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La rivoluzione ansiosa di Whatsapp

Intervista alla psicologa Daria Russo

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di Redazione | 2016-11-26 29/01/2016 ore 13:21
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:12)

Lavoro, amicizie, rapporti interpersonali e addirittura l’amore. Tutto sembra cambiato ai tempi di Whatsapp. Siamo sempre connessi, dalla mattina alla sera, e le telefonate, ma più in generale la comunicazione verbale face-to-face sembra ormai cosa del passato. Radiocolonna.it ne ha parlato con Daria Russo, psicologa clinica, alimentare e consulente genitoriale.

 

1)  Perché questo cambiamento nella società? Davvero i telefonini e i tablet stanno rivoluzionando i rapporti interpersonali?

Viviamo in una società dove gli individui perdono sempre di più il desiderio di relazionarsi con gli altri. Viviamo in una realtà dove i bambini non vengono istruiti a vivere le proprie emozioni in modo naturale, e i genitori, gli adulti sono i primi a fare da esempio. Questi strumenti possiamo osservarli come dei mezzi che facilitano in qualche modo il contenimento, l’abbassamento dell’ansia nell’individuo stesso.  Dei ‘tramiti’ sviluppati proprio per agevolare nell’essere umano una via comunicativa dove il vero e profondo ego viene facilitato e allo stesso tempo represso. Attraverso questi strumenti come il telefono, i tablet, i computer, dove entriamo in un modo virtuale, il tuo alter ego, la tua natura non esce se non in un modo anonimo. Ed è proprio attraverso questo anonimato che l’individuo oggi si trova a vivere le sue relazioni, le sue comunicazioni, perdendo uno dei fattori più importanti della comunicazione: le emozioni. L’ansia, che è uno dei fattori che più viene stimolato quando ci si trova ad interagire con un interlocutore, viene in qualche modo soppressa con queste realtà. I danni di natura psicologica infatti sono proprio a livello emotivo, trovandoci davanti ad un autismo emotivo, uno sviluppo anomalo dell’espressione delle emozioni ed una conoscenza sempre più superficiale di noi stessi. L’individuo perde il contatto con il sé reale, e quindi con le proprie emozioni, ritrovandosi distaccato dalla realtà.  Quando parliamo di “rivoluzione” delle relazioni, si parla infatti di un nuovo modo di vedere se stessi e di vedersi dagli occhi dell’altro.  I telefoni diventano sempre di più un modo per evadere, per dissociarsi da ciò che si sta vivendo e che forse è fautore di emozioni negative. Entrando in un mondo whatsapp, facebook o cmq nel mondo dei social media, l’essere umano è in grado di lasciare dietro di sé tutto ciò che potrebbe in qualche modo provocare emozioni ansiose e vivere in una realtà quasi alterata dove si può ritrovare ad essere nei panni di un’altra persona,  o di se stesso, ma raffigurato in un profilo migliore, come ad esempio attraverso “i selfie”, dove sempre di più l’individuo va verso una perdita di un sé profonda per apparire, perdendo quindi la parte più vera, l’essenza dell’essere. Da tutto ciò si evince infatti questa difficoltà di essere, di sentire, di vivere, e di una ricerca costante di apparire, di mostrare una facciata, “la migliore”, dietro alla quale c’è una realtà che difficilmente viene presentata ai social network.

 

2. Gli adolescenti cosa stanno vivendo?

Gli adolescenti stanno vivendo ciò che la realtà gli propone. Crescendo di pari passo con lo sviluppo di questi strumenti, allo stesso tempo crescono con la perdita della ricerca della propria identità, non si cerca più di conoscersi, ma si cerca in un modo disfunzionale di voler essere ciò che i media vogliono che tu sia. Gli adolescenti stanno perdendo il senso di unione nella realtà quotidiana, e costruiscono legami oltre schermo attraverso i quali non devono mettersi in gioco, ma possono liberamente presentarsi nel modo più semplice possibile. Non è richiesta la conoscenza profonda della propria identità, ma viene cercato un senso di appartenenza a qualcosa che in realtà non si conosce. L’autostima che non viene aiutata nel suo sviluppo, l’abilità comunicativa che non viene stimolata, portano gli adolescenti a perdersi in mondi come i social network dove senza accorgersene a volte riescono a passare ore della loro giornata. Difficilmente si usa l’abilità comunicativa, attraverso whatspp, e altri social network gli adolescenti riescono a comunicare in modo svelto e per nulla personalizzato con i vari interlocutori, amici di social, e attraverso fredde emoticon descrivere le loro emozioni.

