Ancora conti in rosso per la Centrale del Latte di Roma, il cui bilancio d’esercizio si chiude con un passivo pesantissimo, certificando la complessità della transizione industriale avviata dai vertici dopo la fine di una partnership ventennale, quella con Parmalat, che per oltre due decenni aveva garantito stabilità ai bilanci e volumi costanti agli impianti di via Fondi di Monastero.
I numeri ufficiali approvati dall’assemblea dei soci non lasciano spazio a interpretazioni: il risultato d’esercizio si è attestato a -10,76 milioni di euro, registrando un sensibile peggioramento rispetto ai conti dell’anno precedente. Una frenata che riflette lo sforzo strutturale necessario a reinventare il posizionamento di mercato del marchio. Più incoraggianti i dati sul fatturato netto della società è stato pari a 79,6 milioni di euro, con un incremento di euro 5,5 milioni pari al 7,48% rispetto all’esercizio precedente (74 milioni).
Il peccato originale che grava sui conti risiede interamente nella perdita del contratto di fornitura con il gruppo multinazionale Parmalat. Quell’addio ha privato improvvisamente lo stabilimento romano della lavorazione di oltre 30 milioni di litri di latte e panna, lasciando la struttura commerciale scoperta e con un surplus di costi fissi non più assorbiti dalla produzione ordinaria (uno squilibrio strutturale stimato in circa 3 milioni di euro). Per arginare l’emorragia, i vertici hanno dovuto ridisegnare la pianta organica ricorrendo ad ammortizzatori sociali, istituendo parallelamente una nuova business unit specializzata nella caccia a commesse per conto terzi. Ma la strada è ancora lunga.