Un unico fendente al cuore, sferrato al culmine di una lite tra giovani nordafricani, davanti all’ingresso del centro commerciale Oviesse in piazza San Giovanni Battista de La Salle, alla Circonvallazione Cornelia, nel quartiere Aurelio. Così è morto a 22 anni Hegazy Ibrahim Elsayed, cittadino egiziano, accasciatosi a terra poco dopo essere stato colpito al torace. Erano le 13.45, ora di pranzo, in una zona affollata di famiglie e pendolari.
Secondo le prime ricostruzioni, la discussione sarebbe degenerata per questioni legate allo spaccio di droga: un regolamento di conti per uno “sgarro” o per una partita non pagata. I carabinieri del Nucleo Investigativo hanno rintracciato e ascoltato fino a tarda sera tre giovani, tra egiziani e algerini. Uno di loro è sospettato di aver materialmente colpito la vittima, forse con un taglierino appuntito rinvenuto poco distante dal corpo e ora al vaglio degli inquirenti. Inutili i tentativi di soccorso: la ferita al cuore non ha lasciato scampo.
L’omicidio, consumato in pieno giorno e sotto gli occhi di numerosi testimoni, riaccende i riflettori su un’escalation di violenza che sta segnando Roma. Non si tratta più soltanto di episodi circoscritti nelle periferie estreme, ma di aggressioni che esplodono in contesti urbani centrali, davanti a negozi e fermate della metro, in quartieri vissuti quotidianamente da famiglie e lavoratori.
Una città più fragile
Dall’Aurelio a Tor Bella Monaca, dal Pigneto a San Basilio, risse, accoltellamenti e scontri tra gruppi si susseguono con una frequenza che inquieta residenti e commercianti. Le forze dell’ordine parlano di tensioni legate allo spaccio e alla microcriminalità, ma emerge anche un dato culturale: l’abbassamento della soglia di conflittualità, la rapidità con cui si passa dalla parola alla lama.
Sempre più spesso i protagonisti sono giovani o giovanissimi. In diversi casi, ragazzi senza precedenti gravi alle spalle, coinvolti in dinamiche di gruppo dove il rispetto si conquista con l’intimidazione.
I modelli che influenzano l’immaginario
Nel dibattito pubblico si inserisce il tema dei modelli culturali. Una parte del mondo giovanile trova identità e linguaggio nella trap e in artisti come Sfera Ebbasta, simbolo di un’estetica che racconta strada, successo rapido, denaro, potere. Per molti si tratta di espressione artistica e racconto sociale; per altri, in contesti fragili, quei messaggi rischiano di trasformarsi in codici comportamentali, dove l’affermazione personale passa attraverso la forza e l’ostentazione.
Analogo discorso per serie televisive di grande impatto come Gomorrae e Suburra. Fiction di qualità, capaci di raccontare senza filtri il mondo criminale, ma che hanno anche contribuito a creare figure di anti-eroi carismatici. In determinati ambienti, quei personaggi diventano icone di riferimento più che moniti narrativi.
Naturalmente musica e serie TV non sono la causa diretta della violenza. Sarebbe una semplificazione. Ma quando disagio sociale, marginalità economica e assenza di opportunità si combinano, l’immaginario dominante può influenzare linguaggi, atteggiamenti e perfino il ricorso alla violenza come strumento di legittimazione.
Oltre l’emergenza sicurezza
Il delitto dell’Aurelio non è solo un fatto di cronaca. È il simbolo di una città che fatica a governare le proprie fragilità. Servono controlli, certo, ma anche interventi strutturali: scuole presidiate, centri sportivi e culturali aperti, politiche giovanili concrete, riqualificazione urbana.
Perché Roma non può abituarsi all’idea che un regolamento di conti si consumi a mezzogiorno, davanti a un centro commerciale, sotto gli occhi di chi va a fare la spesa. Restituire sicurezza significa anche restituire alternative, nuovi modelli, nuove narrazioni. Altrimenti la violenza continuerà a parlare più forte di qualsiasi altra voce.