La diocesi romana ha lanciato il programma nuove chiese per portare i luoghi di culto nelle periferie un punto di aggregazione religioso. Noi ci auguriamo che la Chiesa si prenda, soprattutto, a cuore il grande sostegno che sono gli oratori per dare ai giovani un'alternativa obiettiva al loro vagabondare
La Diocesi di Roma ha lanciato un programma che possiamo intitolare “nuove chiese”, con l’intento di portare luoghi di culto dove la città è cresciuta a dismisura ma senza un punto di aggregazione religioso.
Nella Capitale, ad oggi, ci sono più di 900 chiese (principalmente cattoliche), che la rendono, così, la città con il maggior numero di chiese al mondo.
I luoghi scelti per le nuove costruzioni sarebbero: Santa Brigida di Svezia a Palmarola (zona ovest), San Giovanni Nepomuceno Neumann a Montespaccato (ovest), Sant’Anselmo alla Cecchignola (sud), San Vincenzo de’ Paoli sul lungomare di Ostia (sud) e Sant’Anna a Morena (est).
E quando si parla di nuove chiese non si intendono solo edifici di nuova realizzazione ma spazi ecosostenibili che si affidano a tecnologie molto avanzate, nulla a che vedere, quindi, con le chiese così come le abbiamo vissute ed ammirate fino ad oggi. Forse più asettiche e meno suggestive di quelle che conosciamo, non lo possiamo giudicare a priori, ma certo senza quella forza artistica che rende le attuali dei veri e propri capolavori. D’altra parte, come dicevamo prima, devono colmare delle “assenze” che sono cresciute con l’espansione dei nuovi quartieri.
Di contro va fatta una triste considerazione: sempre meno persone vanno in chiesa regolarmente, si calcola che poco più del 15% degli adulti (meno di 1 su 5) segua le funzioni settimanalmente. Percentuale che cala sensibilmente in base all’età e alla realtà socio culturale del campione preso in esame. Quindi, viene da chiederci: se le chiese si svuotano con lo stesso ritmo con cui diminuiscono le vocazioni perché costruire nuovi edifici di culto? Perché oltre ad essere un punto di riferimento religioso, anche in contrapposizione alla diffusione di luoghi di ritrovo di altre e diverse forme di fede, le nostre nuove chiese rivestono una funzione pastorale e sociale con attività di carità, di catechesi e servizi alla comunità, ma soprattutto di ritrovo per gruppi giovanili; l’unica espressione a favore dei giovani che il Paese può, ad oggi, vantare.
In Italia ci sono oltre circa 8.000 oratori attivi collegati alle parrocchie e ai centri giovanili cattolici e l’affluenza, può sembrarci incredibile, ma è abbastanza positiva. Circa 1 milione di giovani partecipa regolarmente agli oratori cattolici, se a questi aggiungiamo quelli che vi partecipano con frequenza variabile o stagionale, possiamo parlare di circa 3 milioni di presenze. Purtroppo, però, per certi agglomerati sociali, andare all’oratorio è quasi un punto di biasimo e di debolezza.
Se lo Stato non è in grado di togliere i ragazzi dalla strada, dalla gang, dal nullafaccendismo, allora ben venga chi questo vuoto deteriore riesce a colmare.
Tante sono le attività che ad oggi molti oratori offrono: dallo sport, al doposcuola con un aiuto per i compiti, dalle attività creative, ai laboratori, da centri estivi (grest), fino ai centri marini e montani.
Dalle interazioni che nascono fra i ragazzi deriva spesso una maggior stretta fra nuclei famigliari a tutto vantaggio della comunità stessa.
Va detto, però, che le esigenze dei giovani sono sempre in crescita e sempre diverse, sensibili al minimo cambiamento del mondo esterno, per questo la realtà “parrocchiale” deve aggiornarsi, diventare attrattiva e proattiva, così da catturare i troppi ragazzi a zonzo. Sarebbe compito della Scuola/Stato? Si. E ci piacerebbe che così fosse com’è in tanti altri luoghi del mondo, ma, visto che il supporto che viene dedicato ai giovani Italiani è davvero vergognoso nella sua assenza e che si va avanti a suon di parole senza concretezza finale, bè e anche se non siamo del tutto d’accordo, meglio che a prendersi cura dei nostri figli sia la Chiesa e non le varie ondivaghe politiche