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Immobiliare/Roma: si avvicina la vendita del Salone Margherita

La dimissione dell’immobile di Bankitalia in dirittura d’arrivo. In lizza diversi gruppi del mattone da Sorgente di Mainetti a Dea Capital. Il mondo della cultura chiede che resti un teatro.

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di Fiorina Capozzi | 2019-01-21 21/12/2018 ore 8:59
(ultimo aggiornamento il 21 Gennaio 2019 alle ore 15:05)

Sarà un San Silvestro amaro al Salone Margherita, il centenario teatro-varietà romano dove ha mosso i primi passi il Bagaglino prima di approdare alla notorietà del piccolo schermo. Il 31 dicembre 2018 scadrà il contratto di affitto “regolarmente disdettato per il secondo novennio” come riferisce Invest in Italy Real Estate, la vetrina telematica dell’Istituto per il commercio estero voluta dall’ex ministro Pier Carlo Padoan per rendere più appetibili le dismissioni nel real estate pubblico. Come se non bastasse a tutti gli effetti l’immobile in via dei Due Macelli risulta in via di aggiudicazione.

L’impresario Nevio Schiavone ha già concordato con Bankitalia la possibilità di continuare la sua attività fino al termine della stagione lirica estiva liberando il teatro entro novembre 2019. Nulla esclude che possa continuare a svolgere il suo lavoro anche dopo che l’immobile sarà passato di mano. Tuttavia al momento non c’è nessuna certezza. E sul nome del potenziale acquirente c’è il più stretto riserbo perché la posta in gioco è alta: un gioiello liberty da 2.504 m² lordi attorno al quale orbitano celebri intellettuali e artisti della Capitale. L’edificio, a due passi da piazza di Spagna, è infatti da tempo immemorabile uno spazio culturale che ha ospitato Marinetti, Ettore Petrolini, Lina Cavalieri, Totò, Aldo Fabrizi e Oreste Lionello. Ma Bankitalia, proprietaria del palazzo ottocentesco, lo ha messo in vendita nell’ambito del processo di valorizzazione degli immobili di Stato avviato già nel 2017.

Inutile dire che il piccolo gioiello architettonico nel cuore della Capitale fa gola non solo ai più importanti immobiliaristi del Paese, ma anche a società di investimento nel mattone, come Sorgente di Valter Mainetti o Dea Capital (gruppo De Agostini).  Per non parlare dell’attenzione che l’edificio ha suscitato fra i fondi sovrani come quello del Qatar che ha già pesantemente investito in trophy asset della Capitale come la sede di Valentino a Piazza di Spagna. Al momento è difficile dire chi la spunterà perché il dossier è top secret. Ma una fonte, celandosi dietro anonimato, riferisce che nulla esclude una fase di transizione prima della reale vendita.

E’ possibile cioè che l’immobile di Bankitalia possa transitare nella mani della divisione immobiliare della Cassa Depositi e Prestiti prima di finire nel portafoglio di un compratore privato. Per quale ragione? Sulla struttura c’è un vincolo di destinazione ad attività culturali che rappresenta una forte limitazione per chi voglia mettere a reddito la struttura trasformandola in un albergo di lusso o in un’area commerciale con rendimenti decisamente più elevati rispetto ad un teatro. Non è un caso del resto che il primo tentativo di cessione di Bankitalia non sia andato a segno.

Indiscrezioni di mercato hanno confermato che, nel 2017, gli investitori si tennero lontani perché temevano che difficilmente sarebbero riusciti a far traslocare l’attuale affittuario. E, del resto, oggi, lo scenario di fondo non è mutato vista la destinazione d’uso. “Se dobbiamo lasciare il teatro, lo faremo. L’unica condizione è che deve restare un teatro e che deve restare aperto. E’ un pensiero che condivido con tanti amici, artisti e intellettuali che sono profondamente legati al Salone Margherita” ha spiegato Schiavone. Il problema è che difficilmente con gli introiti dell’attività teatrale si può sostenere un costo d’affitto vicino a quello che pagherebbe ad esempio un marchio del lusso per la prestigiosa location. E l’acquisto dell’immobile, su cui Schiavone ha la prelazione, costa caro: nel primo tentativo di vendita nel 2017, Bankitalia puntava ad incassare almeno 15 milioni. Ma la cifra venne considerata dagli investitori eccessivamente elevata rispetto al rischio legato all’impossibilità di trasformare l’immobile destinandolo ad attività più remunerative della cultura.

Così in tempi più recenti, la pretesa economica si è ridimensionata scendendo ad una decina di milioni. Anche perché intanto, a febbraio di quest’anno, Bankitalia ha confermato in una nota ufficiale che “anche nel caso di un trasferimento di proprietà dell’immobile la destinazione ad attività teatrali resterà immutata”. Una precisazione dovuta non appena si è diffusa la notizia dell’imminente dismissione che ha fatto scattare il tamtam fra gli artisti e intellettuali della Capitale. E non solo fra di loro. Nell’ultimo tentativo di cessione, erano infatti intervenuti a difesa del teatro i critici d’arte Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi, il drammaturgo Pierfrancesco Pingitore e lo scrittore Vittorio Emiliani.

Stefano Molini aveva poi anche avviato una petizione su Change.org raccogliendo oltre 6500 firme con l’obiettivo di evitare il peggio per il celebre Cafè Chantant della Capitale. Ben più che una messa in scena che ha chiamato in ballo anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Certo se invece, quando si chiuderà il sipario sulla dismissione, si dovesse scoprire che il compratore ha la passione per l’arte, allora forse ci sarebbe una speranza per il Salone Margherita. Non resta molto da attendere per conoscere la sorte del teatro per il quale sono in molti ad augurarsi un lieto fine.

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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