Novecento ore l’anno perse sui mezzi pubblici: il sacrificio dei fuorisede "a metà" tra ritardi e stanchezza. «I nostri sforzi non sono ripagati, è avvilente».
La sveglia di Sara Lintozzi suona alle 5 ogni mattina. Quando la città ancora dorme, lei aspetta sulla banchina silenziosa del Cotral sperando che il suo pullman non sia in ritardo perché la frequenza obbligatoria a Medicina non ammette l’inefficienza dei mezzi pubblici. Riccardo Romano tornato a casa la sera, dopo ore di viaggio, si mette sui libri perché altrimenti non riesce ad arrivare preparato agli esami ma spesso, dalla stanchezza, si ritrova «a fissare il libro a vuoto». Marina L. per poter studiare, laurearsi e costruirsi un futuro attraverso l’istruzione dice di aver deciso di sottoporsi «a questa tortura dei mezzi». Fiorenza Pelino vorrebbe avere una cerchia di amici universitari ma per via della distanza e dei lunghi viaggi spesso è tagliata fuori.
Quattro ore al giorno, venti a settimana, ottanta al mese; questo è ciò che molti studenti pendolari sono costretti a pagare per il diritto allo studio. Con gli affitti che aumentano a dismisura, quando per una singola o addirittura una doppia ci si ritrova a spendere cifre inarrivabili per molte famiglie, una nuova ‘‘classe sociale’’ nasce nelle stazioni, con la luce ancora fievole del mattino, trovandosi costretta a sostituire la propria scrivania con il tavolino pieghevole di un treno.
Ogni giorno in Italia circa il 35% degli studenti universitari affronta un considerevole viaggio, a volte superiore alle due ore, per poter raggiungere la propria facoltà e avere la possibilità di seguire le lezioni. Il sistema accademico italiano ha trasformato la laurea in una gara di velocità, andando a creare un meccanismo che tende a premiare maggiormente la brevità dei tempi di laurea. Si parla di meritocrazia, un termine che presupporrebbe condizioni di partenza uguali per tutti gli studenti ma Giorgia, Roberta, Svevo, Angelina perdono più di 900 ore l’anno sui mezzi pubblici, un tempo che, tradotto in termini accademici, permetterebbe di preparare una media di quasi quattro esami. Le borse di studio hanno dei requisiti precisi, tra cui il conseguimento di un determinato numero di CFU entro una data prestabilita, chi rallenta perde il sostegno. Rallentare però non è una scelta ma una conseguenza. Riccardo soffre di nausea sui mezzi che non gli permette di studiare mentre Marina denuncia la guida degli autisti e l’affollamento sul Cotral che non le fanno mantenere la concentrazione necessaria a chi sta preparando degli esami universitari.
Il mercato immobiliare universitario è diventato un territorio inagibile per gli studenti fuorisede. Oltre al grande aumentare degli affitti brevi, dove la maggior parte degli appartamenti sono stati convertiti in B&B a uso turistico, i fondi del PNRR, dispensati per l’housing universitario, vengono indirizzati anche a società private per la realizzazione di studentati di lusso. Qui le stanze arrivano a sfiorare i 1.500 euro al mese, una cifra che equivale a uno stipendio medio italiano e che molte famiglie non possono permettersi di spendere. «In triennale io e una mia amica di corso avevamo conosciuto una ragazza che mi era sembrata fin da subito molto simpatica. Avrei voluto approfondire l’amicizia con lei ma l’unico momento possibile era tra una lezione e l’altra. Loro si sono laureate insieme e hanno scelto la stessa magistrale, io sono finita fuori corso. Ogni volta le vedevo insieme nelle foto che postavano sui social. Mi ha fatto tanto male, perché pensavo che quella avrei potuto essere io». Una ferita invisibile che non compare tra il numero di CFU convalidati o nei prezzi esorbitanti delle case in affitto ma che questi ragazzi si ritrovano a vivere quotidianamente. I treni, i Cotral, i pullman, non hanno pazienza; non aspettano la fine di un cineforum, di un seminario extracurricolare o di una assemblea studentesca. Non aspettano nemmeno la fine di un semplice aperitivo, che permette di trasformare un collega universitario in un amico. Per gli studenti pendolari la socialità non è un diritto ma un lusso che il tabellone delle partenze non può permettere.
Gaia parte ogni mattina dalla provincia di Caserta, impiegando più di due ore per arrivare all’università. Salta le lezioni uno o due giorni a settimana, perché gli orari sono «strazianti» e non riesce a mantenere questo ritmo quotidianamente. A causa di varie spese che la famiglia si è ritrovata a dover affrontare non si è potuta permettere un alloggio a Roma. Nonostante ciò, spende tra i 100 e i 150 euro al mese solo per i trasporti. Gaia studia Economia e non vuole rinunciare a laurearsi ma riconosce che «la situazione degli studenti fuori sede non è assolutamente tutelata, i nostri sacrifici non vengono ripagati e molti giorni tutto ciò diventa avvilente». L’università, per loro, non è più luogo di appartenenza ma un luogo di transito, un traguardo faticoso da raggiungere.
Autore: Giulia Villa