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Al via il Governo Gentiloni: rimane la Boschi

L’ex ministra per le riforme diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Poche sorprese e pochi volti nuovi

Marco Scotti
di Marco Scotti | 2016-12-13 13/12/2016 ore 10:08

Varato il nuovo governo, guidato da Paolo Gentiloni. Chi si aspettava grandi colpi di scena e prorompenti valzer di poltrone è purtroppo rimasto deluso: il 64esimo esecutivo della storia repubblicana, nato alle 18.30 dalle ceneri di quello guidato da Matteo Renzi, ha confermato 12 dicasteri sui 18 complessivi. Tra le poche novità Angelino Alfano che passa dall’Interno agli Esteri, Marco Minniti che va al Viminale, Valeria Fedeli all’Istruzione, Anna Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento. Luca Lotti, tra i fedelissimi di Matteo Renzi, diventa ministro con delega allo sport, mentre Claudio De Vincenti ottiene la delega alla Coesione Territoriale e al Mezzogiorno.

Un discorso più ampio merita Maria Elena Boschi. La “madrina” della riforma costituzionale bocciata con il referendum del 4 dicembre scorso era stata invitata a fare un passo indietro già da numerosi esponenti del Pd. Le si attribuiva la responsabilità del fallimento della consultazione e di una deriva personalistica del governo Renzi. La si incolpava, in buona sostanza, di essere stata lei l’eminenza grigia che aveva condotto l’esecutivo dell’ex sindaco di Firenze allo sfascio, provocando anche una frattura interna al Pd. Ma la Boschi è rimasta, seppur con un ruolo diverso: non più ministro ma sottosegretario. Con deleghe pesanti: segretario del Consiglio dei Ministri.

Tutto cambi perché nulla cambi, insomma. Anche perché i dicasteri economici, che sono quelli su cui bisogna puntare in questi mesi necessari a risalire la china, sono rimasti invariati. Segno evidente che non si ha alcuna intenzione di attuare una discontinuità con la precedente esperienza, nonostante il governo Renzi, insieme ad alcuni innegabili meriti, abbiamo mostrato lacune proprio sotto l’aspetto economico.

Uno sguardo, infine, alle opposizioni. Se Lega e Cinque Stelle, annunciando di essere pronti a scendere in piazza, hanno sostanzialmente “fatto il loro mestiere”, lascia un po’ più stupiti la posizione di Massimo D’Alema, che ha attaccato ad alzo zero il Pd: “Se la risposta all’esito del referendum, e al voto contrario dei giovani, è quella di spostare Alfano agli esteri per far posto a Minniti, allora abbiamo già perso 4 o 5 punti percentuali, e alle prossime elezioni sarà un’ondata. Dicono di aver preso il 40% dei voti, come mai nessuno prima, allora devono rileggersi la storia: nel referendum sulla scala mobile il Pci prese il 45% circa e poi alle elezioni ebbe il 27%. Fare il calcolo oggi è semplice”.

Anche Bersani si è mostrato poco convinto: “La stabilità la garantiamo perché siamo responsabili. Ma sui provvedimenti ci devono convincere. Vorrei che il governo si mettesse dalla parte della gente che ha dei problemi”. Rimane il fatto che il governo Gentiloni, appena nato, ha già le stimmate della vittima sacrificale. Se davvero, come vorrebbero rumor del Transatlantico, al primo Ministro è stato chiesto di approvare velocemente una legge elettorale che consenta di andare a votare il prima possibile, si capisce bene perché non ci sia stata una gran voglia di cambiamento. Per ora.

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A proposito dell'autore

Marco Scotti
255 articoli

Giornalista professionista. Ha collaborato con Liberal, Il Ghirlandaio, Affari Italiani, Il Sole 24 Ore, il Gruppo Class e La Sicilia. Ha pubblicato con Lantana "Codice Amazon"

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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