Quarantatré milioni di morti ogni anno nel mondo. Tre quarti dell’umanità che si ammala di patologie croniche. Numeri enormi, dietro i quali si nasconde un fenomeno biologico che per anni è rimasto ai margini del dibattito scientifico e, soprattutto, di quello politico e regolatorio: il ruolo del microbiota intestinale non solo come specchio delle malattie, ma come loro vero e proprio annunciatore.
A dimostrarlo è una ricerca pubblicata su Nature Reviews Gastroenterology and Hepatology, la rivista di riferimento a livello mondiale per la gastroenterologia, firmata da tre generazioni di scienziati della stessa scuola: Antonio Gasbarrini, Gianluca Ianiro e Giovanni Gasbarrini, tutti legati alla Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs e all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Il loro studio sposta i termini della discussione: il microbiota – l’ecosistema di 38 trilioni di microrganismi che popola il nostro intestino – non si limiterebbe a “fotografare” una condizione patologica già in corso, ma sarebbe in grado di segnalarne l’arrivo con largo anticipo, anche di decenni.
Il meccanismo alla base di questo processo si chiama metainfiammazione: uno stato infiammatorio cronico e silenzioso, invisibile ai comuni esami del sangue, che logora nel tempo metabolismo, sistema immunitario e sistema nervoso. “Le firme biologiche della metainfiammazione potrebbero essere rilevabili anni, o addirittura decenni, prima che la malattia si manifesti clinicamente”, spiega il professor Antonio Gasbarrini, direttore scientifico della Fondazione Policlinico Gemelli. “Questo apre prospettive concrete per una medicina realmente anticipatoria, preventiva e personalizzata. Non aspettiamo la malattia: la intercettiamo prima che arrivi”.
Al centro delle responsabilità individuate dai ricercatori c’è l’alimentazione moderna, in particolare gli alimenti ultra-processati, che in molti Paesi coprono ormai oltre la metà delle calorie quotidiane. Non sarebbe tanto la loro composizione nutrizionale a fare danno, quanto gli additivi industriali che contengono – emulsionanti, dolcificanti artificiali, conservanti, coloranti – capaci di alterare l’ecosistema intestinale attraverso meccanismi molecolari che la scienza oggi è in grado di documentare con precisione. Il paradosso, denunciano gli autori, è che questi additivi sono stati approvati da enti regolatori come l’Efsa in Europa e la Fda negli Stati Uniti senza che il loro effetto sul microbiota sia mai stato realmente misurato: i protocolli di sicurezza alimentare, ricordano i ricercatori, sono stati scritti prima ancora che la scienza del microbiota nascesse, e da allora non sono mai stati aggiornati.
“Il loro impatto sul microbiota e sulla barriera intestinale non è un effetto collaterale trascurabile. È un meccanismo patogenetico primario”, sottolinea il professor Gianluca Ianiro, dirigente medico della Uoc Cemad del Policlinico Gemelli. “Stiamo permettendo la ristrutturazione industriale del microbiota umano su scala di popolazione senza misurarne le conseguenze. Questo deve finire”.
A dare al lavoro uno spessore particolare è la voce del professor Giovanni Gasbarrini, 89 anni, Professore Emerito dell’Università Cattolica e tra i padri della gastroenterologia europea moderna, che porta la testimonianza di sei decenni di pratica clinica: “Ho visto nascere questa disciplina. Quello che la scienza del microbiota sta rivelando oggi – che la salute è una proprietà dell’ecosistema, non solo dell’organismo – è la più profonda rivoluzione concettuale che abbia incontrato in sessant’anni di pratica clinica e di ricerca. Non è un’ipotesi: è la realtà biologica che aspettava di essere misurata”.
Lo studio non si limita alla denuncia, ma propone una vera e propria roadmap articolata in cinque punti: riformare l’educazione alimentare a partire dalle scuole, integrando la scienza del microbioma; ripensare i sussidi agricoli per favorire cibi freschi e minimamente processati; introdurre in sanità una gestione più attenta degli antibiotici e programmi di riduzione dell’uso di inibitori di pompa protonica; tassare gli additivi a rischio disbiotico documentato, rimborsando invece i percorsi di prevenzione basati sul microbioma; infine, destinare nuovi fondi pubblici alla ricerca su prevenzione e malattie croniche, con studi di lungo periodo sulla popolazione.
“Chiediamo che la valutazione di sicurezza degli additivi alimentari includa valutazioni standardizzate sul microbiota – aggiunge Antonio Gasbarrini – e che vengano valutati gli effetti delle miscele di additivi in un contesto reale”. Per il ricercatore, il quadro che emerge oggi è allarmante: “Milioni di morti prevenibili ogni anno, bambini il cui ecosistema intestinale è già compromesso prima di entrare a scuola, e un quadro regolatorio che ha permesso tutto questo senza mai misurarne le conseguenze”. Da qui l’appello conclusivo, che dà il titolo ideale a questa nuova fase della ricerca medica: “L’era della medicina ecologica deve iniziare ora – non per produrre nuova scienza, ma per salvare vite”.