Roma/Università: il blocco di fondi una ferita al cuore dei giovani e al futuro del Paese

Anzichè essere tutti stabilizzati verranno espulsi almeno 20.000 lavoratori fra i ricercatori finora finanziati col Pnrr, creando un grave vuoto anche nel sistema universitario della Capitale

Roma è un importante centro accademico con quattro istituzioni universitarie pubbliche: Sapienza, che è la più antica e una delle università più grandi d’Europa; Torvergata, nota per ricerca e innovazione; Roma tre, la più giovane che si distingue per l’innovazione didattica e la sostenibilità e Foro Italico, specializzata in scienze motorie e sportive.

Il blocco di fondi dello Stato, l’unico finanziatore, per circa due miliardi negli ultimi due anni rispetto alle necessità, si riflette pesantemente sulla loro attività. Tanto più che a livello nazionale e quindi in buona parte anche nelle Università della Capitale, verranno espulsi circa 20.000 lavoratori fra i 35.000 ricercatori assunti negli ultimi tre anni con i fondi del Pnrr, che finiscono con il prossimo anno.

Grazie alla disponibilità dei fondi europei si è formata una nuova generazione di ricercatori e ricercatrici, che oltre a contribuire agli studi in molti settori ha affiancato i docenti nella formazione e negli esami degli studenti, supplendo alla crescita fisiologica del sistema universitario. Ad essi, anziché l’espulsione, i sindacati sostengono che dovrebbero essere applicati gli stessi identici meccanismi e percorsi di stabilizzazione che esistono nel resto della pubblica amministrazione.

Invece il massimo tentativo del governo di gestire questo passaggio sarebbe quello di moltiplicare le figure precarie, riducendo ulteriormente diritti e tutele nelle università, che meriterebbero una maggiore attenzione sul piano di una stabile organizzazione del personale. Piuttosto che concentrarsi su provvedimenti che si limitino a dare ai rettori la possibilità di essere eletti per la seconda volta o a inserire nei consigli un rappresentante del ministero, il Parlamento dovrebbe affrontare il nuovo ruolo delle università nella transizione digitale e nella velocità dei cambiamenti in atto in ogni settore.

Si fa un bel parlare, tanto sui media che fra i politici, di frenare la fuga di giovani laureati all’estero e del numero inferiore di nostri laureati rispetto ai partner europei, ma nei fatti molte università, nel silenzio generale, stanno già vivendo un grosso deficit di investimento a causa della mancanza di adeguati  fondi statali, con l’effetto molto impattante su ricerca, assunzione e riduzione dell’offerta formativa.

Le università pubbliche italiane, come le quattro università della capitale, ricevono la maggior parte delle risorse finanziarie dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), erogato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR). La gestione finanziaria è autonoma, ma soggetta a rigide normative statali e al controllo della Corte dei Conti. Controlli che non sono non altrettanto stringenti verso altri Enti di ricerca, che lo Stato continua a finanziare,  e che rispetto alle università sono in grado di ampliare i collaboratori e la base dei ricercatori.

Negli ultimi anni, nel sistema universitario italiano è cresciuto un generale disagio a causa dei finanziamenti statali che negli ultimi anni, nonostante marginali incrementi, non hanno tenuto il passo con l’aumento dei costi operativi e le necessità di crescita. Questa tendenza ha portato alcuni rettori ad esprimere forte preoccupazione e a parlare di un’emergenza strisciante. E ciò ha generato persino un dibattito sulla sostenibilità a lungo termine di alcune università e un ulteriore motivo di delusione da parte dei giovani verso le istituzioni e la politica.

Mai come oggi le Università e i giovani ricercatori sono lavoratori necessari per varcare la porta dell’economia del futuro, oltre ad essere l’unica possibilità per frenare la fuga dei giovani dal sud e dalla stessa Italia.

Il blocco sostanziale dei fondi alle università, e l’espulsione dei numerosi ricercatori che si è scelto di finanziare col Pnrr, non solo apre una ferita all’organizzazione del sistema universitario, ma colpisce al cuore il Sud e i giovani, che costretti a migrare per studiare, contribuiranno ancora di più allo spopolamento, accelerando un fenomeno considerato purtroppo già come irreversibile.

Anche la Capitale col suo importante patrimonio universitario non uscirà indenne e stupisce che il Campidoglio, sia pure non abbia nessuna responsabilità diretta, non intervenga. I numerosi ricercatori che saranno espulsi sono infatti assimilabili ai lavoratori di una strategica azienda della città, per i quali il Comune per altri settori non si è sottratto ad intervenire.

 

 

 

 

 

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