Il 24 febbraio 2022 la Russia lanciava l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Quattro anni dopo, Kiev è ancora in piedi. Ma la guerra non è finita, e nessuno sembra più aspettarsi una vittoria rapida. L’Ucraina entra nel quinto anno del conflitto in una condizione inedita: non sconfitta, ma logorата. Non resa, ma stanca.
La società che nel 2022 reagì compatta come una molla sotto pressione mostra oggi le prime crepe. Le polemiche sulla mobilitazione, sulla gestione del conflitto e sulle condizioni di un eventuale accordo di pace si moltiplicano, amplificate dai social network. Episodi come le reazioni divise a un recente attacco a Leopoli raccontano un Paese ancora resiliente ma meno monolitico di quanto l’immagine proiettata all’estero non suggerisca.
Anche la politica interna si muove, in vista di elezioni che non hanno ancora una data ma che tutti già preparano. L’intervista al Time di Valery Zaluzhny — ambasciatore a Londra ed ex comandante delle forze armate — in cui ha criticato apertamente la gestione della guerra da parte di Zelensky, è stata letta da molti come una mossa di posizionamento elettorale. Secondo i media ucraini, tutti gli attori politici starebbero già valutando nuove alleanze, in attesa che il calendario si chiarisca.
Sul fronte internazionale, il contesto è cambiato in modo sostanziale. Gli Stati Uniti di Donald Trump non sono più il partner incondizionato dei primi anni di guerra: sono diventati mediatori, con una pressione crescente su entrambe le parti per arrivare a un accordo. Un’accelerazione che ha motivazioni anche interne: con i consensi in calo e le elezioni di medio termine in arrivo il prossimo novembre, l’amministrazione repubblicana avrebbe tutto l’interesse a presentare un successo in politica estera.
I negoziati di Ginevra restano però in stallo. Sul piano tecnico — come il monitoraggio di un eventuale cessate il fuoco — ci sarebbero progressi. Sul piano politico, il nodo centrale rimane intatto: lo status del Donbass. Mosca vuole il riconoscimento dei territori occupati, Kiev non è disposta a cederli formalmente. La riunione prevista per venerdì 27 febbraio potrebbe essere decisiva: o si apre la strada a un vertice a tre tra Ucraina, Stati Uniti e Russia, o i negoziati rischiano di interrompersi con il ritiro americano dal processo.
Nel frattempo, la dipendenza ucraina dal sostegno occidentale resta totale. Senza i missili per i sistemi Patriot, le città restano esposte. Senza i fondi europei, l’economia non regge. Dopo quattro anni, Kiev deve ancora dimostrare ogni giorno ai suoi alleati perché vale la pena continuare a sostenere questa guerra.
Qualunque sia la formula finale — cessate il fuoco, accordo negoziato, referendum popolare — difficilmente potrà essere presentata come una vittoria. Per alcuni sarebbe la scelta tra una fine terribile e un orrore senza fine. Per altri, un compromesso tra il male e il peggio. A quattro anni dall’inizio dell’invasione, l’Ucraina è ancora sospesa tra il rischio di una guerra a tempo indeterminato e una pace dai contorni incerti.