Lo squilibrio fra promesse e azioni pesa sulla gestione dei rifiuti, impiantistica, trasporti e mobilità e sulla riforma dei poteri di Roma Capitale. Apertissima la partita per il prossimo sindaco
La percezione di una politica basata solo sulle parole, priva del coraggio necessario per prendere decisioni concrete e impopolari, diventata un tema centrale a livello nazionale, ha ricadute anche a livello locale e a Roma in particolare, dove la frattura fra il dire e il fare è evidente. Infatti agli amministratori sempre più spesso manca la volontà di dire “no” o di assumersi la responsabilità di scelte difficili, preferendo rifugiarsi in una retorica che maschera l’incapacità di agire efficacemente.
Nella gestione di Roma, la “politica delle parole” si manifesta come un divario cronico tra le grandi promesse elettorali e la complessità di attuazione delle riforme necessarie per la città. Questo squilibrio pesa sulla gestione dei rifiuti, impiantistica, trasporti e mobilità e sulla riforma dei poteri di Roma Capitale.
Nonostante le promesse di risolvere l’emergenza entro la fine del mandato, sul fronte rifiuti e impiantistica, la città soffre ancora di una grave incapienza strutturale. Il sindaco Gualtieri ha dichiarato di “non farsi intimidire” riguardo alla costruzione di nuovi impianti, ma la realizzazione pratica (come il termovalorizzatore) ha trovato e trova forti resistenze politiche e burocratiche. Oltre il 60% dei cittadini ritiene che la situazione non migliorerà nel breve periodo, segno di una fiducia logorata da anni di annunci non seguiti da fatti tangibili.
Il settore dei trasporti è considerato uno dei punti più deboli della Capitale, con una rete metropolitana insufficiente e mezzi spesso inefficienti. Le ammissioni di criticità e scuse pubbliche da parte dell’amministrazione non hanno ancora invertito la percezione di un servizio “indietro di 10 anni”. La città è in parte ancora un grande cantiere, dopo alcuni mesi dalla fine del Giubileo. Il “poco coraggio” dell’amministrazione viene spesso attribuito alla difficoltà di scardinare logiche di gestione delle aziende municipalizzate (come AMA e ATAC) e alla fragilità di un sistema di governo che, senza la riforma dei poteri, fatica a imporre scelte di lungo periodo.
Un tema centrale per migliorare la gestione della città, grande come una decina dei principali capoluoghi di Regione, è infatti la riforma costituzionale per concedere a Roma poteri e risorse speciali simili alle altre grandi capitali europee. Sebbene l’iter parlamentare sia in corso (con voti favorevoli in commissione a marzo 2026), il clima politico resta incerto e il rischio di affossamento per emendamenti è alto.
Il cuore del cambiamento dovrebbe riguardare il passaggio di Roma da semplice Comune a ente costituzionale autonomo, con poteri simili a quelli di una Regione. Roma acquisirebbe potestà legislativa su diversi settori chiave, tra cui trasporti pubblici, urbanistica, turismo, commercio e valorizzazione dei beni culturali.
Parallelamente alla riforma dei poteri, si discute di come redistribuire le funzioni all’interno della città. Il sindaco Gualtieri ha avviato un tavolo di confronto a febbraio 2026 per definire l’autonomia finanziaria e amministrativa dei 15 Municipi per trasformarli in veri “comuni metropolitani” che possano gestire direttamente servizi locali, riducendo i tempi di risposta ai cittadini.
Comunque è al sindaco Roberto Gualtieri, arrivato oltre la metà del suo mandato (scadenza 2027), che viene contestata principalmente la mancanza di una “svolta” tangibile nella vita quotidiana dei cittadini. Ciò di cui si sente maggiormente la mancanza è il controllo del decoro e la sicurezza urbana. Sebbene siano stati avviati grandi progetti infrastrutturali, la percezione di insicurezza e degrado resta alta. Lo stesso Gualtieri ha ammesso che la città è “sguarnita” la sera e la notte, criticando il governo per la mancanza di fondi destinati agli straordinari delle forze dell’ordine.
Nonostante il potenziamento dei controlli della “Polmetro”, la percezione di insicurezza nelle stazioni centrali (come Termini e Ottaviano) rimane un punto critico. Nel bilancio 2026 sono stati aggiunti 20 milioni di euro specificamente per diserbo e sfalci, poiché gli interventi effettuati in precedenza sono stati giudicati inadeguati dalla stessa amministrazione.
Inoltre manca ancora una soluzione definitiva all’emergenza rifiuti. Roma continua a non conoscere la destinazione finale del 68% dei suoi rifiuti trattati, esportando circa 5,6 milioni di tonnellate fuori regione a costi elevatissimi. L’iter per il termovalorizzatore di Santa Palomba prosegue, ma la mancanza di impianti intermedi costringe la città a una gestione emergenziale costante.
Sebbene alcuni sondaggi mostrino una soddisfazione al 52%, Gualtieri è scivolato agli ultimi posti (89° su 97) nelle classifiche di gradimento nazionali come il Governance Poll 2025 de Il Sole 24 Ore. Il sindaco viene soprattutto criticato per il crescente divario tra il centro storico (oggetto di grandi restyling per il Giubileo) e le periferie, che molti comitati locali sentono “dimenticate”.
Viene imputata a Gualtieri la incapacità di trasformare la “grande programmazione” (fondi PNRR, Giubileo, termovalorizzatore) in un miglioramento immediato e visibile dei servizi di base per tutti i cittadini quanto del centro che delle periferie. Anche se bisogna riconoscergli che oltre a una “macchina amministrativa” lenta – dopo la parentesi Giubileo dove aveva poteri di commissario – ha dovuto e deve fare i conti con una struttura di governance che lo vede ancora come un sindaco con poteri da amministratore locale ordinario, di fronte a problemi di portata nazionale.
Tuttavia la sua natura di mediatore in una città complessa come Roma, che richiederebbe talvolta “strappi” netti o decisioni di rottura (specialmente verso le corporazioni o le inefficienze interne alle partecipate), viene letta dai critici come mancanza di vero coraggio politico. La immagine composta e riflessiva di Gualtieri contrasterebbe con il “sindaco sceriffo” che si muove tra i cantieri e le periferie, come lo vorrebbero i romani per sentirsi partecipi della trasformazione della città, invece di semplici spettatori (spesso irritati) di un grande cantiere a cielo aperto.
Cosicché la partita per il prossimo sindaco della Capitale è apertissima. Le destre potrebbero vincere se riescono a trovare un candidato carismatico e a trasformare le elezioni in un referendum sui disagi quotidiani (rifiuti e trasporti). Gualtieri, che ha già ufficializzato la sua ricandidatura, scommette sulla concretezza delle opere terminate e sul fatto che per cambiare Roma servono 10 anni, ma la sua rielezione dipenderà soprattutto dalla tenuta politica di un’alleanza progressista compatta.