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Venezia 74, giorno 7: mother!, The Third Murder e My Generation

Presentato anche il documentario Jim & Andy: The Great Beyond – The Story of Jim Carrey & Andy Kaufman with a Very Special, Conrtractually Obligated Mention To Tony Clifton

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di Chiara Laganà | 2017-09-5 5/09/2017 ore 18:02

mother! accolto fra i fischi è il film del giorno a Venezia 74

A Venezia 74 oggi è il giorno dell’attesissimo mother! l’ultimo film di Darren Arofonsky con Jennifer Lawrence, Javier Bardem e Michelle Pfeiffer. Al Lido oggi ci sono stati però altri due divi: Jim Carrey per il documentario dal titolo lunghissimo Jim & Andy: The Great Beyond – The Story of Jim Carrey & Andy Kaufman with a Very Special, Contractually Obligated Mention To Tony Clifton.

Sir Michael Caine, invece, ha presentato il documentario My Generation e il maestro giapponese Kore-eda Hirokazu ha presentato il suo ultimo film The Third Murder, in concorso.

My Generation

Michael Caine e la swinging London sono protagonisti del documentario di David Batty. Il divo 80enne ha spiegato perché la Londra degli anni ’60 ha cambiato la sua vita e quella di tutta la working class.

“Abbiamo lavorato per sei anni a My Generation, l’ho ispirato ma è David ad averlo fatto e sono io il narratore: quegli anni sono stati una parte fondamentale della mia vita, gli anni ’60 hanno cambiato per sempre l’Inghilterra: prima era snob e classista, adesso i ragazzi possono avere accesso a tutto. Quando a 21 anni ho lasciato l’Esercito, c’era solo una stazione radiofonica, la BBC, e non trasmetteva musica pop, anzi l’uomo che leggeva le notizie era vestito con un completo. Ascoltavamo la musica pop grazie a stazioni radiofoniche di Berlino”, racconta così quegli anni Michael Caine.

Com’è cambiata la working class dagli anni ’60 a oggi: “Oggi sembra essere scomparsa ed è riapparsa, è una generazione completamente diversa. Oggi al computer puoi ascoltare migliaia di canzoni, noi non avevamo nulla di tutto ciò. La comunicazione e oggi è ovunque, prima ci si parlava di persona o per telefono. In una città come Londra, poi, dove tutti venivano da posti diversi: gallesi, scozzesi, irlandesi”.

Per il regista Batty, prima degli anni ’60 la cultura era profondamente “posh”: “i ascoltava l’opera, ma nell’epoca di My Generation la musica pop è diventata effettivamente popolare. Come dice Paul McCartney nel film: La musica pop è diventata la musica classica di oggi”.

“Quando ero giovane – ricorda Michael Caine – guardavo i film di guerra, i protagonisti di quelli americani erano soldati semplici, quelli degli inglesi erano gli ufficiali. Dopo la rivoluzione degli anni ’60 abbiamo fatto i film che la working class avrebbe voluto vedere”.

Michael Caine è ancora in favore di Brexit: “Preferisco essere povero a causa del mio Paese, non per colpa di altri. A 20 anni pensavo che il Lussemburgo fosse una radio, invece decidevano per noi. C’è da dire che in parte sono con l’UE”. La star inglese è la protagonista di numerosi gangster movies: “Non ricordo qual è l’ultimo che ho visto, il quartiere dove sono cresciuto era pieno di gangster, alcuni li conoscevo di persona e li ho interpretati. Per esempio ho interpretato Get Carter e un giorno per strada mi ha detto: L’ho visto ed è spazzatura. C’era una differenza fra me e te, nel film non hai figli. Noi uccidevamo solo perché avevamo dei bambini”.

Per David Batty la generazione dipinta nell’iconico My Generation è stata fondamentale perché “per la prima volta alla working class veniva data la possibilità di creare qualcosa. Tutte le band di quell’epoca: i Beatles, i Kinks, i Rolling Stones venivano da quel background”.

