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Quello che so di lei, intervista al regista Martin Provost

Il film del cineasta francese con Catherine Deneuve e Catherine Frot in sala il 1° giugno, distribuisce BIM

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di Chiara Laganà | 2017-05-30 30/05/2017 ore 17:26

Martin Provost dirige questo film delicato con due attrici pazzesche © Michaël Crotto

Quello che so di lei è l’ultimo film diretto da Martin Provost. Il lungometraggio è dedicato a due donne che si ritrovano nella loro solitudine: una è un’ostetrica, l’altra è l’ex amante del padre che le ha fatto da matrigna. Le due donne sono interpretate da due regine del cinema francese: Catherine Frot e Catherine Deneuve.

Martin Provost ha presentato il film durante il Rendez-Vous con il Nuovo Cinema Francese, ecco cosa ci ha raccontato su Quello che so di lei.

Quello che so di lei è dedicato a Yvonne Andrée, qual è la storia che vi lega a questa donna?

È una donna che mi ha salvato la vita e non mi avevano mai detto la verità. Due anni fa mia madre mi ha detto che pensava di non rivedermi più una volta che sono uscito dal suo ventre. Mi doveva cambiare il sangue, l’avevano cercato per tutta la notte e solo la mattina dopo si erano resi conto che l’ostetrica che mi aveva messo al mondo aveva il mio stesso Rhesus. Ho provato a ritrovarla, ho chiamato l’ospedale, ma mi hanno detto che avevano distrutto gli archivi. Ho fatto questo film per dedicarglielo. La cosa più bella è che al momento di fare la sigla avevamo bisogno di un atto di nascita e d’abitudine ti viene fornito un estratto. Avevo bisogno però dell’atto completo, è dichiarato al municipio dove sono nato e c’era scritto che questa aveva assistito al parto, così ho scoperto il suo nome.

È un film sulle donne, solo loro possono fare le ostetriche. Cosa avete pensato di questa storia prettamente femminile?
Per me non era una storia di sole donne, era una storia. Non esistono delle storie di donne o uomini, ma solo delle storie. Perché gli uomini sono centrali nel mio film per la loro assenza. Ce n’è uno fondamentale ed è Antoine, il padre dell’ostetrica e il compagno di Béatrice, un uomo che non c’è più, ma brilla per la sua assenza. La sua assenza diviene qualcosa. C’è il personaggio di Olivier Gourmet, Paul, che è l’uomo che incontra Claire e poco a poco prende il suo posto. È una storia sulla vita, con delle donne come protagonista. In una società che non le mette davanti a tutto, pensiamo sempre che non sia normale.

Béatrice e Claire sono due donne agli antipodi, ha pensato alla loro personalità prima o durante il film?

Faceva parte della sceneggiatura, è una storia di due contrari. È una storia di un’ostetrica, in francese Sagefemme che è anche il titolo del film. Il titolo in Francia poteva creare confusione, ma non succede qui in Italia. È di mostrare che la saggezza non vuole dire necessariamente essere rigorosi, privarsi dell’amore come fa Claire, ma essere saggi può voler dire anche essere come Béatrice. E volevo mostrare questo, due forze che si oppongono e si avvicinano poco a poco e così che Claire si aprirà e scoprirà l’amore.

Béatrice e Claire si ritrovano come se fossero madre e figlia, ha pensato così la loro riunione?

Sì, Béatrice, fra virgolette, è stata la matrigna di Claire, ha avuto questo ruolo per un momento, quando Claire era piccola. Lei la ama, la considera come una sua figlia, anche se il personaggio di Béatrice è leggero e spensierato e ha abbandonato Claire dall’oggi al domani e non ha pensato alle conseguenze che ciò ha portato nella sua vita. Il dilemma fra queste due donne è arrivare a fare la pace con tutto questo e liberarsene perché tutto ciò sta bloccando Claire e una volta risolto, diventa un contrappasso.

Quello che so di lei può contare su alcuni filmati di veri parti, girati tutti in Belgio. Non è stato facile per il regista:

Ho girato dei veri parti lì perché in Francia non si possono riprendere i bambini più piccoli di tre mesi. Filmare dei veri travagli faceva parte della mia idea iniziale e volevo che fosse Catherine Frot facesse partorire.

