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Colomban, già sotto tiro, parte da Ama e Atac

Il neo-assessore smentisce di voler azzerare tutte le partecipate

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di Redazione | 2016-11-26 4/10/2016 ore 15:03
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:38)

Nemmeno il tempo di sedersi alla sua scrivania (il suo arrivo a Roma è previsto per questo pomeriggio) che su Massimo Colomban già si abbatte la prima bufera. L’argomento è d’altronde di quelli delicati, visto che si tratta delle società controllate o partecipate del Campidoglio. Una giungla di quasi 30 aziende che ingoia ogni anno milioni di euro. Il Comune, in ottemperanza alla riforma Madia, deve necessariamente intervenire e fare ordine. Ma non sarà facile, vista la delicatezza del tema e gli interessi in gioco. Questa mattina il neoassessore alle Partecipate, appena nominato dal sindaco Virginia Raggi, è finito al centro di un articolo in cui gli si imputava di voler azzerare tutte le società del Comune. La cosa non è passata inosservata visto che lo stesso Colomban si è affrettato a smentire il tutto. “Assolutamente no, nulla di tutto questo è vero”, ha chiarito l’imprenditore di Treviso. Tuttavia, prima o poi, da qualche parte bisognerà cominciare col riassetto e con gli accorpamenti. 

 

Partendo dal discorso governance, il primo dossier sul tavolo di Colomban è l’Ama, ancora orfana di amministratore, nonostante la presenza del dg Stefano Bina. Senza guida operativa è invece Atac, che non è ancora riuscita a rimpiazzare Marco Rettighieri. La strategia del Comune sembra rimanere quella raccontata giorni fa da Radiocolonna.it, ovvero un incarico a tempo e poi un maxi-bando internazionale. Restano sul campo quelle partecipate da tagliare o accorpare a società più grosse, le cosiddette scatole vuote.

 

Tanto per cominciare dal computo vanno escluse Atac e Ama, perché considerate di pubblico interesse. Da escludere anche Eur spa che, nonostante gli ultimi bilanci in negativo, (solo l’ultimo si è chiuso in attivo anche grazie al piano cessioni), è stata inserita in una sorta di golden list in cui figurano tra le altre, Expo, Invimit Anas e Gse e Roma Convention Group. Stessa storia per Zètema, visto che la spa della cultura ha chiuso il consuntivo 2015 con un utile di 81 mila euro e comunque con un fatturato di oltre 50 milioni. Messa decisamente peggio è Risorse per Roma, dal cui ultimo bilancio disponibile, quello del 2014, emerge una perdita di quasi un milione compensata però da un fatturato di 40 milioni. Dunque, anche in questo caso, la società dovrebbe essere salva. A rischiare rimangono semmai Investimenti (Fiera di Roma), partecipata dal comune al 21,7% che più che per la riforma (perdite di 31 milioni nel 2013), potrebbe più semplicemente fallire a causa dell’elevato indebitamento e Roma Metropolitane. Fondazione Digitale, l’ente per la promozione della cultura tecnologica potrebbe salvarsi: l’ultimo bilancio (2015) risulta in utile per 15 mila euro. Salve poi, sempre in virtù dei criteri della riforma, anche Fondazione Bioparco (utile 2015 a 140 mila euro) e Palaexpo (4 mila euro di attivo). (G.Z.)

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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