Inverno in fuga: temperature da record sulle Alpi, e sulle montagne scatta l’allerta valanghe

L'anticiclone africano regala all'Italia settimane di sole e temperature primaverili, con punte di 20°C in pianura e zero termico a 3.200 metri, il doppio della norma. Dietro questa anomalia c'è la firma sempre più riconoscibile dei cambiamenti climatici

Un anticiclone di matrice africana ha preso saldamente in mano il meteo italiano e non ha intenzione di mollare fino almeno alla seconda settimana di marzo. Il risultato è un’anomalia climatica difficile da ignorare: temperature fino a 9°C sopra la media stagionale, sole quasi ininterrotto da Nord a Sud e alcune città della Pianura Padana che in questi giorni sfiorano i 20°C. Solo le coste registrano locali nubi basse e la Val Padana i suoi consueti banchi di nebbia mattutina. Un clima che sa di primavera, a febbraio inoltrato. Piacevole, per chi vive in pianura. Preoccupante, per chi guarda verso le montagne.

Lo zero termico ha perso la bussola

Lorenzo Tedici, meteorologo responsabile media de iLMeteo.it, non usa giri di parole per descrivere quello che sta accadendo in quota: “Lo zero termico salirà e stazionerà sui 3.000-3.200 metri, con temperature massime che toccheranno i 15°C a 1.000 metri. A fine febbraio, in pieno inverno meteorologico, l’altezza media dello zero termico dovrebbe aggirarsi tra i 1.300 e i 1.500 metri. In pratica siamo al doppio del normale, su valori che un tempo sarebbero stati considerati tipici dell’inizio dell’estate.”

Detto in modo ancora più diretto: le nostre Alpi, in questo febbraio 2025, si comportano come se fosse giugno. E questo non è un primato di cui vantarsi.

La neve che tradisce

Dietro la cartolina delle cime illuminate dal sole si nasconde un meccanismo silenzioso e letale. Con temperature così elevate, il manto nevoso si inumidisce rapidamente, perdendo la coesione interna che lo tiene compatto e stabile. L’acqua di fusione penetra tra i cristalli di neve, ne distrugge i legami e, quando raggiunge uno strato scivoloso — una vecchia crosta di ghiaccio, o direttamente il terreno — fa da lubrificante perfetto. La massa soprastante non ha più aderenza: scivola, accelera, travolge.

Sono le cosiddette valanghe di fusione, o primaverili, fenomeno tipico di aprile e maggio che quest’anno si presenta con due mesi di anticipo. Spesso innescate da un elemento banale — un masso scaldato dal sole, un escursionista imprudente — si aprono a ventaglio mentre scendono, assumendo la caratteristica forma a pera. Rapide, silenziose all’inizio, devastanti nell’impatto.

Il bollettino valanghe non lascia spazio a interpretazioni: su tutte le Alpi il livello di pericolo è marcato o forte, tra il 3 e il 4 su una scala che arriva a 5. Un livello che, in condizioni normali, si raggiunge in primavera inoltrata. In questo contesto, l’appello degli esperti assume i toni di un divieto senza appello: il fuoripista è assolutamente da evitare. Non è una questione di bravura tecnica o di esperienza sugli sci. È una questione di responsabilità — verso se stessi, certo, ma soprattutto verso i soccorritori che, a causa di imprudenze altrui, si trovano costretti a operare in condizioni di pericolo estremo, rischiando la propria vita per salvare chi ha sottovalutato la montagna.

Il clima che cambia, gli inverni che scompaiono

Sarebbe comodo liquidare tutto questo come una semplice ondata di caldo fuori stagione. Ma Tedici e i suoi colleghi sono chiari: questa anomalia porta la firma inequivocabile dei cambiamenti climatici. Gli inverni si accorciano, si addolciscono, perdono consistenza. Gli zero termici “schizzano” verso l’alto con frequenza sempre maggiore, accelerando la fusione dei ghiacciai alpini — un processo che non si inverte tra un’estate e un’altra — e aumentando la frequenza e l’imprevedibilità delle valanghe.

Il caldo che stiamo godendo in pianura è la faccia piacevole di un fenomeno che, in quota, sta riscrivendo in modo drammatico la geografia della neve. Dovremo aspettare la seconda settimana di marzo per una possibile inversione di tendenza. Fino ad allora, l’Italia resterà sotto l’influenza dell’anticiclone africano, con il sole che scalda, la neve che cede e le montagne che, più che mai, chiedono rispetto.

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