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Trump presidente, USA come Roma: vince la protesta

Donald Trump dovrà trasformarla in governo, cosa non riuscita alla Raggi

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di Redazione | 2016-11-26 9/11/2016 ore 8:57
(ultimo aggiornamento il 26 Novembre 2016 alle ore 20:43)

L’oggettiva montagna di perplessità e diffidenza che il profilo personale di Donald Trump – come rappresentato nel mondo dai grandi media americani – suscita in chiunque, non può e non deve cancellare il senso profondo positivo di questo suo successo a sorpresa: la democrazia è una cosa seria, perché è un regime in cui il popolo comanda. E puo’ sempre spiazzare qualunque classe dirigente.

 

E il popolo americano ha votato il presidente che gli ha promesso, evidentemente con una certa credibilità, di tirarlo fuori dall’incertezza e dall’impoverimento nel quale otto anni di regime Obama l’avevano visto (se non fatto…) scivolare. Un voto di protesta, dunque, lo stesso – indubbiamente – che ha fatto vincere la Brexit in Gran Bretagna e i Cinquestelle a Roma. Un voto anche giovanile – paradossalmente, vista l’età di Trump – espresso dai giovani disoccupati o sottoccupati, quelli che consegnano pasti in bicicletta nelle metropoli pagati da fame e sentono dai loro genitori racconti di quando alla loro stessa età facevano la stessa fame ma speravano e anzi sapevano che le cose sarebbero migliorate: speranze e certezze che oggi ai loro figli sono negate.

 

Naturalmente, passati rapidamente lo sdegno e l’apprensione dei perdenti e dei mercati – pronti da sempre a saltare sul carro del vincitore – tutto dipenderà dalle prime mosse di Trump e da come saprà dimostrare con i fatti di avere idee chiare ed efficienza, al di là degli slogan della campagna elettorale. Esattamente – per consentirsi ancora un paragone su scale incommensurabili – quello che la Raggi, vittoriosa per la protesta dei romani, per i romani che l’hanno eletta non ha (ancora) saputo fare…

 

Trump dovrà subito dimostrare di saper rispondere a quella domanda di sicurezza che lo porta alla Casa Bianca. Di saper confermare che gli Stati Uniti sono il loro popolo e non cinque banchieri iper-ricchi e ultraclassisti che hanno spennato la classe media senza recare sollievo alla classe più povera, e non cinque trentenni foruncolosi e megamiliardari che nella Silicon Valley spiano nella nostra privacy attraverso i loro social network come Hillary spiava nelle mail dei suoi avversari politici.

 

Se Trump saprà far questo, consoliderà il suo successo, come accadde a Ronald Reagan, accolto dall’ironia dei benpensanti che schernivano l’attore ignorante diventato presidente ed oggi viene ricordato come uno dei migliori presidenti della storia americana. E lo consoliderà se restituirà certezza all’asset dal cui crollo è scaturita la crisi del 2008: al mattone, settore in cui ha sempre operato, ancorchè con alterne vicende. Quella casa che gli americani vagheggiano – pur senza possederla quanto noi italiani – è stata nel 2007 la miccia che ha fatto deflagrare la bolla finanziaria, deve tornare ad essere un punto di riferimento. Anche qui c’è un’intrigante analogia tra Trump e l’Italia, e particolarmente tra l’America di Trump e la Roma di Grillo: in America, come in Italia e a Roma, bisogna ridare prospettive all’industria del mattone e ad un mercato della casa che sia inclusivo e permetta a tutti di sognare e costruirsi il “nido”; a Roma comandano gli immobiliaristi che la Raggi osteggia, negli Usa a comandare sarà un immobiliarista discusso, ma certo più attento di Obama al “sottostante” della finanza, a quel che “c’è dentro” i derivati e non ai coriandoli di carta velenosa, tanto amati dalla Goldman Sachs e dalle grandi banche speculative, e tanto cari ai democratici.

 

Ci hanno riempito la testa della cultura del fallimento, così vivida e salvifica in America: chi non è fallito almeno una volta è inaffidabile – dicono i guru della Silicon Valley, dice Mark Zuckember di Facebook – perché sa come si sbaglia e non si ripeterà. Ebbene, la regola dev’essere uguale per tutti, Trump nella sua vita è fallito eccome, ma anche per lui queste disavventure potrebbero rivelarsi istruttive, se dovesse riuscire a non fallire più, nelle vesti di capo supremo della nazione americana: e allora il reprobo che oggi i mercati patiscono impiegherebbe assai poco a diventare il loro idolo. Ma lo scopriremo ben presto: cento giorni e si capirà. (Sergio Luciano)

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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