Una presunta trappola costruita con un pretesto sentimentale, un’aggressione durata circa due ore e accuse pesantissime: tortura, sequestro di persona e rapina. È questa la vicenda che ha portato agli arresti domiciliari di Luigi Augusto Bellini, 24 anni, cantante conosciuto artisticamente come Solø e finalista di Area Sanremo 2025, e della compagna Xhensila Hoxha, 28 anni, attrice nota con il nome d’arte Jenny Matai.
L’inchiesta della Procura di Roma ricostruisce una sequenza di eventi che, se confermata nel corso del processo, rappresenterebbe un episodio di estrema violenza nato all’interno di un rapporto di amicizia. Restano tuttavia ancora numerosi interrogativi sul movente e sulle reali dinamiche che hanno portato all’aggressione.
La ricostruzione degli investigatori
Secondo quanto emerge dagli atti dell’indagine, la vicenda avrebbe avuto origine alcune settimane prima dell’episodio contestato.
Bellini, impegnato in frequenti spostamenti tra Roma e Milano per assistere la madre ricoverata in ospedale, avrebbe chiesto a un amico di lunga data, indicato con il nome di fantasia Giovanni, 23 anni, di ospitare la propria fidanzata durante le permanenze nella Capitale.
La richiesta, però, avrebbe avuto una particolarità: Bellini avrebbe chiesto che la ragazza dormisse nello stesso letto a una piazza e mezza dell’amico.
Sempre secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza cautelare, durante quei soggiorni Hoxha avrebbe più volte rivolto avances al giovane, che le avrebbe respinte, spiegando di non voler tradire il rapporto di amicizia con Bellini e affermando che avrebbe raccontato tutto al cantante qualora gli approcci fossero continuati.
È proprio questo passaggio che rappresenta uno degli elementi centrali dell’indagine.
L’appuntamento nel B&B
Il 14 ottobre, secondo la Procura, Hoxha avrebbe invitato Giovanni in un bed & breakfast di Trastevere con il pretesto di un chiarimento.
Una volta rimasti soli nella stanza, la donna lo avrebbe convinto a registrare un messaggio vocale nel quale il giovane dichiarava di desiderare un rapporto intimo con lei.
L’audio sarebbe stato immediatamente inoltrato a Bellini.
Da quel momento, secondo gli investigatori, la situazione sarebbe precipitata.
Le due ore di violenza
La Procura sostiene che Bellini abbia fatto irruzione nella camera insieme ad Alessandro Mellina e a un quarto giovane, successivamente deceduto per suicidio a Milano e quindi non più coinvolgibile nel procedimento.
La porta della stanza sarebbe stata chiusa dall’interno, impedendo alla vittima di uscire.
Secondo il giudice per le indagini preliminari, Giovanni sarebbe stato sottoposto a una lunga serie di violenze fisiche e psicologiche.
Tra gli episodi contestati figurano:
- pugni e calci ripetuti su tutto il corpo;
- colpi inferti con una collana metallica a forma di catena;
- umiliazioni, tra cui il lancio di birra addosso;
- l’obbligo di pulire il pavimento utilizzando un proprio indumento;
- il sequestro del telefono cellulare e il controllo delle conversazioni private.
La durata complessiva dell’aggressione sarebbe stata di circa due ore.
Il ruolo del terzo indagato
Tra gli indagati compare anche Alessandro Mellina.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, dopo aver visionato alcune chat presenti nel telefono della vittima, Mellina avrebbe preso le distanze da quanto stava accadendo, affermando che avrebbe gestito la situazione in modo diverso.
Poco dopo, Giovanni sarebbe stato lasciato libero.
Nei confronti di Mellina il gip non ha disposto gli arresti domiciliari ma la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, ritenendo diverso il suo livello di coinvolgimento rispetto a quello contestato alla coppia.
Le accuse
Bellini e Hoxha sono accusati di tre reati particolarmente gravi:
- tortura;
- sequestro di persona;
- rapina.
L’accusa di tortura è tra le più severe previste dal codice penale italiano e viene contestata quando una persona viene sottoposta, con crudeltà, a violenze o sofferenze fisiche e psicologiche reiterate, tali da provocare un intenso patimento.
Naturalmente, le contestazioni formulate dalla Procura dovranno essere vagliate nel corso del procedimento giudiziario e gli indagati beneficiano della presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.
Il movente resta il vero enigma
L’aspetto meno chiaro dell’intera vicenda riguarda proprio il motivo che avrebbe spinto due giovani, legati alla vittima da un rapporto di amicizia, a organizzare quella che gli investigatori definiscono una vera e propria trappola.
Le ipotesi sono diverse.
La prima è quella della gelosia, alimentata dal messaggio vocale registrato nel B&B.
Tuttavia, la stessa ricostruzione dell’accusa evidenzia un’apparente contraddizione: sarebbe stata proprio Hoxha, nei mesi precedenti, a cercare ripetutamente un avvicinamento con Giovanni, sempre respinto.
Se questa versione dovesse trovare conferma, il messaggio registrato il 14 ottobre potrebbe essere stato costruito artificialmente proprio per provocare la reazione del fidanzato.
Si tratta però di un’ipotesi investigativa ancora tutta da verificare.
Gli interrogatori
Gli interrogatori di garanzia rappresentano il primo momento nel quale Bellini e Hoxha potranno fornire la propria versione dei fatti davanti al giudice.
Le loro dichiarazioni potrebbero chiarire alcuni dei punti ancora oscuri della vicenda, a partire dal motivo dell’incontro nel B&B fino al ruolo svolto dai singoli partecipanti durante le due ore di aggressione.
Una vicenda che va oltre la cronaca nera
Il caso richiama l’attenzione su un fenomeno che negli ultimi anni è diventato sempre più frequente nelle aule di tribunale: l’utilizzo di relazioni personali, messaggi, registrazioni audio e strumenti digitali come elementi centrali nella pianificazione di aggressioni o vendette.
In questo episodio, secondo l’impianto accusatorio, il telefono cellulare e un messaggio vocale sarebbero stati trasformati nello strumento attraverso cui costruire il pretesto per un’aggressione già pianificata.
Sarà il processo a stabilire se questa ricostruzione corrisponda effettivamente ai fatti e quale sia stata la responsabilità dei singoli indagati. Fino ad allora, tutte le accuse restano da accertare nel pieno rispetto del principio di presunzione di innocenza.