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A Roma cresce la povertà, soprattutto al Tufello e ad est

Il rapporto Istat ha messo in evidenza il dramma delle famiglie che non arrivano a fine mese. E la situazione rischia di peggiorare con l’inflazione

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A Roma la povertà riguarda un cittadino su 10, o almeno si tratta di coloro che sono a rischio di povertà. E il rischio è che con la crisi dello stretto di Hormuz la situazione peggiori, con un’inflazione che anche in tutta la Capitale per tutta la seconda parte del 2026 si manterrà sopra il 3%. Ma quale è la mappa del disagio economico a Roma?

Dove si vive peggio a Roma

Secondo l’Idise, l’Indice di disagio socioeconomico elaborato dall’Istat, le zone di Tufello, Tor Cervara, Porta Medaglia e Foro Italico presentano l’indice composito più critico, spesso associato a scarse risorse e assenza di servizi. Poi, aree come Torre Angela, Borghesiana, Ostia Nord e Santa Palomba subiscono un’incidenza maggiore di famiglie con potenziale disagio economico (dal 3,4% al 7,5%). Infine, anche il Centro Storico figura tra le aree con sacche di disagio socio-economico, guidato da dinamiche abitative e disuguaglianze di reddito. Nel Centro influiscono la presenza di molti anziani soli ma anche di immigrati soprattutto nell’area di piazza Vittorio.

A Roma il benessere è reale?

Nella Capitale il benessere economico è solo una facciata. Nonostante un reddito medio pro capite di 31.316 euro — nettamente superiore ai 24.830 euro della media nazionale — il 2024 fotografa una città a due velocità. Il 15,8% dei romani è a rischio povertà, il 6,9% affronta gravi disagi abitativi e il 3,2% vive in condizioni di deprivazione materiale e sociale. Preoccupa, inoltre, l’aumento dei “lavoratori poveri” (8,5%): avere un impiego, ormai, non è più sinonimo di stabilità.

L’intervento della Caritas

A confermare l’emergenza sono i dati della Caritas diocesana di Roma (attiva con 52 servizi e 224 Centri di ascolto parrocchiali), che ha intercettato 24.796 persone (+1% sul 2023), per un totale stimato di circa 60 mila beneficiari. La povertà ha due volti: da un lato ci sono i “nuovi bisognosi” (il 38,9% si è rivolto alla Caritas per la prima volta nel 2024, spesso per crisi improvvise o flussi migratori), dall’altro gli “invisibili stabili”. Ben il 60% degli utenti frequenta i servizi da più anni, e un terzo è in carico da oltre un decennio, tagliato fuori da ogni dinamica di crescita.