Categorie: Cronaca

Alemanno esce da Rebibbia. “Mi sembra quasi di disertare una trincea”

Finisce una detenzione di quasi un anno e mezzo, cominciata - sostiene lui — per un reato che non avrebbe dovuto portarlo in cella

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Mercoledì 24 giugno, alle dieci di mattina, Gianni Alemanno varicherà per l’ultima volta il cancello di Rebibbia. Finisce così una detenzione di quasi un anno e mezzo, cominciata – sostiene lui — per un reato che non avrebbe dovuto portarlo in cella, il traffico d’influenze legato all’abuso d’ufficio, fattispecie nel frattempo cancellata dall’ordinamento. Ma quello che l’ex sindaco di Roma porta con sé, uscendo, non è solo amarezza personale, è anche la testimonianza diretta di un sistema penitenziario che, a suo dire, si sta sgretolando nel silenzio generale.

Nelle pagine della nota affidata ai suoi legali e diffusa sui social, Alemanno non risparmia nulla. Celle da quattro posti stipate con sei persone. Bagni e ambienti degradati. Percorsi di rieducazione (studio, lavoro, cultura) ridotti a eccezioni per pochi fortunati. Tribunali di sorveglianza paralizzati da organici insufficienti e pratiche infinite. E poi quella storia dei camion: tre mezzi carichi di attrezzature sportive donate da un’azienda privata, scaricati il 21 maggio nel piazzale del carcere. Un mese dopo, gli attrezzi erano ancora lì. Le palestre dei detenuti, a duecento metri, rimanevano “preistoriche, scassate e arrugginite”. Nessuno li aveva spostati.

C’è anche il caso di Antonio Russo, 88 anni, malato, sei anni di carcere alle spalle. Il presidente Mattarella gli aveva concesso la grazia parziale. Eppure l’anziano non era ancora uscito: magistrati non informati, relazioni sanitarie in ritardo, pratiche aperte. Il “muro di gomma”, come lo chiama Alemanno, aveva respinto persino un atto di clemenza del Capo dello Stato.

“Mi sembra quasi di disertare una trincea”, scrive l’ex sindaco, e la metafora dice molto di come ha vissuto questi mesi. Insieme a Fabio Falbo, detenuto con cui ha costruito un’amicizia e un progetto comune, ha cercato di sollevare il caso, di far arrivare le voci dal chiuso delle celle all’esterno. Con risultati, ammette, quasi nulli.

Ora che torna libero, si chiede se riuscirà a farsi ascoltare.Dal ministro Nordio, dai media, dall’opinione pubblica. La sua tesi è semplice: non c’è contraddizione tra sicurezza dei cittadini e dignità dei detenuti. Anzi, senza un sistema carcerario che funzioni, la criminalità non si combatte, si alimenta. “Un pezzo del mio cuore rimane a Rebibbia”, ha chiuso Alemanno. Una promessa, o forse un peso. Di quelli che non si lasciano alle spalle passando un cancello.