Categorie: Cronaca

Partecipate, tutti i buchi neri della riforma

Aspettando la rivoluzione Raggi in Atac e Ama, il M5S smonta il decreto Madia

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Un’aspirina o poco più quando invece ci vorrebbe una cura da cavallo. Per il Movimento Cinque Stelle il decreto per il riordino delle partecipate voluto dal ministro della Pa Marianna Madia, è acqua fresca, non in grado di incidere in profondità in quell’immenso sottobosco che sono le quasi 8.000 partecipate censite dallo Stato. Una bocciatura che arriva proprio mentre a Roma, come a Torino, i neosindaci a Cinque Stelle si apprestano a rivoluzionare le rispettive municipalizzate.

Ieri i parlamentari grillini hanno dato parere negativo al decreto in discussione in Parlamento, evidenziandone tutta una serie di criticità. Buchi, hanno detto, che nei fatti rendono quasi nullo l’impatto della riforma su quella giungla da 42 miliardi di debiti annui. La prima questione che emerge dalle carte riguarda la possibile privatizzazione di interi settori in caso di fallimento della società. Un comma della riforma prevede infatti che in caso di crack di una partecipata, l’amministrazione controllante non possa costituirne una nuova per i cinque anni successivi nè tantomeno detenere partecipazioni in società attive nel medesimo settore. Il che spiana irrimediabilmente la strada ai privati pronti a partecipare alle gare. “E se a Roma l’Ama fallisse? Vorrebbe dire che il settore rifiuti può essere privatizzato, con il Cerroni di turno che ritorna?”, fanno notare i deputati a Cinque Stelle.

Altro buco nero della riforma, riguarda i famosi bonus ai dirigenti. Il governo li vorrebbe agganciati alla buona salute dei bilanci, ma per i Cinque Stelle non basta perché i premi andrebbero commisurati anche all’effettiva qualità dei servizi erogati alla collettività. Troppo facile tenere i conti in ordine. Dunque, o il servizio va ed è efficiente, o niente bonus. Ancora, nessuna misura concreta contro il fenomeno delle cosiddette “porte girevoli”, dove cioè manager in forza all’ente controllante diventano amministratori della partecipata e viceversa. E poi, meno poteri alla Corte dei conti, che potrà agire solo a fronte di un danno patrimoniale diretto arrecato all’ente partecipante, mentre l’azione di responsabilità contro gli amministratori verrà lasciata in capo all’ente azionista. In pratica il nominato che viene perseguito da chi lo ha messo su quella poltrona. (Gianluca Zapponini)

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