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Libere Disobbedienti Innamorate, la regista presenta il film di cui tutti parlano

Maysaloun Hamoud parla delle donne palestinesi oggi, a Roma presente anche la sua protagonista Mouna Hawn

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di Chiara Laganà | 2017-04-6 5/04/2017 ore 20:21
(ultimo aggiornamento il 6 Aprile 2017 alle ore 9:00)

Le protagoniste di Libere disobbedienti innamorate, opera prima di Maysaloun Hamoud

Da qualche settimana non si parla d’altro che Libere Disobbedienti Innamorate (In Between), il film che parla della nuova generazione di donne palestinesi. Diretto dalla giovane regista Maysaloun Hamoud che ha ricevuto minacce dagli integralisti. La storia delle tre coinquiline a Tel Aviv Leila, Salma e Noor è quella di tre donne normalissime, nonostante la religione e le loro origini. La giovane regista Maysaloun Hamoud ha presentato il film a Roma insieme alla sua protagonista Mouna Hawa.

Libere Disobbedienti Innamorate (In Between) sarà in sala il 6 aprile distribuito da Tucker Film, un inno alla solidarietà femminile, ma per la regista la solitudine non è il prezzo da pagare per l’emancipazione: “Ogni cosa ha il suo prezzo, ogni decisione ha il suo costo. Vorrei credere che l’amore giusto deve arrivare solo se siamo sincere con noi stesse. Salma, Nour e Leila sono ferme e rivolgono il loro sguardo verso un punto lontano, loro sono un’unica donna, la solitudine è solo un passaggio momentaneo”.

Le tre amici e coinquiline

L’opera prima della regista Hamoud è stata molto criticata in patria e ha anche ricevuto delle minacce dai fondamentalisti: “È un invito per le ragazze, non solo quelle palestinesi, perché la società maschilista non è solo quella palestinese, è diffusa in tutto il mondo. Il film è nato dalla pancia, in modo istintivo, la vita del film fa parte della mia vita come donna palestinese, una donna che vive in un Paese che affronta tanti conflitti e anche fa parte dell’underground palestinese, che è presente, ma resta invisibile. Era importante parlare di questo mondo, di questo tabù di cui non si parla solitamente, quindi l’idea del film nasce dalla mia esperienza di donna che vive in questa società”.

Nour fra religione e libertà

“L’esigenza è quella di parlare di temi di cui normalmente non si parla, ci sono dei tabù di cui parla il film che per la prima volta vengono trattati nel cinema palestinese, questo rappresenta un punto importante per lo sviluppo stesso della società. Dobbiamo mettere tutte le carte sul tavolo per poterle affrontare, poter andare avanti e svilupparsi. Per il coraggio, sì, il film lo richiede. Il film richiede prima di tutto un cambiamento nella realtà, è una sorta di forma di attivismo che vivo per la realtà. Bisogna credere nel cambiamento”, afferma la regista nell’audio intervista.

Nour è Shaden Kanboura

Le reazioni al film sono state violente e ha ottenuto delle minacce, la cosa però non tange la giovane regista Hamoud: “È stata diversa fra le due società: palestinese ed ebraica. In sintesi, lo spettatore palestinese non è abituato a vedere generi diversi di cinema, una parte del pubblico ha avuto un momento di confusione, non ha capito se questo film è una finzione o un documentario. Il film è molto realistico, rappresenta la realtà, affronta anche la vita quotidiana e molti l’hanno visto come un attacco, come se volesse mettere in cattiva luce la società, un attacco alla religione, così hanno visto i fondamentalisti, quelli che hanno attaccato il film non l’hanno neanche visto”.

“C’è da dire che c’è stata una reazione molto diversa nella società palestinese, il fatto che abbiamo toccato determinati tabù ha creato un dibattito all’interno della società e quindi in un breve tempo sono stati scritti moltissimi articoli, un record per la nostra società. Abbiamo sentito delle voci molto forti, le donne che hanno iniziato a parlare di questo film, questo per noi è un grande risultato”, ha aggiunto la giovane regista.

Salma è Sana Jammelieh

Le minacce alla regista ci sono comunque state: “Sono arrivate solo nei primi giorni ed era un attacco dei fondamentalisti, per una giornata e mezza hanno suscitato un timore, ma anche quest’attacco è stato una strumentalizzazione per fondamentalismo. Quando è nato il dibattito vivace, abbiamo capito che non avevano nessuna importanza. Quando ho deciso di fare questo film era chiaro ed evidente che sarei stata attaccata perché non sarebbe piaciuto a tutti tanti. La mia decisione nasceva da una convinzione profonda, se credo a certi principi, non posso prendermi in giro, devo rispecchiare chi sono veramente nel mio film”.

Un sorriso fra le due attrici, coinquiline nel film e nella realtà

La bellissima e bravissima Mouna Hawn interpreta Leila, la più “ribelle” delle tre Libere Disobbedienti Innamorate del film: “A me, come anche a Sana e a Shaden, le altre due attrici, abbiamo ricevuto tantissime lettere di sostegno, lettere che arrivavano da giovani, ragazze e ragazzi. Mi ricordo una ragazza che mi ha stretto la mano e mi ha detto: dimmi che la tua vita è come così nel film. Tanta gente è stata toccata, emozionata da questo film, tanti omosessuali, che non possono esprimersi nella società, si sono sentiti a casa nel film. Abbiamo parlato di temi sociali di cui non si parla nel cinema palestinese, la donna è sempre rappresentata come dipendente nell’uomo”, ha aggiunto l’attrice.

