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Cure, ovvero l’eterna diligenza di una band immortale

Davanti ai 40 mila della Visarno Arena, si è ripetuta l'ennesima magia. Una band che più invecchia e più migliora. Rasentando la perfezione

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C’è qualcosa di vagamente magico e un po’ misterioso nel parlare di Robert Smith, dei Cure e del loro concerto ieri sera, presso la Visarno Arena di Firenze, prima e unica data italiana del loro tour europeo, che terminerà il prossimo 30 agosto al Rock en Seine di Parigi. La verità, nient’altro che la verità, è che i cinque visti sul palco dell’Ippodromo delle Cascine, sembravano dei ragazzi. Anche se non lo sono più, se l’anagrafica non mente. Ma i Cure sono così, più passa il tempo e meglio sono. Davanti ai 40 mila che hanno popolato l’ultima giornata della rassegna fiorentina, da nove anni punto di riferimento del buon rock in transito per l’Italia, la formazione guidata da Smith con Simon Gallup al basso, Roger O’Donnell alle tastiere, Jason Cooper alla batteria e Reeves Gabrels alla chitarra, ha ricreato la magia. Scaletta perfetta con ripescaggi nella memoria. Da batticuore.

Il prossimo anno saranno 50 anni dalla formazione del gruppo, correva l’anno 1977 e a Blackpool, affacciata sul mare d’Irlanda, faceva un gran freddo. Molto più di questi strani e sempre più normali inverni miti. Eppure sembra ieri che i Cure hanno cominciato a suonare insieme. Due ore compatte, energiche, intrise di una rara bellezza stilistica. Poche parole, giusto qualche timido e goffo tentativo di Smith, camicione nero, eyeliner e rossetto rosso d’ordinanza, di approcciare in italiano al pubblico di Firenze. Il resto è una tempesta elettrica, tra passato e presente. La sensazione, guardando questi anziani ragazzi inglesi è di una band diligente, marziale, quasi accademica. Nessuna sbavatura, nessuna digressione, nessuna forzatura, nessun atto di arroganza. I pezzi live suonati dal vivo sembrano incisi in studio. Un metodo del suono e dell’armonia che rasenta la perfezione.

Questo è, forse, il bello dei Cure: sono sempre all’altezza, suonano in modo pulito, senza farsi prendere la mano. Senza tradire se stessi solo perché si sta su un palco. Professionisti veri. E così, mentre il cielo sopra la Visarno Arena si prepara all’oscurità, un intreccio di chitarre, synth e batteria illumina il carico emotivo di Firenze mentre le prime note di Alone avvolgono la distesa umana. È l’inizio di un viaggio in cui perdersi sembra inevitabile. Eppure, canzone dopo canzone, la band sa trasformare memoria, inquietudine e nostalgia in qualcosa di condiviso, per ritrovare sé stessi.

Il pubblico si stringe allora naturalmente verso il palco, mentre lo schermo sullo sfondo si accende e cominciano a illuminarsi tante piccole stelle. Prima di raggiungere il centro, Smith cammina da una parte all’altra del palcoscenico e contempla il pubblico, come se volesse misurare la distanza tra sé e quella distesa umana per poi annullarla attraverso la musica. Con una scaletta che attraversa il tempo e che ha ripercorso alcuni dei brani più rappresentativi della carriera della band. Pictures of You, passando per Burn, Lovesong, Just Like Heaven, A Forest, Prayers for Rain, Lullaby e Boys Don’t Cry, che chiude il concerto. E così, alla fine, tra nostalgia, romanticismo e sonorità post-punk, i Cure suonano per due ore senza mai abbandonare il palco, in un maelstrom fatto di suono e visione. Poi, giusto “due minuti” (Smith dixit), per preparare i bis d’ordinanza. Ma tutto è già compiuto, la connessione con l’etere e il pubblico stabilita. Una band diligente, affidabile. E per questo immortale.