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All'Ipad sant'Alessio per dialogare con i non vedenti

La storia di Antonio Organtini, direttore del Centro

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di Redazione | 2016-11-26 26/09/2016 ore 7:13
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:36)

Antonio una sera è andato a dormire come vanno a dormire tutti a sedici anni: non tanto felici, non tanto tristi, un po’ annoiati, forse angosciati per il compito in classe del giorno successivo, forse invaghiti della compagna di banco, forse in piena fase “gruppo di amici e basta”. Antonio è andato a dormire la sera del 5 marzo 1982 vedendo di fronte a sé il solito muro della solita stanza, senza sapere che non avrebbe più visto né il muro né la stanza, perché la mattina del 6 marzo si sarebbe svegliato completamente cieco per un’emorragia oculare. Buio totale dall’oggi al domani. Dev’essere andata così, pensa chi lo ascolta raccontare con un’unica frase – “mi sono addormentato vedente e svegliato non vedente” – di quando lui, Antonio Organtini, oggi cinquantenne, avvocato e direttore del Centro regionale Sant’Alessio-Margherita di Savoia per i ciechi, si è improvvisamente ritrovato a vivere una personale Metamorfosi. Lo racconta lui stesso al Foglio.

 

 I particolari Antonio non li dice: dice solo che la grande rabbia a un certo punto si è spenta, che per fortuna nel suo caso è diventata forza, ma non certo “per fare l’apologia della cecità, cosa che sarebbe assurda”, quanto per “stravolgere la prospettiva di chi si trovi di fronte a una diagnosi irreversibile” com’è stata la sua, facendo in modo che impari a illuminare il mondo cieco.

 

Non è retorica: c’è al Sant’Alessio un seminario, dice Antonio, un seminario per manager di aziende in crisi. Si chiama “Decidere al buio”. Il manager, i suoi vice, i dipendenti e anche l’intero cda, volendo, arrivano lì e rimangono un giorno intero in una stanza buia. Ma non buia come pensi tu, dice. Buia-buia. Buia senza spiragli, senza fessure di luce da nessuna parte, neanche il forellino del condizionatore d’aria. E nel nero più nero il non vedente diventa l’esperto che guida il vedente attorno a un tavolo da riunione, dove parlando con gli altri colleghi vedenti, ma al buio, dovrà per forza concentrarsi su quello che sta dicendo e su quello che dicono gli altri, e nel ribaltamento di situazione il non vedente – dovendo sviluppare un’improvvisa resilienza di fronte allo smarrimento del non poter guardare – forse troverà un’idea figlia del disorientamento, figlia di quella destrutturazione, e forse la comunicherà agli altri, durante la pausa-caffè al buio, e alla fine ascolterà, a quel punto di nuovo alla luce, il verbale redatto dal counselor cieco, l’unico che può scrivere in una stanza nera, perché il suo schermo per lui è sempre nero, anche se raccontato dalla “sintesi vocale” sul monitor o sul touchscreen. E spesso dal buio vengono fuori le soluzioni a cui nessuno fino a quel momento aveva pensato, come di notte quando si dorme. 

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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