Il nuovo “Piano Casa”, approvato dal Consiglio dei Ministri a fine aprile, mira ad affrontare l’emergenza abitativa intervenendo sul problema dell’acquisto e dell’affitto su tutto il territorio nazionale, puntando a rendere disponibili 100mila alloggi popolari e a prezzi calmierati nei prossimi 10 anni. Il primo pilastro è il recupero di 60mila immobili popolari (Edilizia Residenziale Pubblica) e sono previste misure e facilitazioni per attrarre investimenti privati, tenuto conto che il miliardo di euro che dovrebbe finanziare il progetto è già considerato insufficiente.
Mai ciò che manca all’atteso “Piano Casa” è un disegno organico per decongestionare le metropoli. L’Unione Europea ha infatti evidenziato che le città iper-densificate sono inefficienti dal punto di vista energetico e ambientale, tanto che gli Stati dovrebbero ripristinare il 20% delle terre entro il 2030, il che significa, di fatto, mettere un freno all’espansione del cemento nelle periferie.
Soprattutto a Roma le periferie “iper-sviluppate” sono state il risultato di una pianificazione urbanistica che ha inseguito solo il profitto immediato, creando quartieri dormitorio che sono diventati terreno fertile per degrado e criminalità. Quindi soprattutto riguardo alla Capitale non bisogna solo fermarsi nella costruzione di nuove case, come in parte prevede lo stesso “Piano”, ma servirebbe rendere attrattiva la provincia e molti borghi smettendo di considerarli come luoghi da “assistere” e iniziare invece a vederli come l’unica alternativa sostenibile al collasso della metropoli.
Il “Piano Casa” potrebbe essere il motore di un “Piano Borghi” strutturale, dove la casa costa meno ma la qualità della vita (servizi e lavoro) dovrebbe diventare paragonabile a quella cittadina. Attualmente esiste un “mosaico” di bonus locali, bandi a scadenza e micro-agevolazioni che, pur essendo utili, non costituiscono però una visione strategica nazionale. Manca, in effetti, quello che potremmo definire un “New Deal delle Aree Interne”. Invece di bonus una tantum, servirebbe prevedere nello stesso “Piano Casa” incentivi alle aziende per favorire il lavoro da remoto. Inoltre, se per esempio si abbattessero i contributi previdenziali per le imprese che permettono ai dipendenti di risiedere nei piccoli comuni, la de-urbanizzazione diventerebbe quasi automatica. Anche lo sconto sull’affitto per due anni non basta. Servirebbe trasformare interi territori in “Zone a Burocrazia Zero” e a “tassazione ridotta permanente” (es. IRES dimezzata per 20 anni) per chi apre attività produttive in provincia, rendendo conveniente spostare non solo la residenza, ma il cuore economico del Paese.
Ed è essenziale che lo Stato garantisca per legge che in ogni area, indipendentemente dal numero di abitanti, ci sia un presidio sanitario attivo 24h (anche via telemedicina avanzata), una scuola d’infanzia o un centro educativo, trasporti veloci cadenzati verso il capoluogo più vicino. Spesso le persone accettano di vivere in periferie degradate solo perché sono vicine al lavoro o agli ospedali della metropoli. Se si portano i servizi di alta qualità fuori (scuole d’eccellenza, poli sanitari specialistici) direttamente nelle aree interne, insieme a trasporti efficienti, si toglierebbe alle periferie urbane la loro unica “attrattiva” forzata.
Dopo la pandemia, era esploso il desiderio di lasciare le metropoli, ma si scontrò subito con il muro della realtà: se il treno passa ogni due ore e la connessione internet salta, la scelta del borgo resta un lusso per pochi o un sacrificio insostenibile.
Decidere che una periferia degradata non verrà più espansa e parallelamente di potenziare la ferrovia verso alcuni borghi, garantendo una istruzione e un’assistenza sanitaria, sarebbe una scelta di “ingegneria sociale”, non solo “urbanistica”. Purtroppo, sono scelte che hanno bisogno di programmazioni decennali che si scontrano con la dittatura dell’emergenza e del consenso immediato, che cerca risultati (o annunci) da spendere entro pochi anni, in funzione dei cicli elettorali.
L’Unione Europea ha lanciato una strategia ufficiale che guarda al 2040 per rendere le aree rurali “più forti, connesse, resilienti e prospere”. Parte dei fondi della politica di coesione dovrebbero essere coordinati per investire su un obiettivo di 100% di copertura a banda larga veloce per permettere il lavoro da remoto e l’accesso ai servizi digitali.
Per garantire che le politiche europee non siano solo “urbano-centriche” è stato lanciato il Rural Pact (Patto Rurale) per creare una rete tra governi nazionali e stakeholder locali. L’Europa fornisce i fondi e le linee guida, ma la “coraggiosa” scelta di vietare un nuovo palazzone in periferia spetta ancora alla politica locale, che spesso preferisce l’incasso immediato degli oneri di urbanizzazione alla salute del territorio a lungo termine.
Il “grande progetto di svolta” europeo esiste sulla carta (si chiama Patto Verde e Visione Rurale 2040), ma la sua attuazione dipende dalla capacità dei cittadini di pretendere che quei fondi vengano usati per le ferrovie regionali e non per l’ennesima rotonda o ristrutturazione in periferia, come ci si aspetterebbe da un “Piano Casa” con la capacità di guardare al futuro e disegnare nuovi flussi di vita.