Nell’aula bunker di Rebibbia, seduto al banco degli imputati, Mark Samson ha parlato per ore. Ha descritto bugie, gelosie, una notte trascorsa insieme e una mattina che si è trasformata in un incubo senza ritorno. Per la prima volta ha messo insieme i pezzi di una storia che aveva raccontato solo in parte, ammettendo di aver taciuto per proteggere sua madre. Ieri, davanti alla corte e ai genitori di Ilaria Sula seduti in prima fila con una maglia bianca con la foto della figlia, non si è risparmiato nulla.
Ilaria era scomparsa il 25 marzo del 2024. Era stata ritrovata una settimana dopo, il 2 aprile, chiusa in una valigia abbandonata in un dirupo di Capranica Prenestina. Samson, 24 anni, è accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi e dalla relazione affettiva con la vittima, oltre che di occultamento di cadavere.
Il racconto parte da lontano. Dalle bugie sull’università — Samson aveva fatto credere a Ilaria di essere quasi laureato, in realtà aveva sostenuto un solo esame — e dalla crisi che ne era seguita, con la ragazza che aveva chiesto una pausa. Poi la gelosia, alimentata in modo clandestino: il 24enne aveva sottratto le credenziali degli account di Tinder e Instagram di Sula e ne leggeva i messaggi privati di nascosto. Aveva così scoperto che lei parlava con un altro ragazzo. E aveva deciso di agire: “Dovrei farti vedere una cosa ma no spoiler. Riusciresti a passare?”, le aveva scritto la sera del 24 marzo. Un invito costruito su un pretesto.
La mattina del 26 marzo, dopo la notte trascorsa insieme, qualcosa si è spezzato. “Non so neanche io spiegare cosa mi è preso”, ha detto Samson. “È come se mi fosse sceso un velo sugli occhi”. Ha colpito Ilaria al volto con i pugni — “sicuramente più di due volte, non ricordo quante” — poi, quando lei è caduta, l’ha pugnalata al collo. “Non ha urlato”, ha aggiunto, con una freddezza che ha gelato l’aula.
Quello che è seguito è altrettanto difficile da ascoltare. La madre chiamata a vedere il corpo. La richiesta di una valigia. Il corpo di Ilaria chiuso dentro — “c’era solo un pezzo di ginocchio che usciva” — e poi caricato in auto insieme al coltello e ai materiali usati per pulire. Il viaggio notturno verso Capranica Prenestina.
Fuori dall’aula, i genitori di Ilaria hanno scelto parole misurate, cariche di dolore: “Siamo veramente a pezzi. Rimangono delle oscurità, tante cose non sono state dette in maniera giusta. Non chiediamo vendetta, ma che sia fatta vera giustizia”.