Allarme della DIA: nel Lazio patti tra mafie per spartizioni

Il "motore" che genera tutto questo movimento criminale è lo spaccio della droga

Nel Lazio le mafie non si fanno la guerra ma cercano di stringere patti tra loro per permeare piu’ facilmente e senza “fare rumore” l’economia del territorio. E’ quanto sostenuto in sintesi dal Procuratore della Repubblica di Roma, Michele Prestipino, nonche’ del Procuratore Aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia, Ilaria Calo’ nella relazione “sull’attivita’ svolta e i risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia” relativa al secondo semestre del 2020 presentata al Parlamento dal Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. “Le organizzazioni criminali – hanno riferito Prestipino e Calo’ – non hanno operato secondo le consuete metodologie, cioe’ attraverso comportamenti manifestamente violenti, non si sono sopraffatte per accaparrarsi maggiori spazi, ma hanno cercato di mantenere, tendenzialmente su base pattizia fondata anche sul reciproco riconoscimento una situazione di tranquillita’ in modo da poter agevolmente realizzare il loro principale obiettivo: la progressiva penetrazione nel tessuto economico ed imprenditoriale”. Nella relazione ministeriale della Dia sono ben rimarcati i passaggi in cui si evidenzia che i punti di forza del Lazio, quali la centralita’ geografica, la presenza della Capitale, le strutture aero e portuali, mettono la regione anche a rischio di traffici illeciti.

La crisi di liquidità dovuta alla pandemia, inoltre, ha generato un “humus”, in particolare nel settore turistico, in cui gli interessi malavitosi possono proliferare sfruttando le “disponibilità finanziarie quale strumento sia per riciclare il denaro, sia per asservire nuove attività produttive in difficoltà”. Un fenomeno che inquina irrimediabilmente il tessuto economico sano e legale in quanto “la gestione criminale delle attività economiche -si legge nella relazione ministeriale- con un consolidato metodo che vede puntualmente oltre alla capacità intimidatoria l’elusione delle norme tributarie e di quelle a tutela dei lavoratori. Tutto ciò alimenta inevitabilmente un sistema distorto che divora gradualmente interi settori economici annientando gli altri operatori che non riescono a tenere testa a una spietata concorrenza criminale”. Quindi la vicinanza con la Campania è un rischio che la Dia non sottovaluta dato che, “come emerso da innumerevoli attività di indagine ha indotto alcuni soggetti criminali a ‘delocalizzare’ i propri interessi illeciti in alcune province laziali”.

Il basso Lazio, quindi, ha fatto da “Ponte” per traghettare, oltre il fiume Garigliano, gli interessi malavitosi in particolare in provincia di Latina che e’ stata oggetto “di una espansione -dicono Prestipino e Calo’- via via sempre piu’ profonda e ramificata non soltanto ad opera di clan camorristici, ma anche di cosche di ‘ndrangheta, la cui presenza si e’ con il tempo estesa e strutturata fino a determinare la competenza su quel territorio di un coacervo di gruppi, la cui attivita’, fortemente caratterizzata dal metodo mafioso, ne ha segnato profondamente il tessuto economico, sociale ed anche politico. Anche in tale territorio si e’ registrato il pluralismo strutturale che vede la contemporanea presenza di strutture derivanti dalle mafie tradizionali e di strutture autoctone di tipo mafioso”. La rete per arginare le infiltrazioni mafiose hanno dovuto dotarsi di un ulteriore “filtro” per individuare quelle aziende “operanti nella Regione che presentano profili di contiguita’ con organizzazioni mafiose. Per quelle riconducibili alla camorra, ad esempio, i provvedimenti interdittivi hanno riguardato i settori dell’edilizia stradale, del movimento terra, degli autotrasporti e dell’agroalimentare laddove sono stati rilevati interessi riconducibili perlopiu’ al clan dei Casalesi”.

La cartina geografica delle mafie disegnata dalla Dia, vede nelle province di Roma e Latina “oltre alla presenza di sodalizi criminali autoctoni e ben strutturati anche qualificate proiezioni di organizzazioni calabresi, campane e siciliane”. Nel frusinate la prevalenza e’ invece camorristica mentre nel viterbese si parla di “presenza sporadica di pregiudicati campani e calabresi. Piu’ di recente, invece, si e’ manifestata l’operativita’ di un sodalizio tipo mafioso a composizione italo-albanese con qualificati collegamenti con esponenti della ‘ndrangheta lametina”. La provincia di Rieti non evidenzia criticita’ “sebbene recentemente sia stata interessata dall’operativita’ di uno strutturato sodalizio criminale di matrice nigeriana”. Lo studio delle mafie autoctone porta la Dia nel suo rapporto a sintetizzare che esse “sono principalmente costituite da clan di origine Rom e Sinti i cui affiliati sono legati da vincoli di sangue un fattore che ne favorisce l’impenetrabilita’. Per lungo tempo sottovalutate tali consorterie autoctone sono state negli ultimi anni duramente colpite dall’attivita’ di contrasto”. Ci sono inoltre “figure di elevata pericolosita’ e ‘prestigio’ criminale peraltro gia’ protagoniste della sanguinosa stagione operativa della Banda della Magliana e in grado di assumere posizioni di equilibrio tra le varie ‘anime’ delinquenziali che costellano il territorio romano”.

Il “motore” che genera tutto questo movimento criminale e’ lo spaccio della droga “che rappresenta il principale affare illecito sull’intero territorio regionale, nonche’ elemento di congiunzione degli interessi tra la criminalita’ mafiosa tradizionale e altri sodalizi autoctoni o di matrice straniera”. Il narcotraffico sarebbe, secondo la Dia, appannaggio delle mafie tradizionali, “mentre la piu’ comune forma di gestione delle cosiddette ‘piazze di spaccio’ e’ generalmente affidato alle compagini autoctone”. Mentre le organizzazioni albanesi, cinesi, nigeriane, nordafricane, romene e sudamericane continuerebbero a privilegiare il traffico e lo spaccio di stupefacenti nonche’ tutto l’indotto dell’immigrazione clandestina, con la tratta di esseri umani, lo sfruttamento della prostituzione e del lavoro nero.

A Roma, in particolare, c’e’ spazio e soldi per tutti e lo si capisce dalle parole del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma, Antonio Mura riportate nella Relazione Dia. A Roma, infatti, “soprattutto il territorio metropolitano, ma anche l’area limitrofa e il basso Lazio, costituiscono, anche dal punto di vista mafioso, il teatro di una presenza soggettivamente plurima ed oggettivamente diversificata, a carattere certamente non monopolistico. Non c’e’ un solo soggetto in posizione di forza e dunque di preminenza sugli altri, ma sullo stesso territorio coesistono e interagiscono diverse soggettivita’ criminali”.

Le forze in campo sono tante e la “ricerca di un punto di ‘equilibrio’ – si legge nella relazione ministeriale- spesso rimessa a esponenti criminali di primissimo ordine sara’ continua anche se non sempre fluida con possibili alternanze di alleanze funzionali al raggiungimento dell’obiettivo affaristico-criminale contingente. L’efferatezza, tuttavia, di alcuni recenti fatti di sangue e’ sintomatica di come nuovi assetti si possano realizzare anche con modalita’ volutamente e palesemente eclatanti. Ancora una volta tali episodi sembrano poter essere ricondotti a contrasti nelle logiche di gestione del traffico e dello spaccio di stupefacenti ma anche all’esigenza di subentrare in quegli spazi lasciati vuoti dall’azione di contrasto”.

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