Ombrelli nati per fare ombra e non per ripararsi dalla pioggia, ventagli al posto dei ventilatori, marinai issati sugli anfiteatri per issare enormi vele, sorbetti di frutta e neve al posto del gelato: Roma affronta il caldo torrido di questa estate 2026 riscoprendo, quasi senza saperlo, soluzioni che i suoi antichi abitanti avevano già sperimentato duemila anni fa. A raccontarle è il libro “Ma che caldo fa! Come i romani cercavano (e cercano) il fresco”, scritto da Valeria Arnaldi per Edizioni Olmata, ripreso in questi giorni dal dorso romano de La Repubblica.
Il volume parte da Vitruvio, che nel “De Architectura” metteva già in guardia sui rischi del calore accumulato negli spazi chiusi: l’aria che “ribolle” e “indebolisce gli umori del corpo” se non può circolare liberamente. Da questa consapevolezza nasce il celebre “velarium”, l’imponente copertura mobile in canapa che proteggeva gli spettatori del Colosseo: un telo di ben 24 tonnellate, steso su una superficie di 23mila metri quadrati, dotato di un’apertura centrale per garantire il ricircolo dell’aria. A manovrarlo erano un centinaio di marinai, distaccati appositamente dalla flotta di stanza a Capo Miseno. Non a caso, gli spettacoli di caccia agli animali selvatici, le “venationes”, non si spingevano mai oltre il mezzogiorno, quando il caldo avrebbe reso ingestibili le fiere.
Anche l’ombrello, oggetto che oggi associamo quasi esclusivamente alla pioggia, nasce come scudo dal sole: il più antico esemplare pieghevole, di origine ellenica, è stato ritrovato a Samo e risale al 700 avanti Cristo. Conquistato dagli etruschi e poi dai romani, diventa perfino strumento di seduzione nell’Ars Amatoria di Ovidio. Dalla Grecia arriva anche il petaso, il cappello a larghe falde in cuoio indossato dallo stesso imperatore Augusto, mentre i contadini si accontentavano di copricapi di paglia.
Per rinfrescarsi, i romani potevano contare su vere e proprie piscine a cielo aperto, come quella delle Terme di Diocleziano: tredici ettari di estensione, una vasca scoperta di 4mila metri quadrati e una capienza fino a 3mila persone, rimasta attiva fino alla metà del VI secolo. Un censimento del 33 avanti Cristo contava già 170 “balnea” in città, saliti a 856 nel IV secolo dopo Cristo. Gli ambienti erano solitamente condivisi, con orari distinti per uomini e donne, e non mancavano le lamentele per il chiasso: lo stesso Seneca si lagnava del fracasso prodotto dai bagnanti nelle terme vicine a casa sua.
Non mancavano nemmeno i dolci refrigeri: le “nivata potiones”, sorbetti a base di frutta e neve la cui invenzione viene attribuita al generale Quinto Fabio Massimo, che avrebbe mescolato succhi di frutta a fiocchi di neve fatti arrivare fino dal Terminillo. Una ricetta che avrebbe conquistato anche Nerone, che ne fece un piatto da banchetto, e Cleopatra, che pare la gustasse prima con Cesare e poi con Marco Antonio.
Il racconto del libro non si ferma all’antichità, ma arriva fino al Novecento, quando i romani si tuffavano ancora in un Tevere balneabile, frequentando lidi fluviali come la “Spiaggia dei Polverini” nei pressi di Ponte Milvio, molto in voga negli anni Trenta. Un’epoca immortalata anche dal cinema, su tutti da “Poveri ma belli” di Dino Risi, con Renato Salvatori nei panni del bagnino del barcone “Il Ciriola” sotto Castel Sant’Angelo – la stessa imbarcazione che compare anche in “Accattone” di Pier Paolo Pasolini, prima di andare distrutta in un incendio nel 1970, e che rivive nelle pagine di “Ragazzi di vita”.