaggio dei gianduiotti Pernigotti – prima del Gruppo Averna – ai turchi della Toksoz, sede a Istanbul e fatturato che raggiunge quasi 500 milioni di euro annui. Sorprende anche la sorte di uno degli spumanti italiani più popolari, Gancia, acquistata quasi totalmente dal re russo della vodka russa Roustam Tariko. Destino nipponico per un altro simbolo della tradizione alcolica italiana come la Birra Peroni, rilevata da Asahi e ceduta dalla sudafricana SABMiller per non aver problemi con l’Antitrust europeo dopo l’acquisto della rivale belga AbInbev. Un affare da 2,55 miliardi di euro (inclusa nel pacchetto anche l’olandese Grolsh). Tra i pionieri dei cambi di nazionalità in ambito alimentare c’è Algida, fondata nel ’45 da un ex dipendente della Gelateria Fassi e venuta 29 anni dopo all’anglo-olandese Unilever che ne ha fatto un brand planetario. Unilever che prima era proprietaria delle marmellate Santa Rosa e ha da poco acquistato GROM.

 

Oltre ai noti Carapelli, Sasso e Bertolli passati all’iberica Deoleo, merita una menzione anche la francese Lactalis, che negli anni ha acquistato Parmalat, Invernizzi, Galbani e Locatelli. Una ‘voracità’ imprenditoriale pari a quella della Svizzera Nestlè, proprietaria di Buitoni, San Pellegrino, Motta e Perugina. “Anche quando non c’è delocalizzazione lo spostamento della proprietà può immettere nella filiera produttiva elementi non originari – spiega a Radiocolonna Fabrizio Premuti, presidente di Konsumer Italia – ed è li che la qualità, in certi casi, può essere compromessa”.

 

Una progressiva colonizzazione del settore enogastronomico figlia dell’iperburocratizzazione, della difficoltà dell’accesso al credito e di una tassazione che costringono le aziende a cedere il proprio marchio a concorrenti stranieri a un prezzo irrisorio. Passaggi di proprietà che spesso dissipano posti di lavoro, sviliscono il know-how e quelle tradizioni locali alla base del successo del prodotto. (Giacomo Di Stefano)

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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