Categorie: Lifestyle e benessere

Made in Italy a tavola: 72,5 miliardi di export nel 2025, Asia prossima frontiera

Entro il 2034, quasi un terzo della nuova domanda globale di alimenti si concentrerà in Asia: Corea del Sud, Vietnam e India sono i mercati chiave

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C’è un settore che continua a tenere, anche quando l’economia rallenta e i dazi tornano a fare paura. L’agroalimentare italiano ha chiuso il 2025 con 72,5 miliardi di euro di esportazioni, il cinque per cento in più rispetto all’anno precedente. Una crescita solida, con formaggi, carni e prodotti da forno sempre più richiesti all’estero e una live e frenata nel settore del vino e dell’olio d’oliva. A fotografare il settore è l’ufficio studi di Sace, l’Export Credit Agency italiana controllata dal ministero dell’Economia, con la sua analisi “Food”.

La filiera agroalimentare italiana vale oltre 660 miliardi di fatturato, 141 miliardi di valore aggiunto, quasi 800mila imprese e tre milioni di occupati. A questo si aggiunge un primato europeo difficile da scalfire: l’Italia detiene 858 prodotti certificati DOP, IGP e STG — le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche che tutelano la qualità e la provenienza dei prodotti — più di qualsiasi altro paese europeo.

Chi cresce e chi arretra

Guardando ai singoli comparti, i protagonisti della crescita nel 2025 sono formaggi e latticini (+13,7 per cento), carni (+10,4 per cento) e altri prodotti alimentari trasformati (+12,7 per cento). Bene anche i prodotti agricoli grezzi (+9,4 per cento) e i prodotti da forno (+3 per cento). Stabile la frutta e la verdura.

Il quadro si incupisce però su due fronti storicamente forti del Made in Italy alimentare. Il vino segna un calo del 3,7 per cento, scendendo a 7,8 miliardi di euro — un segnale da non sottovalutare per un comparto che ha costruito decenni di reputazione internazionale. Ancora più pesante la flessione dell’olio d’oliva, in calo del 20 per cento a 2,5 miliardi: una contrazione che riflette sia la riduzione delle produzioni nazionali per ragioni climatiche sia la pressione competitiva di altri Paesi produttori.

La geografia dell’export

Sul piano territoriale, l’Emilia-Romagna si conferma prima regione esportatrice con 13,1 miliardi di euro (+8 per cento), davanti a Lombardia (11,8 miliardi), Veneto (10,5 miliardi) e Piemonte (10,2 miliardi). Crescite a doppia cifra per Sicilia (+11 per cento) e Friuli-Venezia Giulia (+11,6 per cento), segnale che il potenziale produttivo del Sud e del Nordest sta trovando sbocchi internazionali sempre più solidi.

Sul fronte dei mercati di destinazione, quasi il 60 per cento dell’export va verso i Paesi dell’Unione Europea. Germania, Francia e Stati Uniti assorbono da soli quasi il 37 per cento delle vendite totali. Tedeschi e francesi comprano di più — rispettivamente +7,2 per cento a 11,2 miliardi e +6,1 per cento a 7,9 miliardi. Gli americani invece comprano meno (-4,5 per cento), penalizzando soprattutto il vino in un momento in cui il tema dei dazi agita i mercati transatlantici.

Le sorprese arrivano dall’Est Europa e dai mercati emergenti. La Polonia cresce del 15,6 per cento, la Croazia del 10,3 per cento, la Romania del 10,2 per cento. La Spagna segna un balzo del 13,1 per cento. E poi c’è il Marocco, con un incremento del 71,2 per cento — un dato anomalo che segnala l’apertura di un canale commerciale nuovo e potenzialmente rilevante.

Il futuro guarda all’Asia

La prospettiva più interessante, secondo Sace, è quella asiatica. Entro il 2034, quasi un terzo della nuova domanda globale di alimenti si concentrerà in Asia: Corea del Sud, Vietnam e India sono i mercati chiave, trainati da urbanizzazione rapida, aumento del reddito disponibile e crescita della classe media. Per l’agroalimentare italiano — che gioca sulla qualità percepita e sull’identità culturale del prodotto — si tratta di un’opportunità strutturale, non congiunturale.

La strada, però, passa per la diversificazione: meno dipendenza dai mercati tradizionali, più presidio dei mercati emergenti. Una sfida che i recenti accordi commerciali dell’Unione Europea con Mercosur, India e Australia potranno aiutare a cogliere — a patto che le imprese italiane, spesso piccole e poco strutturate per l’internazionalizzazione, riescano a fare il salto di scala necessario.

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