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La psicologia è l’arma segreta del cinema

Perché ci si appassiona a un film e ci si identifica con i protagonisti? Ce lo spiega lo psichiatra Massimo Lanzaro

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di Michele La Porta | 2019-05-28 28/05/2019 ore 12:00

Il buio della sala cinematografica, l’assoluto silenzio intorno allo spettatore, la comodità delle poltrone e le immagini sempre più spettacolari, rendono la visione di un film simile alla dimensione che si percepisce di notte, durante la visione di un sogno. Il coinvolgimento emotivo è totale. Non è un caso, quindi, che la psicologia sia entrata a pieno titolo nelle fasi realizzative di un film. Dalla sceneggiatura alla costruzione dei personaggi, dall’uso emotivo della musica alle immagini incalzanti. Ma perché ci si identifica con uno dei protagonisti? Perché ci si emoziona durante la visione di un film?

Ne abbiamo parlato con il “nostro” esperto, lo psichiatra Massimo Lanzaro che recentemente ha pubblicato il saggio: Lo schermo e la diagnosi, edito da Mimesis.

Dr. Lanzaro, cosa ci accande mentre vediamo un film?
Uno dei motivi per cui un film ci coinvolge e ci si appassiona è dovuto ai neuroni specchio, scoperti dallo scienziato italiano Giacomo Rizzolati tra gli anni ‘80 e ’90. Questi neuroni sono delle cellule nervose del cervello che si attivano quando vedono qualcun altro individuo compiere un gesto. Il sistema “a specchio” ci permette di osservare ciò che ci circonda, di immedesimarci e di empatizzare con le emozioni altrui e, quindi, anche con i personaggi di un film.

La forza suggestiva del film viene esaltata dal buio della sala come durante il sonno?
Si dice che la sala cinematografica sia come un piccolo utero, da cui parti di noi possono uscire rinate dopo la proiezione. A volte può accadere addirittura una completa catarsi dell’anima. Il buio genera la paura più istintiva per eccellenza, perché evoca l’ignoto. Abbiamo tutti paura di ciò che non possiamo controllare, di ciò che non possiamo percepire. In questa stanza, all’improvviso, una luce compare trasformando il nero in colori. La luce illumina un telo bianco, proiettando immagini simulacrali di una realtà mai davvero esistita.

La psicologia orienta anche la sceneggiatura di un film?
Certo, soprattutto una scuola di psicologia non molto conosciuta: quella archetipica. I miti arcaici (o archetipi) indirizzano le storie di cui si nutre la cultura contemporanea come ha mostrato lo scrittore Christopher Vogler nel suo manuale per sceneggiatori cinematografici “Il viaggio dell’eroe“, in cui ha esaminato più di seimila sceneggiature per le più importanti major statunitensi, dalla Warner Bros alla 20th Century Fox, facendo sì che molte opere cinematografiche moderne si ispirassero al mito dell’eroe.

Vogler ha collegato gli archetipi alle narrazioni contemporanee con lo scopo sia di scrivere egli stesso delle sceneggiature efficaci sia di indirizzare gli sceneggiatori cinematografici verso i principi universali che rendono efficace una storia. Si tratta degli antichi modelli di relazioni e personalità che costituiscono l’eredità condivisa del genere umano, una sorta di costanti naturali.

La psicologia è utilizzata nella costruzione dei personaggi?
Molto spesso sì. Il cinefilo attento arriva a notare che alcune tipologie di comportamenti e personaggi ricorrono con grande frequenza (l’eroe appunto, il cattivo, il viaggio etc.). Per usare una metafora, il colore o la forma esteriore di una casa possono variare, ma pilastri e fondamenta sono di frequente uguali.