“Sono l’attore più fortunato del mondo. Non avrei mai fatto questo lavoro provenendo dal mio quartiere. Sono grato al tempo, sono stato al posto giusto al momento giusto. Alfie e Don’t Look Back In Anger sono stati scritti nello stesso periodo, sono eroi della working class. Se facevano un film sulla working class, sceglievano attori australiani! Ho fatto in teatro il sostituto di Peter O’Toole in The Long and The Short and The Tall. Quando è stato portato sul grande schermo fu scelto per lo stesso ruolo Laurence Harvey, un attore di origine lituana. In Zulu, il film che mi ha lanciato la carriera, avrei dovuto interpretare un soldato con accento cockney, ma non riuscì a rispondere per tempo e ho finito per fare l’accento posh per interpretare un ufficiale, non l’avrei mai fatto se la rivoluzione dei 60’s non fosse avvenuta”, racconta l’attore.

My Generation mi è piaciuto, nessuno mi avevo chiesto prima cosa ne pensassi di quegli anni. Sono un modello per altri attori? Ero un giovane attore che mangiava fish e chips perché non sapevo cosa ordinare nei ristoranti posh, grazie agli italiani a Londra, riuscimmo a entrare e mangiare in ristoranti. Quando sono entrato nel business della ristorazione avevo solo una regola: se un cameriere guarda l’orologio, è licenziato. Questo è quanto mi hanno scioccato quegli anni”, ha raccontato.

Michael Caine promette che ancora sarà sulle scene a lungo: “Impari finché sarai in vita, il mondo è cambiato, adesso è un posto molto migliore. Mi hanno chiesto se credessi in Dio: e ho detto sì anche perché se no, non sarei qui con voi a parlarne”.

The Third Murder

Il maestro giapponese Kore-eda torna a dirigere un film dopo il delicatissimo Ritratto di famiglia con tempesta, ma questa volta The Third Murder è un thriller:

“Spesso i miei film sono definiti enti, in questo caso ci sono due persona che parlano attraverso un vetro e in ogni singolo istante si muovevano verso il loro cuore. Il film può sembrare che non si stia muovendo, ma lo fa nell’elemento mentale”, spiega il maestro giapponese.

The Third Murder può contare sulla delicata colonna sonora di Ludovico Einaudi: “È stata un’ottima collaborazione, ho sentito un suo brano in aereo e tornato a casa ho acquistato l’album. Mentre scrivevo la sceneggiatura di The third Murder  l’ho ascoltato e ho deciso di chiedere se gli andava di collaborare con me”.

Ludovico Einaudi ha incontrato il maestro a Tokyo: “Mi ha invitato sul set e mi ha mostrato una piccola preview del film e ho lavorato su questo. Conoscevo i suoi film e mi è piaciuto molto il suo accostarsi a Rashomon di Kurosawa”.

Dopo aver parlato a lungo di famiglie, The Third Murder è un thriller, perché questo cambio di genere: “Non ho cambiato genere rispetto ai miei home drama, quando lavoravo al film facevo schizzi e disegni e ho poi provato la pittura a olio”.

Al regista interessava anche parlare di giustizia: “Ci sono sempre delle persone che giudicano gli altri, in Giappone poi c’è ancora la pena della morte, ho parlato con gli avvocati con cui lavoro e mi hanno aiutato nel processo creativo. Ho usato la famiglia e un team che mi ha aiutato”.

Nel film ritroviamo Masaharu Fukuyama, artista musicale e già protagonista di Padre e figlio: “Sono un fan di Kore-eda e io stesso quando creo musica ho un approccio simile. C’è anche una creazione manuale dei personaggi, scena per scena, come attore con lui è un’esperienza stimolante: Kore-eda usa spessore nel personaggio per parlare del suo punto di vista”.

Nel cast anche la giovanissima Suzu Hirose e Koji Yajkusho. La giovane attrice ha parlato così del suo ruolo: “Sono una teenager, ascoltavo sempre quello che mi diceva, come una madre”. Koji Yajkusho assicura: “Non ho ucciso delle persone per creare questo personaggio, Kore-eda ci dava degli indizi per presentare il personaggio”.

Il personaggio del giudice a detta del regista segue il cambiamento della società giapponese: “In Giappone adesso si dà importanza alla responsabilità dell’individuo, la battuta che in una scena pronuncia risponde al flusso sociale e allo sfondo civile del Giappone odierno”.

