Artem 13 anni ed è già morto. Morto suicida a Viterbo nel cuore della notte fra il 6/7 gennaio. Le cause sono tutte da esaminare, certo che la sua angoscia interiore gli è parsa insopportabile tanto da non poterla più affrontare
Ma quali sofferenze e quanti dolori silenziosi possono spingere un ragazzino di 13 anni a togliersi la vita? Tanti e inversamente proporzionali alla vulnerabilità di quelle anime ancora troppo piccole per reagire alle esperienze della vita.
Forse proprio per questo, Artem, nella notte tra il 6 e il 7 gennaio ’26 a Viterbo, si è suicidato. Le cause scatenanti per un tale gesto non sono ancora chiare, chi parla di bullismo, chi di istigazione al suicidio, chi di fragilità, chi, ancora, di una difficoltà ad inserirsi e ad accettare un mondo e una vita tanto diverse da quelle ucraine lasciate nel settembre 2024 per arrivare in Italia.
Si indaga in ogni direzione, ma anche e se la causa dovesse essere confermata nulla potrebbe ricomporre questa pagina di profondo sconforto così sconcertante.
I dati dei suicidi fra giovani sono in continuo aumento e il rapporto Istat parla di circa 550 eventi, fermandosi, però, al 2022. Da quella data, troppo tempo è passato per avere un quadro chiaro della situazione. Certo è che il malessere nei ragazzi è sempre più evidente e dirompente; c’è in loro una volontà di farsi male quasi perché appaia evidente, da quei segni sulla pelle, tutto il dolore che hanno dentro e quando questo dolore resta chiuso nel silenzio si autoalimenta fino a diventare insopportabile, totalitario fino al loro gesto estremo.
La sofferenza giovanile diventa spesso malattia e la nostra Sanità ne ha, da tempo preso coscienza e si impegna ad allargare l’offerta di posti letto e di reparti adatti, ma sembra quasi che il problema cresca più rapidamente di quanto si possa immaginare.
Dice il prof. Stefano Vicari, (ordinario di neuropsichiatria alla Cattolica e primario al Bambin Gesù) in un’intervista a La Repubblica (10.01.’26) che quello che maggiormente preoccupa è “l’aumento dei tentativi e delle ideazioni suicidarie”, molti, per fortuna, falliti e altri intercettati per tempo. “I ragazzi sono soli, il mondo degli adulti è disattento (impreparato? ndr) rispetto ai loro bisogni” continua il prof. Vicari e spesso, aggiungiamo noi, la famiglia pensa che supplire al disagio concedendo cose e libero arbitrio sia la panacea per ogni momento buio. Errore colossale. Ci vuole dialogo: quello che comincia piano, sottovoce, che stabilisce un rapporto di cui fidarsi e in cui confidarsi, un passo dopo l’altro, una rabbia e uno scontro dopo l’altro. Genitori che non possono e non devono delegare alla scuola anche il compito difficilissimo di sondare gli animi dei loro figli, perché il primo “medico”, il primo “consulente” di un ragazzino va sempre cercato e trovato nell’ambito famigliare.
La depressione, poi, non è una debolezza e non passa da sola se a soffrirne è una persona giovane. Prima viene riconosciuta, prima si interviene e la si cura e nemmeno ci si deve vergognare ad ammettere che il momento del fastidio di vivere va curato come un qualsiasi altro malanno, ma a differenza di altri malanni questo fastidio o paura di “campare” è per chi ne soffre, spesso, insormontabile tanto da imporre il sacrificio di se stessi piuttosto che ritrovarselo ancora presente e sempre più nemico