 

3) Dove si sta sbagliando, e cosa fare per non perdere il contatto con la “realtà”?

Si sta sbagliando alla radice, a partire dal contesto familiare, dove i genitori invece di perdersi loro stessi nel mondo dei social, dovrebbero passare del tempo con i propri figli, e stimolarli nella comunicazione, invogliandoli nei rapporti sociali faccia a faccia. Stiamo perdendo il contatto visivo, non si cerca più la comunicazione verbale accompagnata da quella non verbale, ma ci si accontenta di vivere attraverso dei messaggi, con un IO che in realtà rimane anche a noi stessi uno sconosciuto. La comunicazione non verbale che riesce spesso a regalare all’interlocutore informazioni uniche che solo con un contatto reale si può avere, si sta perdendo ogni giorno di più. Quando prima ho detto Autismo emotivo, intendevo infatti l’incapacità umana, non solo degli adolescenti ma anche degli adulti e dei bambini, di comprendere le proprie emozioni e allo stesso tempo le emozioni delle persone circostanti. Cosa si può fare, sembra quasi scontato, ma si dovrebbe ricercare più il contatto con se stessi lavorando quindi per dar voce alla propria persona e alle proprie persone per poi essere in grado di portare avanti delle relazioni reali con strumenti più legati al mondo reale, come possono essere “una passeggiata nel parco”, “cinema”, senza avere sempre al seguito una distrazione come quella del cellulare o di un tablet. Sarebbe importante partire dalla famiglia perché proprio quella spesso è il setting dove il bambino, l’adolescente fa proprio l’utilizzo di questi strumenti. Vediamo bambini nei ristoranti o anche a casa che vengono abbandonati davanti a questi strumenti per aiutarli da una parte a contenere delle loro emozioni che i genitori stessi non riescono a “sopportare”, o anche per permettere a quest’ultimi di poter fare altro. C’è una dispersione dell’unione, del piacere di stare insieme anche in famiglia. Per questo dico che si dovrebbe partire da questo setting per poi riuscire in modo più semplice ed efficace a vedere dei cambiamenti anche al di fuori del tetto familiare. La nostra prima realtà è la famiglia, attraverso questa riusciamo a comprendere in che modo poter mantenerci ancorati alla realtà. Da questa base poi bisogna lavorare per sviluppare una buona immagine di se stessi, che ci aiuti nel relazionarci con gli altri. Sviluppare una buona conoscenza del nostro compendio emotivo. Saper distinguere e allo stesso modo contenere in modo funzionale e non disfunzionale le emozioni che scaturiscono dalla realtà circostante. Solo attraverso una vera conoscenza di noi, di tutte le nostre parti più profonde, si può prevenire la ricerca costante di perderci in realtà interattive ed illusorie. Bisognerebbe fare un uso misurato di tutto ciò che abbiamo davanti a noi, quindi con queste mie risposte non voglio dire che sia sbagliato usare questi strumenti, ma come in tutte le cose, il modo con il quale questi strumenti vengono usati può portare a patologie, disfunzioni, legate ad una perdita di noi stessi.

 

 

 

INFO

Drssa Daria Russo

psicologa clinica, alimentare e consulente genitoriale.
Formazione in Italia, Australia e San Diego. Lavora con bambini con problemi relazionali, comportamentali e autismo.

Esperta in supporto individuale di coppia e familiare.

Studio clinico in Via Imera 10, San Giovanni.
sitoweb: www.dariarusso.com

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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