The Third Murder ha al cento una vicenda giudiziaria: “Mi chiedevo se fosse giusto che un essere umano giudicasse un altro essere umano, non c’è risposta, ma va rispettata la scelta dei personaggi. Credo che la verità sia solo una, gli esseri umani non la possono sapere e in modo certo. C’è un caso semplice: non si capisce chi tocca la proboscide e chi l’elefante, ho dato il senso di ambiguità che gli avvocati provano dopo l’emissione di un verdetto”, ha spiegato il maestro giapponese.

Jim & Andy: The Great Beyond – The Story of Jim Carrey & Andy Kaufman with a Very Special, Contractually Obligated Mention To Tony Clifton

Jim Carrey ha interpretato nel 1999 Andy Kaufman nel film Man On The Moon di Milos Forman, il documentario fuori concorso dal titolo lunghissimo, Jim & Andy: The Great Beyond – The Story of Jim Carrey & Andy Kaufman with a Very Special, Contractually Obligated Mention To Tony Clifton, racconta la trasformazione dell’attore canadese in Andy Kaufman/Tony Clifton.

Jim Carrey racconta com’è nato il documentario diretto da Chris Smith: “Questo materiale era qualcosa che sono stato in grado di produrre grazie al BPK che si trova sul set per un paio di giorni. Mi chiedevano: vai a prendere un sandwich e fallo come se fossi Andy. Andy era in pieno controllo di tutto. Questo dietro le quinte di Man On The Moon, tutti pensavano che io e Andy fossimo le stesse persone: ho sempre avuto il dubbio e il sospetto che Andy mi possedesse”.

Al momento l’attore canadese lavorava anche sul set del Grinch: “Ron Howard mi mandava alcune note dal set, ma Jim non c’era in quel momento, quindi c’è un po’ di Andy anche nel Grinch”.

L’attore che fa un vero e proprio show in conferenza stampa, parla di tre dei film che meglio lo rappresentano: Truman in The Truman Show, Se mi lasci mi cancello e Man On The Moon. Nonostante tutto Carrey non ha mai pensato di dirigere: “Ci ho pensato, ma ci sono dei registi validi che fanno un ottimo lavoro. Mi piace avere la libertà sul set e non essere condizionato dalla scelta del colore di alcune tovaglie, se non fossi un attore, lo farei”.

Man On The Moon era stato diretto da Milos Forman, ma l’attore canadese non ha dubbi su chi fosse il vero “regista” del film: “Alla fine il vero regista è Andy, era un genio, ha reso tutto possibile, penso che tutto il film sia merito suo. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo se Andy fosse ancora in vita”.

Istrionico, comico, divertente, Jim Carrey come uno dei suoi personaggi principali indossa spesso una maschera: “Ho sempre pensato che la mia personalità fosse tutto, soprattutto all’inizio, pensavo che fare un personaggio in un film fosse interpretarlo. Parlando a Chris ho capito che c’è un personaggio che non ho mai interpretato in tutta la mia carriera: c’è un’energia che è definibile. Sono italiano, dunque esisto, non sei niente senza le tue idee e la tua personalità. Non siamo nessuno… ed è un fottuto sollievo”.

L’attore canadese è tornato a parlare di identità: “Lavorare con Chris è stato un lavoro sull’identità, è stato un viaggio spirituale. Se la maschera vuol dire qualcosa, se Truman Show vuol dire qualcosa e Se mi lasci ti cancello vuol dire qualcos’altro, sono tutti aspetti della mia carriera che vogliono dire qualcosa. Anche Scemo e più scemo, è un’innocenza pre-egoistica, è stato gratificante per me che qualcuno volesse qualcosa in più oltre le smorfie”.

Uno dei suoi miti è Jerry Lewis: “Ma sono stato colpito da chiunque sia arrivato prima di me, anche da Marlon Brando”.

mother!

mother! (madre!) è stato accolto oggi fra fischi e boo, durante la proiezione stampa, ma in conferenza Darren Arofonsky e il suo cast sono stati accolti fra gli applausi.

mother! sembra uscito da un flusso di coscienza del regista Darren Arofonsky: “L’ho scritto in cinque giorni, la prima versione della sceneggiatura. Ero felice di scoprire cosa sarebbe diventato, l’ho mostrato a Jennifer e mi ha detto subito che l’avrebbe fatto”.

