Sale la tensione sugli ostaggi nella guerra tra Israele e Hamas. Dopo l’uccisione a Gaza, da parte dei militari dell’Idf, di tre israeliani rapiti il 7 ottobre scorso, cresce la rabbia. E mentre Hamas avverte che “non ci sarà nessun altro accordo sugli ostaggi fino a quando Israele non fermerà l’aggressione”, il premier Benjamin Netanyahu tira dritto: “Continuiamo fino alla fine, nulla ci fermerà”.
Intanto Germania e Gran Bretagna chiedono un “cessate il fuoco sostenibile” a Gaza. “Dobbiamo fare il possibile per preparare la strada per un cessate il fuoco sostenibili che porti a un pace sostenibile. Prima si fa meglio è, il bisogno è urgente”, hanno detto i ministri degli Esteri di Regno Unito e Germania, David Cameron e Annalena Baerbock in un articolo sul Sunday Times in cui sottolineano che “troppi civili vengono uccisi”. Nell’articolo non si chiede un “cessate il fuoco immediato e generale”, che non viene considerato “il modo di andare avanti” perché ignorerebbe “il perché le forze israeliane si devono difendere”.
“Hamas ha barbaramente attaccato Israele e ancora lancia razzi ogni giorno per uccidere israeliani. Hamas deve deporre le armi”, scrivono i due ministri, sottolineando che “lasciare Hamas al potere a Gaza sarebbe un permanente impedimento alla soluzione dei due Stati, un cessate il fuoco non sostenibile, velocemente precipiterebbe in nuova violenza, renderebbe solo più difficile costruire la fiducia necessaria per la pace”. In un discorso pronunciato ieri sera Benjamin Netanyahu ha apertamente dichiarato di non sostenere la soluzione dei due Stati, definendo gli accordi di Oslo “un errore fatale”.
Le proteste dei parenti degli ostaggi: “Trattative subito”
In centinaia ieri sono scesi in piazza a Tel Aviv per protestare e chiedere trattative subito. Una folla radunata nel centro della città ha sfilato in corteo con cartelloni e striscioni con foto e nomi degli ostaggi bloccando le strade per chiedere al governo di intervenire per il rilascio immediato di tutte le persone ancora tenute prigioniere nell’enclave palestinese.
“Per loro il tempo sta finendo, riportateli a casa adesso”, ha intonato la folla, senza risparmiare critiche al governo del premier israeliano Benjamin Netanyahu, accusato di non fare abbastanza per ottenere la liberazione degli ostaggi nella convinzione che un accordo come quello di fine novembre avrebbe evitato “incidenti” come quello delle scorse ore.
Line dura del premier e le condizioni di Hamas
“La pressione militare è necessaria per il ritorno degli ostaggi e per la vittoria – ha scandito in conferenza stampa Netanyahu – . Senza la pressione militare non avremmo nulla”. Per questo, ha aggiunto, “continueremo a combattere fino alla vittoria. Il sacrificio dei nostri eroi non è stato vano”, ha assicurato il premier esprimendo le sue condoglianze ai familiari degli ostaggi morti.
Ma Hamas è determinata a usare fino in fondo gli ostaggi a suo vantaggio: “Non ci sarà nessun altro accordo sugli ostaggi fino a quando Israele non fermerà l’aggressione a Gaza e rispetterà le condizioni per un accordo”, ha fatto sapere Osama Hamdan, membro dell’ufficio politico di Hamas. “Se gli israeliani vogliono che gli ostaggi e i prigionieri tornino vivi, questo non accadrà a meno che non vi sia una completa cessazione dell’aggressione israeliana e dopo un accordo sullo scambio degli ostaggi in base alle condizioni dei combattenti palestinesi”, ha affermato Hamdan.
Raid aereo su campo profughi Cisgiordania, almeno 5 morti
Almeno cinque persone sono rimaste uccise in un raid aereo sul campo profughi di Nur Shams, in Cisgiordania, secondo quanto riferito da autorità israeliane e Mezza Luna Rossa palestinese. Secondo le fonti israeliane, citate da Canal 12, il raid è stata un’operazione di appoggio alle forze di terra contro “squadre di terroristi” che stavano “lanciando esplosivi contro i militari”.
Le fonti palestinesi parlano di cinque morti e segnalano che le forze israeliane hanno impedito il trasferimento dei feriti più gravi, “Le forze di occupazione hanno impedito l’ingresso nel campo alle nostre ambulanze per trasferire una persona che era ferita alla testa, nonostante la nostra operazione fosse coordinata con il comitato della Croce Rossa Internazionale”, denuncia l’organizzazione con un post su X.
Uccisi due militari israeliani, sale a 121 bilancio caduti operazione a Gaza
Le forze israeliane hanno annunciato la morte di due militari durante i combattimenti ieri a Gaza. Sale a 121 il numero dei militari caduti dall’inizio dell’offensiva contro Hamas il 7 ottobre scorso, riporta il Times of Israel.
Dall’inizio del conflitto con Hamas sono 435 i militari israeliani morti, mentre sono 121 dall’inizio dell’offensiva di terra a Gaza. Inoltre sono 1774 i soldati feriti, 287 in modo grave, rendono ancora noto dall’Idf.
Patriarcato Gerusalemme: due donne uccise in una chiesa a Gaza
Un cecchino dell’esercito israeliano ha ucciso due donne che si trovavano all’interno di una chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, secondo quanto riferisce in un comunicato il Patriarcato Latino di Gerusalemme ricordando che molte famiglie cattoliche hanno trovato rifugio all’interno della chiesa dall’inizio del conflitto. Secondo la ricostruzione fornita dal comunicato, le due donne, madre e figlia, stavano camminando nel convento quando sono state colpite dagli spari, ed “una è morta mentre stava cercando di mettere in salvo l’altra”.
Nell’attacco altre 7 persone sono state ferite. “Non è stato dato nessun preavviso, sono state uccise a sangue freddo all’interno della parrocchia, dove non c’erano belligeranti”, continua il comunicato. Venerdì la deputata britannica Layla Moran ha reso noto che suoi familiari sono rifugiati nella chiesta e sono “disperati e terrorizzati” mentre le condizioni continuano a peggiorare.
Il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha denunciato anche le forze israeliane hanno colpito il convento delle sorelle di Madre Teresa, che ospita 54 persone disabili e fa parte del compound della chiesa. Il generatore dell’edificio, unica fonte di elettricità, i pannelli solari e le cisterne dell’acqua sono state distrutte, rendendo così il convento “non abitabile”.