Ci può fare un esempio di questi personaggi/archetipici?
La psicologa Carol S. Pearson individuò ben 12 archetipi, divisi in 3 set:
A) L’Innocente, l’Orfano/l’Uomo comune, l’Eroe/il Guerriero e l’Angelo Custode, sono mossi dall’Io (l’Io è la struttura psichica deputata al contatto e ai rapporti con la realtà, sia interna sia esterna.)
B) L’Esploratore, Il Ribelle/il Distruttore, l’Amante e il Creatore, sono mossi dall’Anima (l’Anima per Jung, è l’archetipo del femminile, la componente inconscia della personalità dell’uomo)
C) Il Folle/Giullare, il Saggio, il Mago e il Sovrano, sono mossi dal Sé (Il Sé, dal punto di vista introspettivo è considerato il nucleo della personalità ed è indicato con il pronome della terza persona singolare per distinguerlo dall’ego, cioè dalla sua immagine riflessa nella quale la coscienza normalmente si identifica).

Nel “Signore degli Anelli”, ad esempio, Frodo è l‘eroe che compie il viaggio, Gandalf è il vecchio saggio, Aragorn è il ribelle, Sauron il distruttore etc. Lo scrittore che fa uso di queste figure ha il vantaggio di creare esperienze drammaturgiche riconoscibili da tutti.

Il cinema può essere usato come terapia?
La scena di un film può aiutare a “trovare le parole” per descrivere compiutamente emozioni o stati d’animo in cui un soggetto si identifica e che altrimenti non avrebbe saputo esprimere o di cui non era consapevole.
Queste emozioni possono diventare oggetto di discussione anche in una analisi. Si possono poi utilizzare film che parlano apertamente di patologie (come Still Alice) per la formazione di psicologi, studenti di medicina o semplicemente per informarsi in maniera disimpegnata su una malattia da cui magari è affetta una persona cara, prendendo spunti su come comprenderla e aiutarla.

Il cinema rappresenta una fuga dalla realtà?
Nel breve saggio intitolato Il problema psichico dell’uomo moderno, Carl Gustav Jung, scrisse: “Il cinematografo (…), come i romanzi polizieschi, permette di vivere senza pericolo le emozioni. Come a dire che andare al cinema può essere un semplice momento di fuga dalla vita quotidiana, dalla realtà, una forma di alienazione.

Le piattaforme televisive come Netflix che trasmettono film a ciclo continuo, creano dipendenza?
Possono farlo. Quando l’interesse diventa dipendenza, cominciano i problemi. L’anno scorso, ad esempio, in India, è stato registrato il primo caso di dipendenza patologica da Netflix. Un ragazzo è stato addirittura ricoverato in un centro di riabilitazione per tutti coloro che abusano degli strumenti tecnologici.

Al di là di questi estremi però, a mio modesto avviso il cinema non necessariamente estingue la fiamma delle emozioni perché ci permette di identificarci e viverle senza pericolo, anzi può fornirci uno strumento per comprenderle meglio e portare poi nel mondo una rinvigorita e più consapevole voglia di “fare anima”, ovvero una più consapevole presa di coscienza personale che nasce dal rapporto con la propria interiorità.

Nel suo libro, Lo schermo e la diagnosi, lei prende in esame alcuni film ma che cosa ha voluto evidenziare per ogni titolo che ha scelto?
Ho voluto evidenziare aspetti psicopatologici o psicologici di cui lo spettatore probabilmente ignorerebbe l’esistenza anche dopo aver visto il film. Chi ha sentito parlare di una diagnosi, ad esempio, di “Sindrome di Asperger“, può vedere “Zoran” e farsi un’idea più precisa di cosa sia, al di là dell’etichetta diagnostica (che nel film non viene menzionata).

In “Reality” di Garrone vengono fotografate alla perfezione alcune distorsioni che portano sovente al non riconoscimento o minimizzazione di problemi legati alla sofferenza psicotica che se curati tempestivamente potrebbero essere risolti o quanto meno gestiti meglio. Ozpetek, invece, nel suo “Allacciate le cinture”, descrive le cinque fasi del lutto elaborate della dottoressa Kübler-Ross, comunemente denominate diniego, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione.

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A proposito dell'autore

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Ho esperienze multidisciplinari in ambito editoriale, televisivo e radiofonico. Ho lavorato, fra gli altri, con l’Ufficio Stampa e della comunicazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), l’Ufficio Stampa dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), la Maurizio Costanzo Comunicazione e il quotidiano Il Tempo.

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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