La regista non è stata interessata alla religione delle sue tre protagoniste: Mouna Hawa, Shaden Kanboura e Sana Jammelieh. “Trovo ridicolo chiede la religione alle mie attrici, tutte le persone che hanno partecipato a questo film, che fanno parte di questo mondo, l’hanno fatto a parte della mentalità di questa generazione e l’orientamento della religione non ha una conseguenza”.

Libere Disobbedienti Innamorate, In Between, fa parte di una trilogia: “Sarà trasmesso il tema del prezzo che pagano le donne. Saranno protagoniste del film, ma non sarà un sequel. Sarà lo stesso mondo, ma storie e rappresentazioni diverse”.

Protagoniste tre giovani ragazze: un avvocato, una dj e una studentessa di Ingegneria, tutte e tre diametralmente opposte, eppure così simili. Il film è girato a Tel Aviv e della città israeliana prende molto della sua vita notturna: “Tel Aviv non è una città libertà o libertina, è finto quello che si vede, se si resta in armonia va tutto bene, ma se si va fuori dal coro, iniziano i problemi”.

Le tre ragazze in viaggio

“Per rendere più attiva la società, una parte centrale, ossia la donna, deve diventare attiva. Quando la donna avrà il suo ruolo, l’Islam sarà di parte”, risponde la regista a chi le chiede dell’islamizzazione della società, una delle tematiche del film.

“Sì quando le donne sono forti e unite hanno un impatto maggiore sulla società. L’importanza di questo personaggio è che rompe gli stereotipi. la sua reazione si basa sul sentimento paterno di suo padre in sua figlia. Il mondo non è solo bianco o nero, non ci sono solo bravi o cattivi, siamo tutti diversi”, ha detto parlando del padre di Nour.

“Il cinema palestinese, generalmente parlando anche se ci sono delle eccezioni, parla della lotta, dell’occupazione, del conflitto palestinese-israeliano, vediamo dei personaggi stereotipati: vittime o eroi. Certamente quando c’è una lotta questo fa parte della realtà, ma la vita anche continua e il cinema deve rispecchiare la realtà. Questo processo presente in tutte le società del mondo, il cinema deve rispecchiare la realtà, sì la nostra società vive sotto condizioni difficili, di discriminazione e condizioni politiche sfavorevoli. Il tema centrale è quello dell’identità, ma la società sta cambiando: c’è un passaggio verso l’individuo in questa società”, ha analizzato la regista.

“Nel film vengono presentate anche le famiglie: quella di Salma, di Nour. Il film rappresenta varie realtà, ci sono i laici come Zihad e i fondamentalisti, cristiani e musulmani. In questi personaggi non importa la loro religione, vincono i costumi sociali che diventano più forti delle religioni. Per esempio la reazione del padre di Selma, cattolico non praticante, quando scopre che la figlia è omosessuale. Nel film vogliamo distruggere questi stereotipi per esempio che i cristiani sono aperti e i musulmani sono una specie di mostri. Il film rappresenta  il mondo delle città e i luoghi da dove provengono queste ragazze, loro sono in between, in mezzo a queste realtà”, spiega la regista.

La colonna sonora la fa da protagonista nell’opera prima di Maysaloun Hamoud: “La scelta della musica è coerente con l’idea di rispecchiare la realtà, accompagnare le scene del film con una musica, un sonoro che va di pari passo con il film”.

Quale prezzo devono pagare le donne quando decidono di essere Libere Disobbedienti Innamorate? “Quando la donna vuole essere vera con se stessa, vivere in modo autentico, passa un ponte, un ponte che vede bruciare. La prima cosa che subisce è che il suo nome viene macchiato, stigmatizzata, allontanata dalla famiglia, non può scegliere il partner e vediamo anche l’ipocrisia di questi uomini: stanno con ragazze libere fino a un certo punto, poi non sono più adatte per essere mogli, non va bene come sposa. Questi elementi che vedono nel film sono il prezzo che pagano le ragazze”, ha spiegato la regista.

Molta l’alchimia fra le tre protagoniste che si sono anche lasciate all’improvvisazione. Per realizzare il suo primo film, Hamoud ha atteso cinque anni: “Ho impiegato questo tempo a scriverlo, fino a quando ha visto la luce. Vivendo queste realtà, conoscendo molto bene i personaggi, conoscevo anche Sana e Shaden, eravamo come una famiglia, mangiavamo insieme. Era importante per me trasmettere quest’intimità sullo schermo”.

Le tre protagoniste sono cambiate dalla prima bozza: “È da due anni che siamo in contatto, ne abbiamo passato tante insieme, mentre Mouna si è aggiunta solo un mese prima delle riprese, ma comunque eravamo una famiglia. Avevo scritto, dopo la prima prova, che stavamo iniziando un percorso difficile, ma bellissimo, stiamo partendo per un viaggio, ma vogliamo trasmettere quest’unità nel film”.

Anche Mouna Haun si è sentita in famiglia: “Da questo film ho portato tante amicizie molto forti, è vero che sono arrivata un mese prima delle riprese, ma ho vissuto un’atmosfera magica. Quando abbiamo preso lo script, l’abbiamo affrontato con emozione, abbiamo anche vissuto insieme durante le riprese. C’è stato questo passaggio dalla vita personale a quella del film, durante le riprese abbiamo pianto, abbiamo riso e pianto insieme. Nella scena del bagno, dopo lo stupro, era come se fossimo un’unica persona. Abbiamo pianto per quest scena, quest’emozione non poteva che uscire sullo schermo”.

“La sceneggiatura, inizialmente, è stata scritta in ebraico per trovare i finanziamenti e i produttori, poi è stata passata in arabo, ma qui hanno avuto molto importanza gli attori, avevano molto spazio, era importante vederli come recitavano le cose in modo personale, come trasmettevano le emozioni”, ha aggiunto la regista.

 

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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