Per alcune aziende italiane, la Cina non è più solo un mercato di sbocco, ma anche un osservatorio privilegiato sugli sviluppi della tecnologia tessile globale
C’è una Cina che compra ancora i tessuti pregiati made in Italy, ma non è più la stessa di vent’anni fa. Lo racconta bene lo stand di Vitale Barberis Canonico (VBC) all’Intertextile Shanghai Apparel Fabrics – Autumn Edition, dove ai tradizionali abiti in lana si affiancano oggi una giacca casual in lana blu denim e una giacca in pied-de-poule con finitura idrorepellente: un ventaglio che va dall’abbigliamento formale da lavoro a proposte più informali, pensate per la vita di tutti i giorni.
“Il cambiamento è particolarmente evidente tra i consumatori più giovani. Non si accontentano più dei tradizionali abiti formali, ma cercano sempre più capi che esprimano il loro stile personale, attribuendo al tempo stesso maggiore importanza al comfort e alla versatilità nelle diverse occasioni”, spiega ad Xinhua Alessandro Barberis Canonico, amministratore delegato dell’azienda, che racconta come VBC abbia ampliato la propria gamma di tessuti sportivi e da outdoor per rispondere alla tendenza dell’athleisure, ormai affermata anche nel mercato cinese.
Accanto al cambiamento nei gusti, cresce un canale di vendita che sta ridisegnando le regole del mercato: l’e-commerce. Zhao Long, agente in Cina del Lanificio Luigi Colombo, racconta come il cashmere resti da tempo uno dei prodotti più venduti dall’azienda, ma come la crescita dello shopping online abbia portato inaspettatamente nuova domanda anche su tessuti femminili in stile tweed, tradizionalmente marginali. “Molti clienti online iniziano con tessuti di questo tipo prima di passare al cashmere”, spiega Zhao. Cambiano anche le modalità d’acquisto: rispetto ai grandi marchi, che effettuano ordini ingenti in un’unica soluzione, i clienti dell’e-commerce preferiscono scorte iniziali contenute, mantenendo però la possibilità di riordinare rapidamente in base alla domanda.
Un altro terreno su cui si misura il cambiamento è quello della sostenibilità. “Alcuni marchi cinesi online, quando acquistano cashmere, hanno iniziato a chiedere informazioni sulla tracciabilità e vogliono sapere da dove provenga la materia prima e come venga prodotta”, racconta Andrea Rossi, amministratore delegato del Lanificio Luigi Colombo — segno di una sensibilità crescente, soprattutto tra i consumatori più giovani, verso l’origine e i processi produttivi dei materiali.
Cresce, in parallelo, il peso dell’innovazione tecnologica. Per alcune aziende italiane, la Cina non è più solo un mercato di sbocco, ma anche un osservatorio privilegiato sugli sviluppi della tecnologia tessile globale. “Le aziende cinesi hanno già sviluppato solide competenze nel settore dei tessuti tecnici. È per questo che siamo venuti alla fiera di Shanghai non soltanto per vendere, ma anche per osservare i prodotti e le tecnologie dei nostri omologhi cinesi e trarne nuovi spunti”, spiega Antonio Petrocchi, rappresentante del produttore Mario Cucchetti Tessuti.
I numeri, del resto, confermano il peso crescente del mercato cinese per il settore. Secondo i dati diffusi da Milano Unica, nel primo trimestre 2026 le esportazioni tessili italiane sono calate del 3,4% su base annua a livello globale, mentre quelle dirette in Cina sono cresciute del 7,8%. Per aziende con una storia lunga decenni, se non secoli, la sfida sembra ormai chiara: l’artigianato e la qualità restano un valore riconosciuto, ma per conquistare i nuovi consumatori cinesi serve saper coniugare tradizione con espressione personale, versatilità, funzionalità, tracciabilità e innovazione.