Mario Adinolfi, giornalista ed ex parlamentare, è stato trasferito dagli arresti domiciliari al carcere. Il provvedimento, disposto dal Tribunale di Roma, arriva a seguito di un’inchiesta della Guardia di finanza che lo accusa di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. La decisione di aggravare la misura non riguarda i reati originari, ma la violazione ripetuta di una delle condizioni imposte con gli arresti domiciliari: il divieto assoluto di usare telefoni e dispositivi informatici, che secondo gli inquirenti Adinolfi non ha rispettato continuando a pubblicare sui social network.
Giornalista, ex parlamentare, fondatore del Popolo della Famiglia, Adinolfi è finito nei guai per un’inchiesta della Guardia di Finanza di Roma che lo accusa di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Al centro delle indagini un progetto chiamato “Scommessa Collettiva”, una sorta di “Betting Group” lanciato e pubblicizzato attraverso i social network, che avrebbe convinto diverse persone a versare somme consistenti nella convinzione di partecipare a un investimento condiviso. Soldi che, secondo le denunce raccolte dagli inquirenti, in molti casi non sarebbero mai tornati indietro, così come la remunerazione promessa. Le indagini, condotte dall’Aliquota della Sezione di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza e dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Roma, avevano già portato a un sequestro preventivo di oltre 400 mila euro.
Quando il Gip aveva disposto gli arresti domiciliari, la misura includeva un divieto assoluto: niente telefoni, niente dispositivi informatici o telematici, se non per parlare con il proprio avvocato. Una prescrizione pensata per impedire nuovi contatti con potenziali vittime e per proteggere le prove raccolte. Adinolfi, però, non ha smesso di scrivere: i suoi profili social hanno continuato a essere attivi, in violazione sistematica e reiterata di quel divieto.
È stato proprio questo comportamento, documentato dagli accertamenti degli inquirenti, a far scattare la rivalutazione della misura cautelare: per il giudice l’uso ostinato dei social ha rappresentato un elemento determinante, sintomo di un rischio concreto di reiterazione del reato e di possibile inquinamento delle prove. Così, su ordinanza del Tribunale di Roma, i finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza hanno eseguito il trasferimento in carcere.
Adinolfi ha scelto ancora una volta i social per commentare la propria vicenda, parlando di un arresto legato al fatto di “scrivere su Facebook” e definendosi il primo italiano nella storia a subire un provvedimento di questo tipo. Una lettura tutta sua dei fatti, che si scontra però con la ricostruzione degli inquirenti: non un arresto per le opinioni espresse, ma per la violazione ripetuta di un divieto imposto dal giudice, in un’inchiesta che riguarda accuse di truffa e abusivismo finanziario.