Anche Jennifer Lawrence, la compagna del regista è a Venezia, nel film interpreta una donna molto debole lontana dai suoi ruoli nel passato: “Lo è, è la prima volta che mi discosto così tanto da me per un ruolo. Non badate a quello che dico, ogni volta che ho un microfono mi spavento”. La casa in mother! gioca un ruolo fondamentale: “Mi ha sempre incuriosito quando qualcosa che succede a Pechino o ad Aleppo ci colpisce, per esempio nella scena della lotta. Ci incavoliamo se qualcuno getta la spazzatura a casa nostra, ma non ci stupisce vedere qualcuno che getta le carte peer strade. Per mother! una delle mie influenze è stato L’Angelo Sterminatore di Luis Buñuel”.

Nel film Michelle Pfeiffer è un’oscura donna: “Mi hanno definito come un Gargoyle e mi pare perché guarda da lontano cosa succede in casa, è una sorta di angelo custode di Jennifer ed è l’unica a capire che ci sono problemi fra Jennifer e Javier. Sta provando ad aiutarla”. “Avrei amato intepretarlo”, la interrompe Jennifer Lawrence.

“I loro personaggi sono legati a un’allegoria, ma non voglio dire molto, avete il diritto di pensare”, spiega il regista. Javier Bardem è il poeta, un artista che manipola la vita della compagna Jennifer Lawrence: “Sono anch’io molto narcisista, per questo Darren mi ha chiamato. Per me nel film c’è anche spazio alla relazione creatore – creatura, è un film multisfaccettato”.

L’umanità di mother! è orrenda e pessima, per il regista: “Volevo raccontare l’insaziabilità di noi esseri umani, le mie influenze sono state: The Giving Tree, un libro poco conosciuto in Italia, Barbablù ed Edgar Allan Poe”.

Quanto all’elemento femminile nel film, Arofonsky si è rifatto a un testo degli anni ’60: Women and Nature scritto negli anni ’70. “Ho visitato l’Artico, una delle zone più incontaminate in USA, e ho trovato un libro sulle donne native e il trattamento dell’ambiente. Diciamo che The Fountain era dedicato alla vita e alla morte, bello quando un regista è autoreferenziale”, scherza il regista.

Arofonsky si definisce ottimista, ma in mother! l’umanità ne esce a pezzi. Perché Michelle Pfeiffer ha accettato un ruolo così oscuro? “Mi attraggono i registi complicati”. “Anche a me”, scherza Jennifer Lawrence, che con il regista ha una relazione.

“Mi piacciono le parti oscure, come quella delle Verità Nascoste, forse ha a che fare con il modo in cui sono cresciuta”, ha spiegato l’attrice. Jennifer Lawrence, il regista e il produttore provano a rispondere al perché il personaggio dell’attrice era sempre scalza: “Ho risparmiato in prop”, scherza Arofonsky. “Darren voleva che creassi una relazione forte con la casa, che la sentissi anche camminando scalzo, usavo delle pantofole fra una ripresa e l’altra, le ho tolte per dargli ascolto”.

mother! è stato e sarà criticato, la cosa non spaventa il regista: “Leggo i giornali, il mondo dell’intrattenimento è poi difficile. Arrivare a ogni livello di gusto è difficile, ed è come un cocktail forte, ci sono molte persone che non vogliono vivere questo genere d’esperienza. Una montagna russa che va avanti e indietro e bisogna girare fino alla fine”.

mother! ha anche un’invettiva nei confronti dell’invasione della privacy, le star del film non hanno l’impressione di essere “preda” dei loro fan.

Javier Bardem risponde in spagnolo: “Ancora non mi hanno mangiato, penso che è una fortuna lavorare come un attore, è un onore lavorare in un film del genere, quello è un’altra conseguenza. La responsabilità di un artista è legata con l’opera, con il personaggio, quello che faccio con la mia vita. No, non mi hanno ancora mangiato”.

Per Jennifer Lawrence “non sarei nessuno senza i miei fan, anche se penso che Darren parlasse più di umanità in generale”.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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