Catherine Frot è cambiata dopo il set…

Penso che sia cambiata, anch’io lo sono. Aveva molto stress e paura, l’ha fatto con molta coscienza e molta generosità. Mi ricordo il primo parto mi ha detto: Martin, Martin, ho le mani dentro le vagine. Io facevo finta di non sentirla perché volevo che lo facesse.

La musica in Quello che so di lei gioca un ruolo importante:

Avevo tante canzoni in testa scrivendo la sceneggiatura e ho deciso di metterle nel film, funzionava bene, ma a poco a poco mi sono reso conto che avevo bisogno di qualcosa di più forte, un universo forte di un musicista. Mi piaceva molto Grégoire Hetzel, mi piace molto com’è. Avevo lavorato molto bene in Séraphine con Michael Galasso, ma è morto e cercavo qualcun altro. Non volevo trovare il mio musicista, ho mostrato il film a Grégoire e gli ho dato alcune direzioni da seguire ed è arrivato con alcuni pezzi fantastici che sono diventati la colonna sonora del film. Abbiamo deciso di costruire tutta la colonna sonora seguendo un po’ Prokovev e l’opera Pierino e il Lupo, una musica per ognuno dei personaggi. Questo è stato il punto di partenza, una bellissima collaborazione e sono stato molto felice del risultato.

E com’è stato lavorare con Catherine Deneuve?

Sono molto felice anche di questo, è stato un bellissimo incontro: per me è più che un’attrice. Qualcuno che mi ha toccato molto, non so a cosa sia dovuto, ma c’è qualcosa che mi sconvolge. Quindi sento qualcosa di lei di molto profondo.

Il suo personaggio ama il gioco d’azzardo, e si diletta con La Marsigliese. Perché avete pensato a questo per Béatrice:

È a causa della mia matrigna… (ride). La mia matrigna è libanese, Béatrice esiste ed è libanese. Tutti i miei amici mi dicono: ma è France!!! Esiste veramente! Lei ancora non ha visto il film perché era in Libano. La mia matrigna è così, non ha abbandonato i suoi figli, ma è una donna molto libera, buffa, gioca d’azzardo. È lei che mi ha messo in relazione ad alcune persone, che mi ha spiegato come funzionasse. Anche il personaggio di Roland esiste sul serio. Tutto questo è vero, e i giocatori di Marsigliese sono veri. Si pratica ancora a Parigi in alcuni bar loschi, quando siamo alla fine del gusto giochiamo alla Marsigliese, siamo stati lì e ci ha presentato dei giocatori.

Antoine il padre di Claire è un ex nuotatore olimpico, come mai ha pensato a quest’occupazione?

Perché cercavo qualcosa di visuale, volevo che avesse una vita pazzesca. E difatti la carriera dei nuotatori è molto corta e mi sono detto: è un mestiere molto fisico, mi permetteva di mostrare delle foto simbolo molto forte per il personaggio. Se fosse stato un calciatore non m’avrebbe impressionato… E poi è un nuotatore lo mostriamo in costume da bagno quasi subito, negli anni ’70 poi un nuotatore era un’icona. E mi sono detto: Beh, Catherine Deneuve s’innamorerebbe di Mark Spitz. Non è Mark Spitz il mio personaggio, l’abbiamo creato da zero. Ma c’è qualcosa che lo lega a quest’epoca gli anni 70 e 80.

Il nuotatore rappresenta poi l’acqua, l’origine e il fatto che potevo lavorare attraverso il figlio qualcosa di bello, una sorta di prolungamento senza sentirsi pesante. Il figlio di Claire, infatti, si bagna nell’acqua, si tuffa dalla riviera e lo trovo molto bello.

Poi, io sono ossessionato con l’acqua, nuoto sempre! Passo la mia vita nell’acqua, se non c’è l’acqua muoio!

Il prossimo film del regista

È un film su un artista realmente esistito, Marcel Bascoulard: penso di girarlo l’anno prossimo. Sarà un film contemplativo sulla sua santità di quest’uomo con una vita incredibile: dormiva su una panchina con i suoi gatti ed è un personaggio fantastico e molto affascinante.

Quello che so di lei vi aspetta al cinema dal 1° giugno, distribuito da BIM.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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