La inutile svendita di beni pubblici e l’incapacità di varare valide politiche abitative evidenziata da un’esperienza virtuosa che rischia invece di essere cancellata
“Spin Time Labs”, (sperimentare un modo diverso di vivere), il progetto di rigenerazione urbana e occupazione abitativa di un palazzo di Roma, nel rione Esquilino, è balzato da giorni all’attenzione dei media e delle istituzioni dopo l’incendio scoppiato all’interno dell’edificio, che ha costretto la comunità di circa 400 persone, che da 13 anni vi abitava, a stare in mezzo alla strada per molti giorni.
Ma al di là delle manifestazioni di solidarietà, delle polemiche e dei tentativi di ridare al più presto un tetto provvisorio o stabile alla trentina di famiglie di diverse nazionalità con figli minorenni e alle attività sociali sviluppate nell’edificio , ‘’Spin time Labs’’ viene indicato da urbanisti, economisti e sociologi come un caso emblematico del cortocircuito tra la dismissione speculativa dei beni pubblici e il fallimento delle politiche abitative.
La gestione del palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme fotografa infatti il grande flop della stagione delle cartolarizzazioni inventata nel 2000 per avere liquidità, che ha spinto lo Stato a cedere il grande edificio di dieci piani e 21.000 mq a un Fondo privato a prezzi di favore, fornendogli con un prestito agevolato anche le risorse finanziarie, e pagando poi per anni milioni di euro di affitto, finché l’ente che lo occupava cambiò sede.
Una volta svuotato il palazzo venne lasciato “abbandonato” per anni, finché nel 2013 i militanti del movimento per il diritto all’abitare, Action, lo occuparono, ripopolandolo subito di centinaia di persone senza casa e trasformandolo in una micro-città multietnica. Infatti a differenza di altre occupazioni prettamente abitative, si decise di applicare il modello della rigenerazione urbana e sociale, realizzando al piano terra ambienti aperti agli abitanti del quartiere, come un’osteria sociale e una birreria artigianale, un teatro e sale per concerti, uno spazio di coworking, un ambulatorio medico, uno sportello di assistenza legale per i migranti, e persino la redazione del giornale ‘’Scomodo’’.
Tant’è che in un tempo di profonde solitudini e di complessivo sfaldamento dei legami sociali, avere luoghi ed esperienze in cui si prova a stare insieme, ad abbattere le barriere e a creare una convivenza pacifica, secondo il vicario del Papa per la diocesi di Roma, cardinale Reina, è una sfida da accogliere e da promuovere. ‘’Non si tratta di difendere a tutti i costi un “centro” fisico – ha dichiarato, difronte ai tentativi della proprietà di sfruttare l’incendio per uno sgombero definitivo del palazzo – ma di non perdere di vista la fraternità, vero “centro” di questa nostra città. È la voglia di costruire una comunità in cui non prevalga l’interesse del più forte; una comunità in cui, oltre a costruire case (che servono), impariamo ad edificare legami (che rimangono)’’.
Di fatto, per 13 anni un movimento sociale e la solidarietà (anche della Chiesa) hanno sostituito i servizi sociali del Comune e dello Stato, dando un tetto a 400 persone, inventando un welfare di prossimità (ambulatori, doposcuola, sportelli) a costo zero per le casse comunali.
Infatti l’altro paradosso evidenziato dalla vicenda dello ‘’Spin Time Labs’ riguarda la totale incapacità pubblica di pianificare il diritto all’abitare, lasciando che le occupazioni diventassero l’unico ammortizzatore sociale rimasto. A Roma ci sono circa 15.000 famiglie in graduatoria per una casa popolare (ERP) e i tempi di attesa superano i dieci anni. E davanti a questa emergenza, un palazzo pubblico di 10 piani è rimasto vuoto e inutilizzato per tre anni (dal 2010 al 2013), esposto al degrado.
Del resto a Roma il fenomeno degli spazi dimenticati è sistemico. Le mappature indipendenti e i dati delle associazioni territoriali descrivono uno scenario impressionante. Si contano oltre 160 grandi complessi ed edifici parzialmente o totalmente dismessi. Di questi, una quota rilevante appartiene a enti previdenziali (come ex Inpdap o ex Inps), al Demanio dello Stato, ad aziende pubbliche (come le Ferrovie dello Stato o l’Atac) o al Comune stesso. Soltanto nel cuore della città (tra il I e il II Municipio) si concentrano circa 20 stabili colossali sottratti all’uso pubblico. Tra questi figurano ex caserme, depositi ed ex uffici direzionali rimasti vuoti per anni a causa del blocco delle varianti urbanistiche o dell’attesa di aste andate deserte. Con il risultato di avere case senza persone e persone senza casa.